“Io e Nenè felici alla Noce”

di | 1 Ago 21

In questo articolo, pubblicato da Malgrado tutto nell’aprile del 2006, Aldo Scimè ricorda Emanuele Cavallaro, scomparso nel febbraio di quell’anno. Gli anni della loro giovinezza nella contrada molto cara a Leonardo Sciascia, la loro esperienza in Rai e il ritorno nell’amato paese di Racalmuto. Scimè se ne è andato il 31 luglio di quattro anni fa e Cavallaro avrebbe festeggiato l’8 agosto 99 anni.

Nel nostro fotomontaggio la “Noce”, Emanuele Cavallaro e Aldo Scimè

Con Nenè ho trascorso una vita insieme, dall’infanzia alla vecchiaia, a cominciare dalle scorribande per la campagna della Noce nelle lunghe estati contrassegnate dalla cadenza dei raccolti. Dalla raccolta delle mandorle, delle olive, alla vendemmia, che chiamava dal vicino paese schiere allegre di ragazze, guidate da una burbera anziana.

Emanuele Cavallaro

Erano le vendemmiatrici che raccoglievano l’uva in canestri (“cufina“) da trasportare sul capo al vicino palmento. Si formavano lunghe teorie di ragazze dall’andatura eleganti di giovani ninfe o meglio, dritte e altere sotto il canestro, con un portamento di giovani dee. L’allegra teoria giungeva sino al palmento dove una squadra di cinque pigiatori, in circolo, indossanti scarponi appositamente conservati dalla precedente vendemmia e calzoni a mezza gamba, spesso con un fazzoletto attorno alla testa, provvedevano – con i piedi, come ai tempi di Omero – alla prima spremitura: l’uva ridotta in una pasta molle, spillante succo dolcissimo e inebriante, passava ai torchi per la “stritta” e quindi il mosto fluiva copioso nella sottostante “biledda” (una profonda cisterna in cemento). Il giorno dopo il caposquadra si immergeva a mezza gamba nella grande cisterna colma a metà di mosto e con una brocca di latta (decalitro) cominciava la misurazione: ogni decalitro veniva versato negli otri (capaci di quattro decalitri), e infine gli otri venivano stipati nei carretti che portavano il mosto, spesso già in fermentazione, in cantina a Racalmuto.

La sera era il momento culminante della giornata: a ridosso del piano si allestiva una provvisoria cucina per cuocere nelle grandi “maidde” la minestra: pasta di casa tagliata in strisce sottili (tagliarina) arricchita di verdure e seguita da lumachine cotte con cipolla e pomodoro. Per l’aria si spandeva l’odore buono della minestra mischiato con quello – forte, eccitante – del mosto (e Nenè – con mia grande invidia – si dava un gran da fare…).

Alla Noce ci tornavamo sempre d’estate e dopo il tempo della giovinezza tornavamo per i servizi della Radio e poi della Televisione. Sempre noi due assieme al bravissimo tecnico audio Vincenzo Stallone, esperto nel registrare i sonori silenzi della campagna: un tappeto di grilli interrotto dal “chiu” degli uccelli notturni. Su questo tappeto si stendeva poi la voce assorta e ferma di Turi Ferro che recitava con tono asciutto la poesia “Ritorno” di Luigi Pirandello: “Ecco la casa antica, ecco il terrazzo, cassero di una nave, a cui volgea/prospera allora e lieta la fortuna…”.

Una foto di quegli anni alla “Noce”. Da sinistra: Nenè Cavallaro, Peppe Agrò, Maria Andronico, Leonardo Sciascia, Giuseppe Agnello (Foto di Pietro Tulumello)

Furono, quelli gli anni epici dei primi telegiornali e dei primi documentari prima ancora che nelle case in Sicilia arrivasse la televesione.

Ma da Roma Franco Schepis, direttore del primo telegiornale dopo Vittorio Veltroni, ci spedì una fiammante Fiat Giardinetta e una cinepresa Arryflex entrambe affidate a Nenè. Muniti di questi mezzi sprofondammo nel buio della zolfara Emma di Aragona per filmare e intervistare gli zolfatari che lavoravano nudi, a circa quattrocento metri di profondità, aiutati dalla fioca luce dell’acetilene. In quella circostanza trascinammo, dalla superficie fin nelle viscere della terra, un lunghissimo cavo con le pesanti batterie per l’energia elettrica necessaria per illuminare la scena.

Aldo Scimè (Foto di Pietro Tulumello)

La nostra troupe era composta di tre o quattro persone: con me c’era Nenè, alla cinepresa, pronto a risolvere qualsiasi difficoltà. Vincenzo Stallone, l’aiuto Matteo Marsala, incaricato soprattutto di dipanare nel buio della miniera  la lunga matassa del cavo elettrico. Per i servizi più importanti la nostra troupe veniva rinforzata da un quinto personaggio che pilotava una macchina più capiente (all’inizio una vecchia Fiat detta “la Sahariana” per via del fatto che era servita per anni in Libia). L’autista era Nunzio Orfanello che, oltre a sapere guidare benissimo, aveva una bella voce di tenore che in varie circostanze per servizi di folklore, usammo per il suo repertorio di antiche canzoni siciliane (…”vaiu di notti comu va la luna“… cantava assorto, Orfanello).

 Per il primo convegno internazionale sul petrolio appena scoperto andammo a Gela (fine gennaio del 1958). In quella occasione fummo costretti a chiedere al presidente dell’Eni, Enrico Mattei, in prestito, l’elicottero sul quale Nenè nel pomeriggio saliva, con le “pizze” appena girate, diretto assieme al pilota all’aeroporto di Catania da dove l’aereo di linea portava a Roma il servizio che subito veniva – miracolosamente – trasmesso con il telegiornale della sera.

Poi l’infaticabile brigata si disperse: io mi occupavo di altre cose e Nenè rimase ad occuparsi di tutto. In un solo anno, Arryflex a spalla e con la infaticabile giardinetta, percorse quarantacinquemila chilometri in giro per la Sicilia. Ma la passione per il mestiere, per il quale aveva un sentimento quasi religioso, il temperamento irrequieto e la curiosità, lo spinsero  presto fuori dai confini della Sicilia, divenuto un angusto microcosmo, per girare il mondo. Furono anni di instancabile movimento, di grandi passioni appagate. Ma con la pensione e gli acciacchi della vecchiaia tornò alla sua campagna della Noce e sempre più si chiuse in quel piccolo mondo che per lui – e non solo per lui – diventava un microcosmo, racchiudeva tutto il mondo.

La “Noce” (Foto di Salvatore Picone)

Ricostruì e rinsaldò la casa di campagna, scavò un pozzo, piantò alberi. Nel piccolo recinto aperto sulla campagna, da una grande terrazza, osservava albe e tramonti, e con la luce della luna,  ascoltava il frinire dei grilli. E ritrovava lo stesso appagamento, la stessa dolcezza degli anni avventurosi della giovinezza. Bene gli si addiceva la strofa finale della poesia di Pirandello, “Ritorno”: (“Ricordo che ogni sera, non certo questo, un altro grillo, /il mio fantastico e ramingo spirito/ richiamava a questa  pace del mondo/addormentato innanzi al mare”).

La campagna della Noce ha un segreto: ogni tanto strega qualcuno. E di stregati, stabilmente stregati ce ne fummo con Nenè, cinque: lo scrittore Leonardo Sciascia, Carmelino Rizzo e l’agricoltore Nicuzzu Patitu: Le loro case vicine  a un tiro di schioppo l’una dall’altra; tutti e quattro tenacemente attaccati – “come ostriche allo scoglio” – alla campagna della Noce, alle sue dolci colline punteggiate di mandorli, di ulivi, di vigne che procurano il buon vino di colore rubino, di intenso sapore che odora di mandorli e di mare. Un vino forte sul quale indugiavano, nei pranzi solitari, Nenè  e Nicuzzu.

Ora l’allegra brigata si è sciolta… né ci confortano i versi di Salvatore Quasimodo: “…e l’allegra brigata si allontana/lieve nell’aria…”.

 

Da “Malgrado tutto”, aprile 2006

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli

Cerca nell’archivio

Archivi


Facebook