“La cantatrice muta” di Nicolò D’Alessandro

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Dodici racconti che tracciano la geografia del disagio, ma anche della semplicità quasi primordiale, della nudità dell´essere…Il libro, edito da Medinova, si avvale della prefazione di Salvatore Ferlita.

Nicolò D’Alessandro

Non é facile parlare di una personalità composita e poliedrica come quella di  Nicolò D’Alesssandro, artista, scrittore, critico d´arte, conoscitore di culture straniere; persona impegnata politicamente e nel sociale; intellettuale attivo, sin dagli anni Sessanta, nel dibattito culturale; autore, solo in quest´ultimo anno, di ben tre libri: “La favola del persiano guerriero”, “Carezza” e “La cantatrice muta e altri racconti”. Fermiamoci qua, a “La Cantatrice muta”.

Storie, storie del vissuto; storie di fatti di cronaca narrate, a volte, tra ironia e sogno, tra realtà e fantasia; con peregrinazioni nel surreale. Ma sempre pensate e soppesate.

Dodici racconti che tracciano la geografia del disagio, ma anche della semplicità quasi primordiale, della nudità dell´essere, e, pur tuttavia, della gaiezza che, paradossalmente, è spesso compagna di strada della povertà. Dodici storie che si dipanano tra Santa Elisabetta, un minuscolo paesino dell´entroterra agrigentino, e Palermo disegnando un itinerario di ricordi e di ritrovamenti di brandelli di vita ancora carichi di sentimenti ma delinea anche la mappatura dei problemi umani e delle atrocità delle mafie legate a certi raccapriccianti traffici internazionali.

Dall’entroterra agrigentino a Palermo; da ieri a oggi, la realtà difficile e miserevole, inquieta  e grottesca dell’ incomunicabilità e della prevaricazione rimane una costante.

Dalla “Ciavola agrigentina” (unica amica di un bambino muto), che ci riporta  semanticamente, e non solo, al  “Ciaula”  pirandelliano;  alla verdissima “Alga “ – di un verde smeraldo trasparente – con cui s´instaura un canto d´amore con la voce narrante; alla “Guardatrice dell´acqua”, la cui trasparenza si riflette e si risciacqua nei suoi  stessi occhi di bambina; alla “Seppia” che dovrebbe essere soltanto un piatto appetitoso e invece diventa protagonista tentacolare di una banale controversia; ai “Senza mani”, mutilati romeni, nati così senza mani, senza qualche arto …  e allevati per l´accattonaggio; al “Gene dei siciliani” e della  sicilianità; al “Compleanno” con la domanda “Ma perché si festeggiano i compleanni?; all’ultima storia, “Alle ore sette e venti”,  dove si sciorinano tante informazioni culturali ma dove il dialogo non esiste perché è sempre la stessa persona a parlare.

Dall’inizio alla fine del libro, la realtà è sempre quella dell´incomunicabilità, del monologo, del vuoto, del  silenzio. Eppure, paradossalmente, è proprio con il silenzio che si comunica come la cantatrice muta, come la guardatrice dell´acqua, come “ínnamorato di un’alga”, come la stessa “ciavola”.. Quelli che non comunicano sono proprio i verbosi, gli esagitati come il barone Cachia; come Claudio, il protagonista delle “Ore sette e venti”; come i commensali del racconto “La seppia”.

Il rifugio, pertanto,  è sempre lì, nella trasparenza dell´acqua che, tremolando e formando tanti cerchi, si trasforma lentamente in carta e in segno grafico: segno o scrittura?  o l´uno e l´altro?

Di fatto, non saprei parlare di D´Alessandro scrittore senza avere sotto i miei occhi  i suoi disegni che sanno tanto di quel grafismo e calligrafismo tipico degli artisti del Quattro – Cinquecento.

Non saprei parlare di D´Alessandro saggista senza pensare ai drammi ancestrali della Sicilia, a quel concetto di sicilianesimo, sicilianità e sicilitudine di cui ci parla Sciascia; non potrei parlare di D´Alessandro senza andare con la mente al “Meriggiare pallido e assorto” di un Montale o a certi canti di Terre lacerate e laceranti come “Amara terra mia” e “Creuza de ma´”.

Eppure i suoi  racconti hanno sempre un andamento leggero, tra fantasia e sogno, tra mito e bellezza. Sono disegnati, stilizzati, più che scritti. Sono tappe di una sorta di nomadismo poetico. E il dolore è spesso superato con il sorriso di una sottilissima ironia.

Sono racconti disegnati, dicevo, e, nella composizione delle linee si cela sempre un palcoscenico  dove i personaggi si assiepano tutti lì, ancora da allora, in cerca d’autore e non sono più soltanto sei ma tanti, di più, tutto uno stuolo, spesso di derelitti; sono un coro; un teatro dell’assurdo alla Jonesco; un teatro della rievocazione alla Tadeusz Kantor inquadrato, questa volta, su uno sfondo di templi greci, tra  colonne doriche di rastremata asciuttezza, tra acropoli e pianori, in mezzo a una pioggia improvvisa di cavallette; tra fiumi e fiumare, alghe avvinghianti, seppie che allungano i loro tentacoli e  donne che affogano in un pozzo. Un coro di voci strozzate, di braccia mutilate che si sollevano, imploranti.

Una presentazione del libro in Sicilia

E, al di sopra di tutto, coro nel coro, la cantatrice muta che, nel corso di una festa di matrimonio di tanti anni fa, si alza lentamente tra gli invitati, si avvicina all´orchestrina mentre tutti le fanno spazio e Il musicista inizia a suonare  facendole cenno con la testa che può iniziare …. Non parole escono dalla sua bocca, ma sillabazioni mimate: è un canto muto, una danza di parole in libertà alla Marinetti, parolibere soffiate, tutta una gestualità segnica, una mimica che si estende ed espande a tutto il suo essere, che la vede stringersi  con le braccia e avvitarsi su se stessa come in una elegantissima “danza  del cigno”.

Siamo solo all´inizio, ma, alla fine del libro, ci accorgiamo che l´Autore ha dato voce a un mondo di muti: muta è la cantatrice; muto è il bambino amico de “La ciavola”; muta è “La guardatrice dell´acqua”; muto è persino il protagonista di “Alle ore sette e venti”; muti sono tutti coloro i quali subiscono le telefonate di certe persone che parlano solo loro. E quando qualcuno parla, sarebbe meglio che tacesse come la  moglie testarda de “La seppia” che viene affogata in un pozzo, o come la bambina cocciuta che  viene derisa. Guarda caso, le cocciute sono tutte donne!…

Muti, un mondo di muti. Muta è la stessa compagna dell´autore che tollera…tollera… fa finta di nulla. Finzione o amore? o missione civile?  O subdola costrizione? Ne vogliamo parlare? Muti? Oppure un mondo dell’incomunicabilità?

Ci sono anche i sordi come quella figura goffa del barone Cachia in “Cavallette ad Agrigento” e degli altri nobili e nobilastri che compaiono a poco a poco di qua e di là …. cavallette anche loro.  Ma l´esito è lo stesso: se non si sente non è possibile comunicare. Poi, nel corso della lettura, ci si accorge che, in questa pletora di diversi, nessuno è cieco, e ciò è ancora più frustrante perché vedere e non potere (o non sapere) raccontare è di per sé lesivo della propria dignità.

E´ qua che tra Pirandello e Jonesco; tra Sciascia e Tomasi di Lampedusa; tra Pier Paolo Pasolini e Aristofane si dipana tutto il filone della narrazione che, più che una serie di storie, diventa una commedia tragicomica,  un atto unico con personaggi vari che si inseguono e susseguono e dove la “ciavola” potrebbe essere il filo conduttore con il suo essere uccello del malaugurio che potrebbe interpretare persino parenti e vicini di casa. Ne vogliamo parlare?

Non ci sono voci, dunque; e l´unico essere che comunica, alla fine, é  proprio la “ciavola”, che in realtà non sentiamo neppure fare “crah-crah”, eppure, è un essere che ti guarda, rotea la testa, ti gira intorno con il suo “linguaggio ciavolesco”.

Non ci sono voci nel mondo che ci presenta D´Alessandro, eppure è un mondo vivo e vivido dove ci sono odori e sapori, fragranze e colori, ricordi di piaceri e piacevolezze ancestrali.

Ed è proprio qua che avviene il miracolo dell´artista che, a un certo punto, si sostituisce allo scrittore. Ricordo, a tal proposito, che il grande Alberto Savinio superava i drammi del vuoto con la musica. Allo stesso modo D´Alessandro supera l´horror vacui della comunicazione  con la parola gettata nell´acqua e poi ripresa sulla carta. Che poi, è anch’essa musica.

E’  a questo punto che si crea una felice sintesi tra arte, scrittura e musica che è poi il linguaggio universale che si alza al di sopra del silenzio dei Vinti di verghiana memoria, come una mano, tante mani, in cerca di aiuto.

Ed è proprio su queste mani imploranti che si cala impietosamente  (o, forse, pietosamente) il sipario.

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“La cantatrice muta e altri racconti” 

di Nicolò D’Alessandro

Prefazione di Salvatore Ferlita

Edito da Medinova

 

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