Io sto con le sardine

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Sono qualcosa di ancora indefinito che tuttavia esprimono una sana voglia di passare dallo stare insieme contro allo stare insieme per

Io sto con le sardine. Rappresentano il ritorno nelle piazze di persone, soprattutto giovani, che vogliono riappropriarsi della politica e lo fanno occupando insieme il territorio, non in nome dell’antipolitica, ma per riempire il vuoto lasciato dai partiti di sinistra. In nome della politica dunque. Stare stretti come le sardine vuol dire stare insieme, a contatto. Stare stretti in spazi larghi, anzi far diventare stretti gli spazi larghi delle storiche piazze italiane. Per fare cosa? Se lo domandano e lo domandano quelli che credono di saperla lunga sulla politica e, naturalmente, sulla vita; quelli che sanno maneggiare le pedine ‘giuste’, quelli che si credono maestri di strategie politiche e sono solo furbetti delle tattiche, quelli che governano i mass media e cercano in tutti i modi di ingabbiare qualche sardina facendola apparire in TV e tentando di trasformarla in una star o un personaggio, bello o brutto non importa, importa che faccia notizia come individuo, non certo come espressione di un insieme. Insieme. Questa mi sembra la parola giusta. La politica come uno stare insieme perché è insieme che ci si difende, ma soprattutto è insieme che si costruiscono le esistenze e le vite. Non la metafora della sopravvivenza del più adatto e del successo individuale, ma quella del cooperare, dell’accogliere, del progettare, non per sé e nemmeno per una parte, ma per tutti. Insieme per estendere a tutti ciò che è di pochi nell’economia, nel lavoro, nella salute, nella scuola, nell’università. Non si può essere di sinistra per meno di questo. Ma oggi ci si presenta a sinistra per negare che ciò possa mai essere uno scopo della politica e ancor meno uno scopo dei partiti. E chi lo afferma è piuttosto ben pagato per non essere sospetto. D’altronde quando si è più o meno occultamente finanziati da chi deve rendere conto solo ai propri azionisti anche sacrificando, se necessario, i lavoratori, perché preoccuparsi di chi non ha lavoro, di chi ce l’ha precario, di chi viene licenziato? Perché preoccuparsi della corruzione e dell’evasione fiscale, quelle vere, quelle grandi e dilaganti? I partiti invocano la trasparenza e poi sguazzano nei segreti, ondeggiando vertiginosamente sopra i confini che sempre più debolmente separano ciò che è legale e ciò che è illegale.

Penso che le sardine vogliano ritrovare il gusto di stare insieme, per lottare contro la solitudine, l’insicurezza, il degrado, la paura e rivendicare il diritto all’argomentazione, il desiderio di sapere, il gusto malinconico della riflessione, la gioia del sorriso, dello sguardo e del contatto fisico oltre che mentale. Tutto questo si è perduto. I partiti di sinistra l’hanno perduto in nome di un realismo senza vita e senza scorza. La macchina desiderante dell’individualismo, dell’apparire, del qui e subito, del successo ci sta divorando. Come dicevano i filosofi stoici, noi siamo come burattini con cui gli dèi si divertono a giocare. Solo che quelli di oggi non sono dèi, ma uomini potenti. Non si vedono, ma ci sono. Non appaiono in TV o sui social, ma comandano e decidono, in pochi e per tutti. Magari si incontrano una volta l’anno in posti stupendi come la Valle dei Templi di Agrigento o in altri luoghi altrettanto meravigliosi. Nessuno li vede, ma tutti ne sono deferenti e ammirati, come con gli dèi o con i mafiosi. Le sardine occupano pubblicamente le piazze italiane, altrettanto meravigliose, ma per vedersi e farsi vedere. Non le vogliono lasciare in mano a Salvini, dopo che sono state abbandonate dai partiti di sinistra. Ma non sono un movimento contro. Sono qualcosa di ancora indefinito che tuttavia esprimono una sana voglia di passare dallo stare insieme contro allo stare insieme per. Che ci riescano o no, è un bene che siano ovunque a guizzare in massa tra noi.

Da Il Tirreno

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