La badante ungherese

|




Il racconto della domenica

Stefano Milioto

Scappava, con la figlia al seno, dal nuovo inferno in cui era stata gettata e camminava, spesso inciampando in sassi e buchi del viottolo, col terrore di essere inseguita e acchiappata; passi d’uomini le sembravano i rumori che nascevano da ogni dove e gridi minacciosi gli abbaii dei cani. Il suo stesso calpestio le risuonava dietro le spalle come il frastuono di una cavalcata di cavalli. Aveva il fiato grosso e il cuore in tumulto, ma chiamava tutte le sue forze per allontanarsi prima possibile dal quel posto maledetto, un villaggio di roulotte in cui venivano radunate le clandestine fatte venire dall’Est e dal Nord Africa. La bambina si lamentava nel petto e lei nemmeno la consolava. Aveva fatto di sicuro diversi chilometri nel buio fitto della notte e sentiva mancarle la lena, ma continuava nella fuga, senza guardare indietro, finché nell’innesto del viottolo sullo stradone ebbe certezza di non essere più raggiunta. Si sedette per prendere fiato sulla sponda di un ponte  e poté dire finalmente alla figlia “gioia mia”.

Schiariva e il buio della notte diventava incerto. Pur sapendo l’ora in cui il protettore faceva i controlli alle roulotte, non dimorò più a lungo e si avviò verso il paese sconosciuto vicino, situato in collina.

Lei era Agnès Kardos, giovane ungherese di ventidue anni, caduta nella trappola dei trafficanti d’uomini e donne.

Agnès aveva ancora nelle orecchie l’urlo minaccioso del protettore che l’avrebbe uccisa e buttata in una “zubbia” di montagna, e con lei la figlia, se non si fosse piegata ai suoi comandi di prostituirsi, poiché gliene doveva per averla tolta dalla miseria di uno sperduto villaggio della Transilvania e dalle mani luride di un vecchio libidinoso.

Le parve di avere impiegato un niente, quando arrivò alla villa del paese con la percezione di essere in salvo. Perlustrò un po’ i piccoli viali, si assicurò che non ci fosse nessuno e si rifugiò in un capannotto di legno appartato, per nascondersi, che era già chiaro, più che per riposarsi. Invece madre e figlia si addormentarono, giusto il tempo lei per ritemprarsi dalla stanchezza che già era sveglia. Non sapeva che fare. Udiva passare sulla strada ogni tanto qualche macchina o qualcuno a piedi. Non pensava a se stessa, ma la bambina non poteva farla soffrire. Guardava con gli occhi velati di lacrime la sua creatura innocente, travolta dalla sventura sin dalla nascita. Le lacrime le scendevano grosse sulle guance e il singhiozzo si tramutò in pianto. Cercava invano di frenarsi per non far rumore e per non destare la figlia, mentre si preoccupava di cosa darle da mangiare appena sveglia, cosa che la fece prorompere in un pianto stizzoso, arrabbiato.

Nel balcone di una casa di rimpetto la villa, una donna, appoggiata alla ringhiera, sbatteva un tappeto col battipanni. D’un tratto, percependo come dei lamenti tra le piante, si fermò, ascoltò, capì. Corse alla villa, raggiunse il capannotto e si trovò innanzi come un gruppo marmoreo infreddolito, una pietà. Agnés, nel vederla, si raccolse in sé e strinse a protezione nel grembo la figlia, guardinga come cagna coi suoi cuccioli. La donna la rassicurò a gesti e a parole e, aiutandola a rialzarsi, se la trascinò dietro per un braccio. A casa, nel tinello a piano terra, senza chiederle nulla, rifocillò e aiutò in tutti i bisogni madre e figlia.

– Mi chiamo Agnès e questa è mia figlia Eszter. Posso parlare un po’ la tua lingua – disse a mo’ di ringraziamento.

– Qua sei al sicuro. Non hai da temere nulla – fece la donna e aggiunse – Io mi chiamo Stefana e questo paese…

– Non so dove sono…

– A Cometa sei, questo paese si chiama Cometa. E tu, si vede, sei straniera, finita nelle mani di debosciati e gli sei scappata, immagino.

– Proprio così.

– Mamma – mormorò la piccola dopo avere sgranocchiato un pavesino.

Agnès la lasciò scivolare dal grembo e la mise per terra: Eszter springò come un leprotto, fece una capriola e ritornò alla madre.

– Ha cinque anni, e siamo sole.

– Ora ci sono io, Agnese. Ah, io ti chiamo al modo nostro, mi viene più facile. Le cose si sanno, ma nessuno fa niente per sbatterli in un fondo di galera. Quantunque… La mia casa è grande e ho tante stanze. Te ne scegli una e ci puoi stare quanto vuoi. In primis che sei al sicuro, e nessuno si risicherà ad avvicinarsi a questa porta, fosse anche il primo mafioso del paese; in secundis siamo io e mio marito soli che nemmeno le mosche ci sentono.

– Ma perché? – fece Agnès confusa da tanta apertura di cuore.

– Perché siamo cristiani e tu sei nel bisogno.

-Tanto bisogno…

Eszter aveva piegato il capino nel grembo della madre e si era addormentata.

– Anche tu devi aver sonno – disse Stefana, togliendole la bambina dal grembo e posandosela sul seno. – Vieni, andiamo al piano di sopra.

– Perché fai questo per me, che non conosci? – chiedeva Agnès non capacitandosi di tanta disponibilità verso il prossimo.

Solo la fiducia reciproca, nata da una contingenza, consentiva che la padrona di casa, con slancio, si stava mettendo dentro un’estranea, senza sapere chi fosse, e che l’estranea stava accettando l’ospitalità di una che magari lo facesse per secondo fine.

Stefana le mostrò le camere e i servizi che si affacciavano su un lungo corridoio. Tutto era pulito, profumato, come del resto il pianoterra con la cucina che brillava, i pavimenti tersi, il divano in un angolo e tutti gli oggetti al posto giusto, in ordine, senza pretensione, segno di un’anima semplice e gentile.

Agnès misurò con lo sguardo il corridoio, rifletté e alla fine scelse la stanza più lontana da quella matrimoniale.

– Ma è la più piccola – dissentì la padrona di casa, ma capendo il perché della scelta si rese conto d’avere a che fare con una donna discreta, educata, ragione in più per trattarla al meglio.

– Va benissimo per noi.

– Contenta tu. Io e mio marito qua ci veniamo solo per dormire e tutto il giorno lo passiamo là sotto. Tu puoi fare quello che vuoi, considerati a casa tua. Vieni…

Se la portò, la bambina addormentata fra le braccia, in uno stanzino, una sorta di ritiro dove teneva in armadi profumati la biancheria e capi di vestiario vario. Ne aprì uno e le fece prendere quello che le serviva per la notte e per il bagno e per Eszter un pigiamino tutto rosa e una sottanina a fiori.

– Ora a letto.

Stefana l’accompagnò nella stanza, l’aiutò a mettere il pigiamino alla piccola e a deporla nel lettino e si congedò con un  affettuoso buona notte.

Agnès non era sicura di essere sveglia, le sembrava di stare facendo un sogno; non era possibile che, dopo tutto quello che di brutto aveva passato con uomini feroci, le si stesse rovesciando addosso un’umanità così grande e spassionata. Sospirando, si svestì, indossò il pigiama e si mise a letto.

 

– Fai piano, piano – diceva con l’indice sulle labbra Stefana al marito Peppe che ritornava dalla campagna.

– Che c’è? Che sono ammonito? Che è ‘sta novità – rintuzzò Peppe, posando su una sedia un paniere colmo di albicocche.

– Abbiamo ospiti.

– Che sono parenti?

– No. Va’ a darti una lavata e cambiati che poi ti racconto.

Peppe, che era di carattere mite, ubbidì alla moglie e raggiunse il servizio; Stefana prese il paniere e lo mise sul tavolo. Annusò il profumo delle albicocche, che si gustavano anche con la vista così grosse nella buccia rosa e gialla, e ne tolse una. Tra pollice e indice la schiacciò: il nocciolo schizzò, cadde sul pavimento con botto e ruzzolò fino a fermarsi; dalla polpa succosa colarono sui mattoni gocce di nettare. Se la mise in bocca e avvertì sprigionarsi sulla lingua sapore squisito e odore inebriante. Pensò ad Agnès e Eszter e al piacere che ne avrebbero avuto nel mangiare quelle gocce di sole, quali considerava le albicocche.

Cominciò a preparare da mangiare con una allegrezza di cuore, come se avesse ricevuto una grazia dal cielo. Cucinò maccheroni al sugo di pomodoro con le uova sbattute, pietanza particolarmente gradita al marito, il quale, non appena entrato in cucina, si meravigliò chiedendo se non era festa comandata.

– Mai un lauso. Ti posso fare pasta con l’uovo ogni giorno? – disse storcendo il muso e arricciando il naso. – E sta zitto – ammonì.

– Mi piace tutto quello che fai. Tranquilla. Fammi mangiare che già mi è tardi – disse Peppe guardando l’orologio a parete che faceva le due e mezzo del pomeriggio.

Si sedette al capo della tavola già apparecchiata e chiese alla moglie perché gli aveva imposto il silenzio.

– Per gli ospiti, madre e figlia, che stanno riposando là sopra.

– Ti sei messa estranei in casa… – fece stupito e rassegnato Peppe.

Stefana raccontò per filo e per segno l’accaduto con il tono perentorio di chi non ammette repliche, forte del fatto di avere compiuto una buona azione.

Peppe calò la testa in segno di resa e mangiò senza dire più una parola. Aveva fiducia nella moglie, poiché lei sapeva quel che faceva e che difficilmente si sbagliava. Ma, finito il pranzo, gli venne la curiosità e chiese:

– Come sono?

– Belle ed educate. Si chiamano: la madre Agnese e la figlia Ester. È vittima come tante altre di debosciati che se le vanno a prendere all’estero: lei viene dalle parti dell’Ungheria. Dai modi a me mi sembra che è una che ha studiato e parla un po’ la nostra lingua. Le ho detto che qua può stare quanto vuole, almeno finché non trova un lavoro giusto.

– Ce n’è tanti che cercano badanti.

– Deve trovare la famiglia onesta, non è che va nella prima che capita.

– Nemmeno puoi tenerla qua all’infinito.

– Che problema c’è? Abbiamo spazio e come è mettere nella pignatta per due è mettere per tre. Ci dobbiamo confondere per questo?

– No.

– Ora mettiti sul divanetto e riposati, che io nel frattempo rassetto.

– Anche tu riposati.

– Poi mi siedo. Con le cose di mezzo non ci so stare.

– Ti conosco come sei – concluse Peppe e, mentre si sdraiava sul divano, destinò alla moglie uno sguardo compiaciuto per una donna che era la bontà fatta persona, anche se a volte un po’ così.

Sbrigate le faccende, Stefana si sedette al tavolo e cominciò a sfogliare la sua “Famiglia Cristiana”, il settimanale cattolico delle Edizioni Paoline, di cui poteva vantarsi d’essere stata la prima lettrice, sin da quando il Padre Arciprete Di Stefano le aveva dato una copia di poche pagine, e la prima abbonata del paese. Nessuno la doveva togliere dal suo cantuccio di lettura quotidiana nei momenti morti della giornata. “Famiglia Cristiana” era per lei, come per un prete, il suo breviario e una ricreazione intellettuale i grandi classici pubblicati a puntate. Aveva letto così i Promessi sposi, I miserabili, Don Chisciotte, I Malavoglia e altro, le cui dispense settimanali conservava con cura e rileggeva di tanto in tanto. Letture che le avevano affinato la sensibilità e la distinguevano fra le altre donne nei concetti che esprimeva e nella delicatezza dei modi. Era sulla pagina teologica di Mons. Ravasi, il teologo che seguiva con particolare interesse, perché raccontava la Bibbia chiaro chiaro quando Agnese entrò in punta di piedi.

– Così presto? – domandò Stefana a bassa voce e, indicando il divano, – Mio marito – aggiunse.

– Non sapevo, me ne torno su – fece mortificata Agnese.

– Ma no, resta.

– Disturbo, si può svegliare.

– Tu, piuttosto, hai riposato? Ci potevi stare fino a stasera a letto. Siedi.

– Mi è bastato – disse sedendosi in punta di sedia per timidezza.

Stefana chiuse il giornale e, a domanda, fu rassicurata che Eszter dormiva bene. Le disse che i maccheroni erano ancora caldi, se ne voleva, e al cenno di sì approntò la tavola e le  offrì il piatto. Sentendola dopo rifiutare altro, le presentò le albicocche per frutta.

– Piglia – le disse prendendone una a sua volta.

Agnès la imitò e dopo avere mangiato il frutto non poté fare a meno di esclamare che era uno zucchero.

– Sono nostre, per noi. Genuine come la natura ce le dà.

Ne mangiarono senza contarle di albicocche, intanto che Peppe, svegliatosi, era rimasto legato dal tocco di donna che era Agnès.

Alta, modellata nel corpo come una statua greca, diritta come una candela; castana di capelli e verde d’occhi; viso ovale con una lieve fossetta al mento. Cosa gli era capitato in casa! Sarebbe rimasto così incantato ancora da tanta grazia, se un movimento non avesse prodotto una scricchiolio del divano che attirò l’attenzione della moglie che, senza dargli il tempo di ricomporsi, lo presentò ad Agnès. Peppe si confuse, s’impappinò talmente che anziché “piacere” gli uscì dalla bocca un mormorio incomprensibile.

– L’ho disturbata – si scusò Agnès.

– Non ti preoccupare – intervenne prontamente Stefana vedendo il marito come stonato da una botta.

Un po’ botta lo era stato il trovarsi di fronte a una donna di quella fatta. Il sangue è sangue, e lui era ancora in vigore, ma da uomo dabbene seppe mettersi a posto. E fu cordiale e affettuoso nell’assicurarle che la decisione della moglie era anche la sua. Con il passare dei giorni, con la pratica dello stare insieme e la cura della bambina, sentiva, con la consorte, un certo senso di gratitudine per Agnès per aver dato loro la possibilità di farsi provvisoriamente una famiglia che la sorte gliel’aveva negata.

– Senza illusione – l’avvertiva Stefana trovandosi a parlare. – Finché dura, va bene. Non possiamo impedire ad Agnese di farsi una vita indipendente.

– Certo, quello che decide sta bene per noi. Se lei vorrà, continueremo a seguirle anche dopo.

– Senza pesare.

– Siamo qua, come suo punto di riferimento.

Non solo quello. Erano di più per Agnès e la figlia: erano la famiglia ritrovata, e triste fu il distacco quando Agnès, grazie a un lavoro di badante presso una famiglia per bene di Raffo Marina, località balneare, procuratole da una conoscente di Stefana e Peppe, dovette raggiungere la nuova destinazione.

Ebbe in carico una nobildonna di antico lignaggio, donna Bernarda dei Conti Luna, da guardare e accudire ventiquattr’ore su ventiquattro, dietro un compenso allettante. Da subito era piaciuta a donna Bernarda e a suo figlio, il Conte Ernesto Camillo. Donna Bernarda, pur con i segni di una bellezza altera nel viso, aveva il corpo deformato, appesantito e arrotondato come un barile: ci voleva forza a sorreggerla; il conte, figlio unico, era alto e magro, col viso particolarmente curato, brizzolato nei capelli e nei baffi. Vestiva, essendo già caldo, una camicia a fiori rossi e blu su pantaloni bianchi e calzava sui piedi nudi mocassini bianchi. Era elegante, raffinato.

Premuroso nei confronti della madre e della figlia, che considerava in cuor suo una fortuna l’averle trovate, si spendeva in gentilezze, a volte eccessive.

Tutto andava bene e nella reciproca soddisfazione, tranne qualche bizza della vecchia contessa che a volte faceva saltare i nervi: di grande comicità erano gli assalti verbali e fisici, per qualche schiaffo che arrivava a destinazione, nei confronti del figlio che, mortificato si ritirava in un angolo, finché la buriana non si esauriva. Agnès, quando era lei il bersaglio, la compativa in considerazione dello stipendio percepito e per il trattamento in guanti gialli di cui godeva, per non dire dell’affetto che il Conte aveva per Eszter, un affetto sopra le righe, come per una nipote prediletta. La colmava di vestiti e regali, la portava in spiaggia o a passeggio nel lungomare delineato da alte palme e ibiscus rossi e bianchi, compiaciuto, quasi tronfio, del privilegio di avere con sé una bambina che nemmeno un “botticelli” avrebbe potuto farla uguale sulla tela. Si prendeva con orgoglio i complimenti da amici e conoscenti, invidiandogli la doppia grazia che gli era capitata, poiché Eszter era la copia in miniatura della madre. Ed era inevitabile che si facessero delle illazioni di rapporti possibili fra il conte e la badante, che faceva girare la testa a uomini e donne quando passava per via. Avere una donna come quella per casa, neppure un santo avrebbe potuto resistere, e il conte Ernesto Camillo santo non era. La relazione la si dava per scontata per il pregiudizio che le straniere si concedevano facilmente e la convinzione che i soldi appianavano tutte le asperità, e di soldi i Conti Luna ne avevano in quantità. I buoni pensavano che almeno ne godevano i poveri di quella ricchezza, considerandoli fortunati; i maligni ritenevano che ad andarci bene era il conte, poiché poteva godere di un corpo perfetto e ammaliante. Prova ne era il comportamento più gioviale, aperto, disponibile che il nobiluomo, di solito con la puzza al naso, mostrava; insomma, un cambiamento che non poteva avere origine se non nel calore ritrovato all’interno della villa con la presenza delle due straniere.

Agnès non finiva di benedire il momento in cui era entrata in quella che, per slancio di gratitudine, considerava la propria famiglia.

Erano passati mesi dal suo ingresso in  villa e, da incerta e dubbiosa dei primi giorni, ora poteva dire di starci bene, quasi da padrona. Era ascoltata e perfino ubbidita dalla contessa Bernarda, e dal conte aveva sempre il suo “sì” anche quando sarebbe stato logico un “no”. Pensava sarebbe rimasta in quella casa dopo la morte della contessa, poiché don Ernesto Camillo le portava un rispetto smisurato ed era attaccato a Eszter meglio di un padre: una gioia vederli insieme così in confidenza, con lui che se ne faceva fare di tutti i colori.

Era uno dei mercoledì pomeriggio, dedicato agli acquisti e ai rifornimenti. Agnès ne aveva l’incombenza. Uscendo, lasciò lui e la figlia nel grande salone alle prese con un carillon d’argento massiccio stile barocco tutto a figure mitiche sbalzanti, sormontato da una figura in porcellana di ballerina in costume del Seicento. Un pezzo raro dei preziosi di famiglia cui si teneva molto ed era proibito spostare da dove era, una consolle altrettanto antica e di fattura pregevole. Ma il conte, figurarsi!, pur di farci trastullare la bambina. Che, finito un giro, la ricaricava con la chiavetta e all’avvio della musichetta la ballerina si muoveva come in un minuetto. Si divertiva Eszter, nell’ascoltare il motivo e nell’imitare i passi della ballerina. Così per un bel po’ di tempo, pausato con attimi di riposo.

Ma l’avere il conte fra le mani una creatura già da piccola ben tornita nelle forme, beh, il diavolo è cattivo…

Rientrando, Agnese, scaricatasi degli involti, andò verso il salone ma dall’uscio vide ciò che non avrebbe mai voluto vedere. Rimase inebetita e non appena ebbe un po’ di fiato “Eszter” gridò, precipitandosi a toglier la figlia dalla sconcia situazione, mentre annichiliva il Conte con un’occhiata di ribrezzo.

Si ritirò con la bimba in braccio e, il tempo di mettere quattro cose in una valigia, andò via senza esitare un attimo.

Don Ernesto Camillo dei Conti Luna agghiacciò ma, superato il momento,  cominciò a prendersi a schiaffi  e a pugni nel basso ventre; a insultarsi. Nella disperazione si rese conto della punizione che l’aspettava, tremenda, da parte della gente. La quale, non vedendogli più in casa né madre né figlia, gli avrebbe dato addosso sospettandolo di comportamento indecente e di laido approccio con la donna, se non peggio e oltre. Un marchio d’infamia che gli sarebbe rimasto per sempre.

Dopo alcuni di giorni di scoramento e incertezza, per lo più passati nel chiuso di un B&B di Monterto, trovò posto come cassiera in un bar della città, rinomato anche per la pasticceria. Le era balenata l’idea di tornare da Stefana e Peppe, che l’avrebbero accolta con tutto l’amore di cui erano capaci e lì sarebbe stata al sicuro, ma doveva riprovare spinta dalla grinta di affermarsi con le sole sue forze. Aveva letto l’annuncio del bar in un giornale locale e si era presentata. Nel vederla, il padrone del bar era rimasto fulminato e l’aveva assunta all’istante e, per toglierla dalla stanza in famiglia, le diede una piccola camera soprastante il bar. Meglio di così non le poteva capitare, ma rimaneva il problema della figlia che non poteva stare con lei tutta la giornata nel locale.

– Nessun problema –  la rassicurò il padrone nel sentirla lamentare e si prodigò a far prendere, retta a suo carico, la piccola Eszter nell’Istituto “Pia Carità” delle suore Orsoline lì nei pressi.

Agnese gradì la premura del padrone, che lei ricambiava prolungando l’orario di lavoro oltre quello prestabilito. Ma non immaginava che la sua presenza poteva attirare tanta clientela che sopportava la fila pur di avere nel momento dello scontrino l’opportunità di guardarla nel verde–triste degli occhi e nella bella persona. Gongolava, invece, il padrone che si era visto moltiplicare gli incassi nell’arco di tempo di una quindicina di giorni nei quali aveva notato gente mai venuta da lui. Attribuiva il merito alla bellezza di Agnès per la quale cominciava a nutrire una forte simpatia e forse qualcosa di più, tanto da pretendere  da lei che si prendesse maggiore confidenza.

– Mi devi chiamare Saverio e dare del tu. Quante volte te lo devo dire? – la rimproverava con quanto più dolcezza poteva.

– Mi viene difficile. Mi sembra mancare di rispetto – rispondeva candidamente lei.

– Stiamo tutto il giorno insieme. Va’ bene che sono più grande, ma non è il caso di stare a una distanza così formale.

– Ci proverò, Saverio.

– Così, brava.

Ogni volta Saverio si riempiva di gioia nella speranza che mantenesse l’impegno.

Saverio Biscotti (mai cognome fu più aderente a un mestiere) mostrava più dei quarant’anni che aveva per una precoce calvizie che gli lasciava sulla nuca fin dietro le orecchie a sventola pochi capelli bianchi, che rasava regolarmente ogni mattina, e per il fisico appesantito. Bello non era e suppliva, per così dire, a tale difetto con buone maniere e un vestire elegante, alla moda e di gusto. Aveva innato il senso estetico che versava nella sua produzione dolciaria. Soleva dire che un dolce doveva essere innanzi tutto una meraviglia agli occhi: nella forma, nei colori, nei disegni, nelle guarnizioni. Le sue cassate erano un inno alla bellezza sposata con un gusto sopraffino.

Non aveva fortuna con le donne. Qualche rapporto mercenario e null’altro. E dire che voleva formarsi una famiglia, ci teneva come tutti, ma chissà quale maledizione gli gravava addosso. Si consolava pensando che sarebbe arrivato il momento. Che fosse arrivato con Agnese? Ma lei era una donna troppo bella per lui e dotata di così grande fascino. Si sarebbe guadagnata la sua fiducia poco a poco, trattandola bene anche economicamente per tenersela legata e non farle venire la tentazione di andare via, di lasciarlo. Avrebbe avuto pazienza.

Agnès mutò l’iniziale diffidenza in stima e cominciò a volergli bene. Ne apprezzava la dedizione alla figlia e la discrezione nei suoi riguardi di non chiederle nulla sulla sua vita, la sua intimità. Le poche cose le aveva chiesto per le pratiche burocratiche di messa in carico ai fini della previdenza sociale, e non si era spinto oltre.

Una notte si svegliò di soprassalto con davanti agli occhi l’immagine esagitata del conte Ernesto Camillo. Era tutta sudata e il cuore le batteva forte, segno di un incubo che non ricordava. Ma se c’era il conte, doveva trattarsi di cosa brutta. Si guardò attorno: ora non correva pericolo; guardò Eszter, che aveva al fianco, dormire con espressione d’angelo. Emise un sospiro di sollievo e si appoggiò al cuscino, ma non era serena perché i sogni sono premonitori e c’era il conte nell’incubo. Mise la mano sulla testa della figlia come per proteggerla e passò il resto della notte ad occhi aperti nell’attesa della luce liberatoria del giorno.

Non era in forma alla cassa e si passava la mano sulla fronte per scacciare la confusione causata dalla mancanza del riposo notturno. La fila non scorreva e si inceppava anche il servizio al banco. Si riprese poco a poco, finché non raggiunse la piena efficienza.

Nel momento di calma, che si aveva di solito a ora di pranzo e che consentiva al personale di fare uno spuntino, Saverio, che aveva notato, le chiese:

– Che è successo?

– Non ho dormito stanotte – gli rispose Agnès semplicemente.

– Sali sopra. Ci bado io qua.

– Sto bene ora.

– Va’, riposati. Scendi quando vuoi, se vuoi.

– Solo un po’, sì. Grazie della gentilezza.

– Non ti preoccupare, va’.

Agnès andò di sopra e così com’era si sdraiò sul letto, e s’addormentò subito. Le sembrò di avere dormito tanto al risveglio, sentendosi ritemprata e in forma: in realtà aveva fatto un’ora di sonno buono. Si attardò in camera giusto il tempo di darsi una rinfrescata e, quando entrò nel bar, fu come l’arrivo della luce dopo un black-out. Ne gioirono i baristi e i camerieri e si allargò nel cuore Saverio che, al contempo, si sentì rimescolare il sangue. Provava gelosia se qualcuno degli avventori si rivolgeva complimentoso ad Agnès o la guardava con occhi famelici. Vedeva stringersi il tempo e doveva decidersi, prima che ci arrivasse qualche scalpitante giovanotto dei tanti che gironzolavano attorno. Dichiararsi gli sembrava un’impresa impossibile, nonostante stessero insieme tutta la giornata. Quando tentava di farlo, gli morivano le parole in bocca; era come se avesse un blocco vocale, o che la lingua gli si attorcigliasse in bocca impedendo alle parole di uscire. Non sapeva quale partito prendere, e se avesse parlato da padrone –come gli era balenato- avrebbe sbagliato e ottenuto sicuramente effetti contrari. Si contrariava di se stesso, incapace di una decisione. In aggiunta, era tormentato da gelosia, soprattutto nei riguardi di un tale che, facendosi forte della sua carica politica nell’amministrazione comunale, ogni volta nel bar faceva il cascamorto con Agnès che, meno male, non gli dava nemmeno conto. Che rodio interno! L’avrebbe preso a calci e buttato fuori tanto lo irritava, pure l’ossequiava per la buona creanza e il rispetto nei riguardi dell’Istituzione che rappresentava.

Non erano per lui giorni sereni e aspettava la chiusura settimanale, il martedì, per avere un minimo di distensione senza la clientela attorno. Oltre che per il riposo, la chiusura del locale serviva per la pulizia e la messa in ordine di tutto, dal controllo di scadenza degli ingredienti per i dolci e alla bonifica dei comparti. Agnese aiutava contro la volontà del padrone. Anche la mattina di quel martedì scese e nel vederla Saverio premurosamente la richiamò:

– Non è compito tuo. Devi riposarti che ti aspettano giornate pesanti.

– Ci sto un po’. Non mi va di far niente. Mia figlia è a scuola e io mi annoio.

– Fa pure.

La squadra di pulizia, abituata a quel tipo di lavoro, procedeva speditamente e Agnès collaborava con cura meticolosa nel sistemare gli oggetti nei loro posti o le bottiglie dei liquori nella rastrelliera. La squadra andò via e Agnese si ritirò in camera. Saverio rimase nel bar per un controllo delle carte e delle scadenze dei prodotti. Ci teneva che tutto fosse in regola e perciò passava e ripassava sotto gli occhi carte e date. Ma, andando avanti, sentiva allentarsi l’attenzione e avvertiva un tremolio nelle dita, e gli ballavano davanti agli occhi cifre e scritte. Sostò, si passò la mano sulla fronte e inspirò profondamente. Era irrequieto da non poter stare né in piedi né seduto, e aveva dentro un formicolio di sangue e una frenesia voluttuosa che gli avrebbe fatto saltare ogni argine. Era frastornato, tremolante, avvampato di desiderio per un richiamo che lo spingeva al piano di sopra. Saliva la scala tentennante, come un ladro per il furto che stava per compiere. Si introdusse nell’appartamento, origliò e, udendo lo scroscio della doccia, si diresse verso il bagno. Spiò dal buco della serratura e fu un colpo nel vedere, sebbene attraverso la tenda, Agnès nella sua meravigliosa nudità. In un bagno di sudore, si allentò la cravatta e si tolse la giacca. Sconvolto spinse la porta e la donna, urlando, strappò la tenda per coprirsi. Saverio le fu addosso con selvaggia veemenza, la tirò fuori dalla doccia e, vincendo le resistenze di lei, la piegò sul pavimento e vi si stese sopra. Agnès si dibatteva, cercava di sottrarsi alla presa dell’assalitore infrenabile nel palparla con le mani e cercarla con avide labbra. Ruppe in un pianto disperato e Saverio si bloccò a quel pianto, e rinsavì. Abbandonò la preda e scappò come un ladro scoperto. Agnès pian piano si riprese con nel cuore lo sconcerto del luridume che covava dentro agli uomini, anche nei più perbene come Saverio Biscotti. Nonostante l’aggressione subita, non si sentiva vittima e, padrona di sé, anziché denunciare il fatto, prese una decisione,  la più saggia che poteva prendere, di andarsene da Monterto il pomeriggio stesso.

Stefana se le stava mangiando coi baci che non smetteva di dare a madre e figlia. Piangeva di gioia per averle di nuovo a casa, mentre il marito, sopraggiunto dalla vicina villa, le guardava con un nodo di felicità alla gola. Stefana non finiva mai di dire che erano sempre ben accette, che la camera era sempre pronta e che ci potevano rimanere per sempre.

– La vostra casa è un porto sicuro per noi – disse Agnès.

– Con tutto il cuore, da madre a figlia – fece Stefana, stringendosi al seno Eszter.

Peppe se ne stava silenzioso nel piccolo divano con il viso risolente di contentezza per il loro arrivo inaspettato e perché venivano a riempirgli la casa, Si rammaricava al pensiero della loro breve sosta,  dovendo  Agnès tornare al lavoro in città, ma saltò dal divano quando la sentì dire che non era lì per un giorno, avendo perduto il lavoro.

Agnès inventò un motivo, che l’esercizio chiudeva per restauri.

– I lavori sono lunghi e non si sa quando si riprende – concluse con simulata rassegnazione.

– Fin tanto che sei qui non devi avere nessuna preoccupazione. Ne parliamo, quando ti capita un lavoro buono. Ma ora non ci pensiamo e prepariamo da mangiare che è già tardi e che avete fame di sicuro. Facciamo così che tu sali nella tua camera, ti sistemi, insomma fa quello che hai bisogno di fare per te e Sterina –lasciamela chiamare così al modo nostro-, intanto che io e Peppe prepariamo.

C’era un’atmosfera serena attorno a quel gruppetto di famiglia che sembrava legato da affetto profondo e che sapeva tanto di antico.

Il dopo cena fu breve per l’esigenza di Agnès di ritirarsi in camera, soprattutto per il bisogno di una doccia perché si sentiva addosso come appiccicate sulla pelle le scorie del contatto con Saverio. Fece addormentare Eszter e corse in bagno. Si lavò il corpo strofinando la spugna con forza, finché non ebbe la sensazione che l’acqua si fosse portato via tutto. Si insaccò nell’accappatoio e rientrò in camera. Ma nel letto non trovò la quiete sospirata. Aveva dentro ancora lo schifo dell’offesa subita, che aveva nei lividi al seno traccia evidente, e insieme un sordo desiderio di uomo. Quel corpo violentemente posato sopra il suo le suscitava, al ricordo, sensazioni non provate da tempo per la lunga astinenza. Era un fuoco che invano tentava di spegnere sforzandosi di pensare ad altro, al futuro incerto che le stava davanti e alle risoluzioni che doveva prendere. Si girò su un lato, poi sull’altro senza riuscire a calmarsi. Forse le avrebbe giovato l’aria fresca, e andò alla finestra. Espose il viso ai soffi tiepidi di un vento leggero ma li avvertì come carezze di mani, e intanto le sue scivolavano sulla pelle e si insinuavano in ogni piega. Si staccò dalla finestra. Frenarsi era un farsi male senza ragione. Si mise bocconi sulle lenzuola, la mano sotto il ventre. E fu come l’esplodere di un temporale furioso e, al suo esaurirsi, l’estenuato quietarsi.

– No, non ne devi nemmeno parlare, non ti deve scappare dalla bocca – la rimproverò Stefana con l’assenso del marito, quando Agnese propose di partecipare alla spesa della giornata.

– Non mi pare giusto. È già molto che mi ospitate, ma darci da mangiare a gratis è troppo – insistette Agnese.

– E che è due in più? Poi, mangiate come due uccellini – riuscì a dire la sua Peppe.

– Zitto, tu. Bella mia, per questa volta ti sei permessa. Non lo dire più. Né ti devi sentire in imbarazzo, perché siete per noi come figlie…

– Precisamente… – s’intromise Peppe, che si attirò un’occhiataccia della moglie.

– E se le figlie, o i figli, si devono mantenere, è obbligo nostro provvedere a voi. Mi sono spiegata.

Agnès le sorrise d’affetto e l’abbracciò, e abbracciò anche Peppe che non mancò di avvertire la freschezza di un viso giovane sulla sua faccia ispida di peli d’una barba di due giorni. Volle precisare Agnès che una volta trovato lavoro… Ma Stefana le fece morire le parole in bocca e fece segno che il discorso era chiuso per sempre. I due coniugi glielo sottolineavano: “Giusto che cerchi un lavoro. Noi ti aiutiamo ma non dove capita capita. Persone più che fidate e di nostra conoscenza e possibilmente di qua devono essere. Qua qualche possibilità c’è. Non abbiamo fretta”.

Ma Agnès ci pensava, per la propria dignità. Un lavoro doveva trovarlo per togliersi di dosso quella sorta di mortificazione affliggente.

Sarebbe stata molto più oculata nella scelta ed essere sicura di non andare a finire nelle grinfie di un altro orco. Maturò frattanto, per la bile che le aveva riempito il cuore, il proposito di essere non più vittima ma carnefice, calcolatrice cinica del proprio tornaconto senza perdonarla a nessuno.

Non c’era che di aspettare l’occasione di un lavoro, di badante certo, poiché altra occupazione non poteva sperare. Per il momento.

Da qualche tempo aveva preso a frequentare la villa Pietrino Sacco, trentenne, figlio di Vincenzo, un pensionato benestante accudito da Kasia, donna polacca, nella loro bella casa al Garraffello. Pietrino era un bell’uomo ma aveva una gamba storta, residuo di una malattia infantile. La menomazione gli aveva impedito l’approccio con le ragazze e ne aveva avuto una depressione che gli aveva fatto lasciare gli studi universitari in Architettura, restando senza arte né parte. Faceva lavori saltuari di decoratore, sua antica passione per il bello, per la soddisfazione spirituale e per l’amore del lavoro, non per il bisogno materiale, potendo vivere con la pensione del padre che era cospicua, di quelle che si danno a certi funzionari dello Stato o delle Regioni. Pietrino aveva il cuore d’oro ed era buono come il pane. S’era innamorato a prima vista di Agnès e non poteva stare senza vederla. Era un amore segreto e dolente, perché mai glielo avrebbe dichiarato per la timidezza e la menomazione. Si contentava di scorgerla di lontano e dalla villa aveva un buon punto di osservazione, pur curandosi di non farlo notare a nessuno dei frequentatori, anche se, poiché queste cose non si possono nascondere, ogni tanto riceveva lo sberleffo di qualcuno. Ma accadde un improvviso precipitare degli eventi. Agnès subentrò alla polacca, che se ne era dovuta partire subito, come badante in casa Sacco. Stefana e Peppe avevano preteso tutte le garanzie dal padre come dal figlio prima di mandarla da loro, compreso il trasferimento in altra abitazione di Pietrino. Ebbero la parola di uomini affidabili e onesti. Vincenzo aveva il suo problema di cuore, che gli poteva schiattare da un momento all’altro, ma reggeva bene con la testa e Pietrino era l’uomo che era: la serietà fatta persona. Agnès era contenta di essere capitata fra gente per bene, trattata con rispetto da padre e figlio, generosi di affetto e doni. Scottata dalle bruciature precedenti, i primi tempi era stata guardinga, ma poi s’era convinta che non aveva nulla da temere e s’era tenuta Estzer con sé. Soprattutto la notte, dato che il giorno lo passava con Stefana e Peppe. Si era accorta degli sguardi languidi di Pietrino e non s’era allarmata, perché in quegli occhi aveva scorto l’anima di uno che soffre per amore. Ed era lei la destinataria di quel sentimento. Non si ingannava, poiché in ogni parola, in ogni gesto e in ogni atteggiamento di Pietrino vi era la delicata tenerezza dell’innamorato. Poco a poco cominciò a sentire qualcosa per lui, un sentimento dapprima vago poi sempre più netto che si precisò in vero amore. L’amava in silenzio, non intendeva manifestarglielo per la paura di essere fraintesa. Ma, conoscendo l’indole di Pietrino, non si aspettava una sua dichiarazione. L’unica era di trarlo lei dal guscio della timidezza, certa anche che avrebbe faticato non poco a farlo parlare. Ma il primo tentativo, fatto un pomeriggio in macchina di ritorno dalla spesa in un supermercato, fallì avendo Pietrino, fermo nel suo autocontrollo, evitato domande e sollecitazioni. Ma il discorso continuò a cena, ma come parlassero in modo astratto, in presenza del vecchio Vincenzo.

– Una donna quando si ama veramente, il marito non le deve far mancare nulla e la deve tenere come su un piedistallo – cominciò a dire Pietrino, schiarendosi la voce.

– Che il marito non le debba far mancare nulla, sono d’accordo. Pure deve collaborare all’economia della famiglia andando a lavorare – disse Agnès, dopo avere mandato giù un boccone.

– Il fatto si è che non si campa solo d’amore. Ci sono i bisogni da soddisfare e tutto questo comporta entrate sicure.

– Oggi come oggi, è così e siccome le donne possono lavorare il problema è relativo.

Il vecchio Vincenzo mangiava silenzioso, ma era attento alla conversione dei due, soppesandone le parole.

– Io non ho niente, lavoro ogni tanto e non so proprio come potrei campare una famiglia. Metti poi che proverei vergogna a lasciarmi mantenere da una moglie lavoratrice – riprese Pietrino.

– Non ci sarebbe nulla di male – affermò Agnès.

– Non lo sopporterei. Faccio un esempio. Poniamo che io ti amo e volessi sposarti, come ti potrei campare?  e se vengono i figli poi? Dimmi tu.

– Poniamo –come dici tu- che ti amo anch’io, dobbiamo sacrificare il nostro amore per un tuo pregiudizio? A parte che io faccio la badante.

Vincenzo capì tutto e tossì, come per un boccone andato di traverso, e bevve dell’acqua.

– Non ti farei fare mai la badante o un qualsiasi altro lavoro – riprese Pietrino dopo la sospensione della conversazione per l’inconveniente capitato al vecchio.

– Io non avrei nessuna difficoltà.

– Invece io, sì.

– Anche a costo di sacrificare i tuoi sentimenti?

– Sarebbe davvero dura.

Il discorso si chiuse lì, con la sola certezza che, sebbene in modo così tortuoso, si erano detti d’amarsi. Ma Pietrino era convinto di quello che aveva detto e ciò costituiva una grossa remora a ogni sviluppo successivo. Era felice, però, come lo era Agnès, anche se lei non sapeva come superare l’ostacolo posto da Pietrino, che intanto accompagnava il padre in camera.

Lo sbigottimento era generale e la curiosità allegra. Bisognava vedere per credere! Una folla di curiosi, assiepati davanti l’ingresso del Municipio, vide uscire Vincenzo Sacco con a fianco Agnès, freschi sposi novelli. Con nella faccia stampata l’incredulità, spettatori di quell’assurdo matrimonio, per farli passare fecero ala alla coppia, seguita a poca distanza da Pietrino –testimonio dello sposo- e da Stefana e Peppe –testimoni della sposa- che tenevano per mano Eszter. Scoppiò improvviso un applauso, dapprima timido poi sempre più in crescendo da sembrare un tuono cupo e continuo. Nessuno poteva immaginare che quel matrimonio aveva risolto uno stallo altrimenti insormontabile, creando le condizioni per un’altra unione sospirata e felice.

Il vecchio Vincenzo aveva elaborato il suo piano la sera stessa dopo averli sentiti fare quei discorsi assurdi alla cena. Convinto che non si poteva campare di solo amore e che, alla fine, con le ristrettezze economiche i nodi venivano al pettine; sapendo della situazione del figlio e standogli molto a cuore la sorte di Agnès, aveva escogitato che l’unica era di sposarla, cosicché alla sua morte –che riteneva imminente- lei ne potesse ereditare la pensione (al figlio aveva destinato già altri beni), entrata sicura con la quale insieme potevano vivere degnamente di rendita vita natural durante.

– Vi sembrerà una scoppiettata – aveva esordito, quando li aveva convocati per illustrare loro il piano. – Cadrò nel ridicolo, sarò la meraviglia delle persone io, uomo posato ed equilibrato, autore di una cosa bizzarra se non folle, ma non mi importa, voglio la vostra felicità. Io ti sposo, Agnese. Sarà un matrimonio fasullo, perché io non ti toccherò nemmeno con un dito, ma valido a tutti gli effetti di legge. Puoi star certo di questo, figlio, e tu, Agnese, sei autorizzata a darmi una botta in testa se mi vedi allungare una mano verso di te. Vi tolgo la montagna che vi siete messi nel mezzo perché vi voglio bene, ma mi dovete giurare che starete al patto che stiamo stringendo. Morto io, -mi ci vuole poco-, vi metterete insieme, senza badare ad altro che a voi stessi.

E così fu.

Altri articoli della stessa

3 Responses to La badante ungherese

  1. Nina Di trapani Rispondi

    03/02/2020 a 15:49

    La trama facile da seguire, i concetti sono espressi in maniera chiara.
    La sicurezza della sintassi va di pari passo con la semplicità, la proprietà e la fluidità della lingua.
    Belle le discrezioni di ambienti e di persone!
    Piacevolissima lettura.

  2. miriam giusi iacono Rispondi

    03/02/2020 a 18:35

    Lettura di facile apprendimento e coinvolgente nell’esprimere i vari personaggi nella vicenda vissuta, la paura come parola chiave di tutto racconto permette di immaginare le scene .
    Piacevolissima lettura!

  3. Enza Rispondi

    05/02/2020 a 4:55

    Storia di grande umanità e di amore verso il prossimo che tu hai sapientemente descritta in ogni particolare mettendo in risalto il carattere forte e schietto di Stefana, donna semplice ma dotata di sentimenti altruistici non comuni. Gli avvenimenti sono stati esposti così bene, che sembra vederli scorrere sotto gli occhi, coinvolgendo in tutti i sensi il lettore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *