Indietro veloce

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Il racconto di Brigida Bellomo finalista al nostro concorso La strada lunga.

Un ostacolo invisibile rallenta i miei passi e i miei pensieri. Un colpo di vento trasporta, da chissà dove, un profumo mai sentito prima tra queste strade, e ritorno indietro, di tanto.

auto-traffico

Per strada, macchine, motori, mezzi pubblici….

L’aria che solitamente respiro è un raffinato cocktail di sostanze inquinanti, squisitamente di origine antropica, ed è quel genere d’aria che i polmoni, se potessero dire la loro, catalogherebbero come matrigna.

E’ una giornata grigia e umida, che fa seguito ad una tediosa serie di giornate grigie e umide. Il grigio si riflette, si propaga e contamina tutto, persone, case, strade. Il sole è da un’altra parte anche oggi. E, ciononostante, è estate.

Per strada, macchine, motori, mezzi pubblici sfilano senza soluzione di continuità, accompagnate dal consueto strepitio di clacson e dal suono angosciante delle sirene. Una giornata qualunque.

Giro appena lo sguardo verso destra e un fiume di persone straripa all’uscita della metropolitana.

Come tanti soldati che hanno sciolto le righe, si espandono in tutte le direzioni camminano velocemente a testa bassa, passo spedito, sicuro. L’impressione è che nessuno, apparentemente, sembra avere percezione della varietà umana in movimento che gli ruota attorno.

Brigida Bellomo

Brigida Bellomo

E’ proprio delle grandi città, dove si è tutti dei perfetti estranei, e dove la prudenza non è mai troppa, sviluppare questo genere di abilità: si evita accuratamente di volgere lo sguardo verso le persone che ci si ritrova accanto per strada, sui mezzi e nei luoghi pubblici. Perché, guardare, anche per caso, potrebbe risultare rischioso. E prudenza fa spesso rima con diffidenza e si tramuta in indifferenza.

E’ quel genere di abilità che i piccoli centri, i paesini, non riusciranno mai a sviluppare.

La verità è che nessuno si aspetta di incontrare in mezzo a quelle persone un volto amico, un conoscente, qualcuno a cui rivolgere un saluto o un semplice sorriso. E questo, pian piano, genera un distacco. E come se, fuori, per strada, spegnessimo un interruttore che riaccendiamo non appena mettiamo piede a casa, al lavoro, con gli amici.

Anch’io cammino velocemente e non guardo nessuno. Non è voluto, né percepito. E’ un semplice automatismo. Ho sviluppato anch’io, mio malgrado, l’abilità del non guardare.

Ma ora ho sentito nell’aria quel profumo, origano!

Un odore inaspettato, ed ecco l’anomalia.

Un rametto di origano, capitato da chissà dove è finito tra gli ingranaggi di una macchina. E la macchina si è inceppata.
Quella macchina sono io.

Rallento e, all’improvviso, tutto attorno cambia. Non vedo più nulla di quello che mi circondava.

origano

Quell’aroma mi riporta alla terra….

E’ scomparsa la strada, la gente, le macchine, il colore cupo e grigio di un cielo che neanche si vede, ed è apparsa la luce calda e abbagliante del sole di piena estate della mia isola. Un cielo terso, di un blu brillante, uno sfondo perfetto al giallo del sole.

Quell’aroma, mi riporta alla terra e richiama alla mia mente la secca e torrida campagna estiva, con i campi di grano del dopo trebbiatura, quando sul terreno restano solo le stoppie in attesa di essere bruciate e su cui da piccola ho camminato e corso tante volte, rincorrendo qualcosa, qualcuno, o correndo e basta. Quelle stoppie, disegnavano sulle mie gambe righe rosse e bianche, che solo all’imbrunire, a casa, diventavano graffi più o meno profondi, e bruciavano.

Vedo la mia terra, i suoi colori, odori e profumi: il gelsomino, i gerani, le ginestre, i papaveri e poi la menta, il basilico, l’origano, il rosmarino, il finocchietto selvatico e mille altri profumi, odori e sapori, che mi affollano improvvisamente la mente.

Una terra che profuma di cose buone.

E la mia casa, la mia campagna che d‘estate profumava di origano.

Tra le tante piante aromatiche, nella mia campagna, cresceva anche l’origano. Il suo profumo veniva sprigionato nell’aria dal calore del sole e, in presenza del vento, portato lontano. Ogni estate, mia madre lo raccoglieva e ne componeva dei piccoli mazzi che appendeva all’ombra, ad essiccare. Venivano poi in parte regalati alle vicine di casa e in parte lasciati per gli usi familiari.

La rivedo con indosso il grembiule poggiarli, appena essiccati, sopra una tovaglia, sul tavolo della cucina, e sbriciolarne la parte superiore fatta di piccoli fiori e piccole foglie. Un lavoro semplice, svolto nella calura degli oziosi pomeriggi estivi. Sbriciolato, ripulito dai rametti e dalle impurità, veniva riposto in vasetti di vetro che ne conservavano l’aroma per tutto l’inverno.

A lavoro finito, rimaneva per ore in quella stanza, nell’aria e sulle mani un odore intenso e una fragranza che era come un sigillo, una tacita promessa, per grandi e piccoli, di cibi appetitosi e genuini.

In pochi secondi recupero ricordi da un archivio della memoria che avevo dimenticato di possedere. Molti anni e molti chilometri mi separano dal luogo in cui si sono svolti, ma li ritrovo così ben conservati che ne rivivo persino le emozioni e le sensazioni. La mia memoria viaggia veloce, a ritroso, e aggiunge ricordi ai ricordi.

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La stradina sterrata portava ad una piccola scuola di campagna…

Mi rivedo nel balzo alla vista di un serpente sbucato all’improvviso sotto i miei piedi da un cespuglio, in una passeggiata in campagna.

E ricordo quella volta che, in macchina con mia zia, percorrendo una stradina di campagna, una mandria di bovini, sbucata all’improvviso, ci sbarrò la strada. Ebbi allora un incontro ravvicinato con una mucca che, ruminando pacificamente, si affacciò curiosa dal vetro abbassato del mio finestrino e, sporgendo la testa all’interno della macchina, mi guardò negli occhi. Occhi enormi e curiosi riapparsi per un certo periodo nei miei sogni agitati di bambina.

La stradina sterrata portava ad una piccola scuola di campagna ed era bordata da folti arbusti di ginestre che si dispiegavano lungo tutto un lato. Da maggio a giugno, era una esplosione continua di fiori, macchie di un giallo brillante dove orbitavano miriadi di api. Percorrerla nel periodo di massima fioritura, era un viaggio sensoriale, un trattamento ante litteram di aromaterapia.

E poi quel giorno che uno sciame di api decise di insediarsi, in orario scolastico, in una cavità del muro, sopra la porta d’ingresso di quella scuola di campagna. Ci accorgemmo che qualcosa non andava quando, improvvisamente, l’aula, fino ad allora piena di luce, piombò nell’oscurità e dalla vetrata della porta vedemmo una massa scura muoversi freneticamente. Restammo dentro, bloccati da un muro di api, con l’ansia di non sapere come uscirne. Ne uscimmo più tardi, con il capo coperto da tovaglie trovate in un cassetto di un armadio, e solo dopo che lo sciame si era diradato.

Piccole storie, episodi accaduti in anni e momenti diversi, intrecciati e mischiati, riemersi a caso e riportati indietro dal profumo intenso di una pianta che, sicuramente, non potrà mai crescere tra queste strade.

Imperscrutabili meccaniche della mente! Da piccola, non ho vissuto in campagna se non per brevi periodi, eppure, tutto quello che mi torna in mente oggi ha come protagonista proprio la campagna.

Un mondo passato, custodito intatto nella memoria. Un mondo semplice e rassicurante, pieno di luce e di colore.
Sono ferma sul marciapiede e, istintivamente, mi ritrovo a guardare tra la folla, alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, guardo, ma non vedo nessuno e non sento più niente se non l’odore della pioggia che si avvicina. D’un tratto è ritornato il grigio e il sole è scomparso. Un lampo ha appena squarciato il cielo e il tuono che ne segue mi riporta al presente. Delle gocce di pioggia cominciano a scendere e le sento scivolare sul mio viso e sui miei ricordi. Solo un attimo. La macchina si rimette in moto.

Velocemente, mi confondo tra la folla.

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One Response to Indietro veloce

  1. Giugiulena Rispondi

    18/02/2015 a 19:11

    Non manca mai la capacità di portarti letteralmente su quelle scene! Leggendo si ha la perfetta sensazione di quel sole caldo sulla pelle, il bruciore delle ferite una volta tornati a casa, casa ovviamente inebriata da quell’odore di origano. Difficilmente, adesso, è possibile vivere momenti simili, poter immagazzinare ricordi, sensazioni o odori così. Ora, infatti, la folla ci confonde e con noi i nostri sensi. Complimenti Brig!

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