Grotte, Racalmuto. Le tradizioni con il vestito nuovo della festa

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FESTE DI PAESI. La proposta lanciata da Colpi di Spillo di uno scambio di tradizioni fra i due paesi. L’opinione di Accursia Vitello. “La Pasqua Grottese e la Festa del Monte di Racalmuto sono un fatto, culturale, sociale se vogliamo ma soprattutto un fatto, un ricordo, una tradizione che non ha bisogno di essere spiegato o condiviso”.

Quando eravamo ragazzi, al ritorno dal liceo, scendendo dalla littorina, spesso ci pigiavamo in sei o sette dentro quella che non sarebbe mai stata una monovolume e partivamo allegramente alla volta di casa, coi finestrini aperti, mentre ci seguivano le parole di Mimmo Butera  “Ma chi ghiti a lu Munti?” .

Era infatti costume di noi Grottesi andare alla festa del Monte con un’automobile stipata di gente. E loro? Loro, i nostri cugini d’oltralpe (come li chiamavamo affettuosamente, fingendo che le alture che ci separavano fossero più imponenti) facevano lo stesso con noi quando venivano a passeggiare a Grotte durante la Pasqua.

La Pasqua di Grotte

La Pasqua di Grotte

La Pasqua Grottese e la Festa del Monte sono un fatto, culturale, sociale se vogliamo ma soprattutto un fatto, un ricordo, una tradizione che non ha bisogno di essere spiegato o condiviso.

Come le parole e gli aneddoti che ogni famiglia possiede attraverso i quali ci si riconosce, così è la Pasqua di Grotte. E la festa del Monte? Pure.

E’ difficile spiegare per esempio a un non Grottese il paradosso della doppia processione dell’Urna la sera del giovedì e poi quella del venerdì Santo.

Per noi è evidente: portiamo la statua di Cristo al Calvario per poterla vegliare la notte prima della sua crocifissione, dentro una piccola stanza che funge da Orto degli ulivi, dove molte donne passano qualche ora “a fargli compagnia” e poi, dopo la deposizione dalla croce, la riportiamo in chiesa dov’era prima, dentro appunto un’ urna di vetro.

Un’altra cosa normale per noi è che un personaggio delle Recite pasquali si chiami Stelle,  ma che il suo idioma risulti per noi assai meno suggestivo e quasi del tutto incomprensibile, come vuole proprio la tradizione.

Si racconta che diversi anni fa ci fu un colto tentativo di sistemare il canovaccio delle recite, ma la rivisitazione risultò un totale insuccesso perché toglieva l’anima a quelle che non sono parole ma suoni di un’antica cantilena.

Se chiedete a un Grottese che non abita più a Grotte di cosa ha più nostalgia vi parlerà della Pasqua, della Scinnuta dell’urna dal calvario, della “37” e se chiedete a un Racalmutese vi parlerà della festa del Monte, del sudore dei cavalli che salgono i gradini del Santuario, del Cilio…

Del resto in comune con i Racalmutesi abbiamo ancora le ragazzine che passeggiano durante la festa su tacchi improbabili, con le loro gambe grassocce strizzate in gonne arrisicate che testimoniano la resa dell’affetto materno ai dettami della moda e questo elemento ce lo faremo bastare.

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