In auto con Alberto Lupo

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Il racconto della domenica

Massimo D’Antoni

1.

«Le giuro che non l’ho proprio vista, mi è apparso davanti così all’improvviso. Come sta? Si è fatto male? Ha forse battuto la testa?».

Accecato dai riflettori dell’auto ferma e ancora accesa, con lo sportello del conducente aperto, Totò sente ma non vede il suo interlocutore. Si sforza di osservarlo dal basso verso l’alto, dalla bizzarra posizione acculata nella quale si è venuto a trovare. Senza volerlo, s’intende. Percepisce così la sagoma di un uomo. È apparentemente giovane, il tono non appare preoccupato. Al contrario, la voce si mostra controllata e tranquilla. E che voce: perfetto italiano, dizione pregevole. Non sembra del luogo. Ha una pronuncia che a Totò ricorda molto quella di Alberto Lupo, il suo attore preferito, quello de “La cittadella”. Totò è confuso. Non ha ancora realizzato del tutto quanto gli è accaduto. L’assedio di quella sfilza di domande, poi, lo sta agitando oltremisura. Cerca di controbattere a quella specie di interrogatorio cercando di seguire lo schema cronologico.

Sì, sta bene. Almeno questo è quanto gli pare di percepire.

No, non si è fatto male. Non gli pare nemmeno di avere battuto la testa.

No, non sa come sia stato possibile essersi ritrovato improvvisamente faccia bocconi sul marciapiede.

Sì, ricorda benissimo che stava camminando. Tornava a casa. A piedi, percorrendo la curiosa estensione di quella strada separata dal marciapiede solo da una specie di falsariga e non dal consueto cordolo. Risultato inevitabile di sfoglie di bitume accatastate negli anni senza le necessarie preventive scarificazioni.

Sì, Totò ha avvertito l’intenso stridore delle gomme bloccate sulla strada prima di sentirsi urtato. Niente di devastante: ricorda di essere stato spinto appena leggermente sulle gambe, e di essersi così inaspettatamente ritrovato col culo per terra sul lastricato.

Percepisce ancora l’odore di pneumatico bruciato rilasciato sull’asfalto dalla brusca frenata. Chiede ad Alberto Lupo di spegnere quelle maledette luci che lo stanno abbagliando

«Ma venga, l’aiuto ad alzarsi, l’accompagno in ospedale», dice l’uomo.

«In ospedale? Ma no, ma no» risponde Totò tentando di rimettersi in piedi. Si accorge così della vasta sbucciatura sul palmo della mano destra, quella usata d’istinto per parare e controllare la caduta.

«È sicuro che non siano necessari dei punti?».

«È solo un’escoriazione. Brucia un po’, basterà un po’ di spirito».

2.

Totò non vuole saperne di tornare in ospedale. Non da paziente, almeno. Come idraulico manutentore dovrà farlo ancora una volta. È proprio là che lavora. Proprio questa domenica era reperibile. E gli avevano telefonato a casa, nel tardo pomeriggio mentre, seduto in poltrona, cercava di completare le parole crociate a schema libero della Settimana Enigmistica. Era intento a cercare nella sua mente, faticosamente, la risposta al 28 orizzontale: Chi ci crede pensa che ciascuno abbia il suo.

Ma aveva dovuto interrompere.

«È saltato un fusibile dell’autoclave della chirurgia donne», lo aveva informato all’apparecchio la caposala, la deliziosa suor Giulietta.

«Dieci minuti e arrivo», aveva risposto lui.

Santa pazienza, si era incamminato verso l’ospedale. Lo raggiunse dalla solita strada, quella in salita che culmina nella piazza del paese. Poco più di una passeggiata, dunque, prima di arrivare a destinazione. Poi, dopo avere sostituito il fusibile, Totò informò la monaca che era tutto a posto.

«Che il Signore la benedica», gli disse la religiosa».

All’uscita dall’ospedale si imbatté in Giovanni, anche lui manutentore, ma elettricista.

«Anche tu reperibile oggi?».

«Sì. Mi hanno chiamato perché si è fulminato il quadro elettrico della sala operatoria. Ho finito ora. E tu?».

«Un fusibile della chirurgia. Dove sei diretto?».

«Vado a casa. Facciamo due passi in piazza?».

3.

La camicia di Alberto Lupo è di colore bianco candido. È di ottima fattura. Ha perfino le iniziali ricamate. Anzi: solo una iniziale: una L. Lo stile è gotico. La lettera è elegantemente tratteggiata sul lato destro dell’addome con un filo bleu, dello stesso colore dei pantaloni di cotone.

«Andiamo in ospedale. È solo per sicurezza» insiste l’uomo. Era ad Alberto Lupo che Totò stava pensando poco prima dell’incidente. È la sera dell’ultima puntata di Teatro 10, e non vuole perdersela. Compresa la sigla finale, Parole parole, quella in cui, con Mina, il celebre attore sfoggia romanticherie liriche che, tuttavia, non incantano più la sorniona Tigre di Cremona.

«Guardi, davvero: non è successo niente per fortuna. La ringrazio, mi sono rimesso in piedi da solo, vede?» replica Totò rialzandosi.

«Allora vorrei accompagnarla almeno a casa».

Totò capisce che qualcosa deve pur concedere a quello che, a tutti gli effetti, pare essere il senso di colpa di Alberto Lupo. Eppure, quello ha un tono così strano. Come se fosse un automa, come se a parlare fosse una registrazione incisa su nastro magnetico in qualche studio di doppiaggio. Accetta il passaggio. Prima, però, guarda verso l’alto. Realizza così che l’incidente si è verificato proprio sotto il lampione della pubblica illuminazione. Come può, quell’uomo, non averlo visto? Come può non essersi accorto di lui che, eppure, procedeva serenamente a piedi, ben distinguibile? Oltretutto la strada continua ad essere stranamente vuota. Da quando è successo il fatto non è più passata nemmeno un’auto. E dalle finestre non si è affacciato ancora nessuno. Eppure molte imposte sono già aperte, a dimostrare che maggio è foriero di serate già piacevoli. L’idraulico trova tutto molto strano.

«Ma lei non è di qui, vero?» chiede mentre richiude lo sportello e Alberto Lupo fa muovere la sua Fiat 125 scura. Auto elegante, raffinata, con gli interni in radica. Sembra appartenere ad un diplomatico.

«No» risponde laconico il guidatore. «Ma io la conosco».

Totò è sorpreso. Certo, lui è un personaggio pubblico. Sui generis, ma lo è. Fa politica, è consigliere comunale, è stato perfino assessore. Conosce tanta gente in paese. Eppure, osservando a lungo la linea del profilo, quel naso olandese, non gli pare di avere mai visto prima d’ora quello strano giovane. Tanto più che Alberto Lupo gli ha appena detto di non essere del posto. Bene, se è così come fa a conoscerlo?

Totò continua ad osservarlo. Pensa che questo Alberto Lupo è un po’ più giovane di quello di Teatro 10. Questo qui non avrà più di trent’anni, e vanta un fisico atletico e asciutto. E, in più, veste molto bene. È ben pettinato, porta occhiali da vista, dalla robusta montatura scura. Il percorso in auto è appena iniziato quando Totò si accinge a chiedergli di deviare a destra, imboccando la strada in salita, dove vive con la sua famiglia. Alza il braccio indicando la via. Ma non fa in tempo a parlare.

«Perché non ha seguito il consiglio del suo amico Giovanni?» gli chiede all’improvviso Alberto Lupo.

Totò raggela. Spaventato, rimane con il braccio a mezz’aria. Si guarda intorno, come se si trovasse a Specchio segreto, come se dovesse improvvisamente percepire da qualche parte la presenza di una delle telecamere nascoste di Nanni Loy.

«Ma lei cosa ne sa, scusi»? chiede dunque tra l’incerto e il timoroso. Totò ascolta la sua stessa voce con uno strano effetto ovattato, come se con quel tipo strano si trovassero in una stanza insonorizzata e non su di un’auto che, considera, procede troppo lentamente per essere guidata da qualche possibile malintenzionato. Potrebbe perfino aprire la portiera, scivolare fuori e darsela a gambe. Ma non lo fa. Pensa che potrebbe offrire a quell’uomo così distinto quei pochi spiccioli che ha in tasca. Ma dubita che possa trattarsi di un rapinatore. Potrebbe perfino gridare aiuto, bussare a qualche portone, invocare l’intervento dei carabinieri. Ma Totò non riesce a fare niente di tutto questo.

Alberto Lupo riprende a parlare.

«Ricorda? Giovanni le aveva consigliato di non farle quelle scale, e di tornare a casa dalla strada che fa sempre. Quella che quando esce di casa percorre in salita e quando torna affronta morbidamente in discesa. Eppure lei non gli ha dato retta».

Il tono è secco. Ma malgrado le parole chiare e nette, nella voce di quello strano tipo non c’è né rimprovero né sussiego.

«Ma a lei cosa interessa?» riesce a chiedere.

Non arriva alcuna risposta. Anzi, mentre guida, Alberto Lupo con una mano governa il manubrio, con l’altra si accende una sigaretta. L’idraulico è sempre più stupito e frustrato dall’assenza di quelle spiegazioni plausibili che vorrebbe tentare di dare almeno a se stesso. Il cuore gli batte a mille, è ormai decisamente sconvolto. Il conducente, peraltro, non ha imboccato la strada in salita dove abita il suo passeggero. No, sta tirando dritto, si dirige alla stazione ferroviaria.

4

«Vado a casa, stasera c’è l’ultima puntata di Teatro 10» disse Totò salutando il suo amico. Giovanni ricambiò il saluto, dandogli appuntamento per l’indomani. Totò, dunque, si incamminò. L’elettricista lo osservò stupito. Si rese conto che l’idraulico stava dirigendosi in una direzione inaspettata.

«Ma dove vai?» gli domandò.

«Te l’ho detto, vado a casa» rispose lui svagato, quasi senza voltarsi.

«Ho capito. Ma perché stai prendendo le scale e non fai la strada che fai sempre?». «Niente, stasera voglio cambiare direzione».

Era la prima volta che gli veniva in mente di fare una cosa del genere. Quelle scale dalla piazza conducono al passaggio a livello, situato tra la marina e la stazione ferroviaria. Pochi metri più avanti e Totò sarebbe arrivato a casa percorrendo il centinaio di metri di strada in salita, imboccandola dalla parte inferiore, e non da quella superiore, ossia dalla discesa. Insomma: per una sera avrebbe raggiunto casa da una strada diversa. Non che si trattasse di una scorciatoia. Non lo era affatto. Anzi, la salita l’avrebbe resa più faticosa. Ma forse per una sera Totò desiderava solo spezzare la strana monotonia di un tragitto che faceva almeno tre, quattro volte al giorno. Non aveva la macchina, non aveva preso nemmeno la patente. Camminava, camminava tanto. E non gli dispiaceva.

«Non devi sfidarla mai la sorte, potresti pentirtene. Non devi cambiare lo schema che il Signore ha creato per te».

Era stato così che il suo amico Giovanni lo aveva consigliato. Totò arrestò il cammino. Si voltò e lo guardò. Sorrise.

«Ma che minchia dici Giovanni! Sempre lo stesso sei!».

Giovanni era quello con la mania delle sedute spiritiche, dei sermoni sulla magia bianca e su quella nera, delle storie pagane frammiste ai fatti sacri, come se non sapesse che se ti rivolgi a Gesù non puoi rivolgerti al tempo stesso anche ai nemici di Gesù, come se non sapesse che accanto all’immagine sacra del Signore affissa sulla porta di casa non puoi metterci accanto il fiocco rosso, quella che tutti chiamano “scocca”. Totò sorrideva. Giovanni no.

«Non crederci ma guardati, non sfidare il destino», aveva insistito quello, con il tono di chi la sa lunga.

5.

Adesso, mentre il suo accompagnatore ferma l’auto e spegne il motore, Totò ripensa al monito di Giovanni. Alberto Lupo dal canto suo non lo degna neanche di uno sguardo. Nel frattempo è appena arrivata la littorina proveniente da Alcamo diramazione. I passeggeri, alla spicciolata, raggiungono il piazzale della stazione. Totò da dietro il finestrino cerca con lo sguardo qualcuno che possa riconoscerlo, aiutarlo, in qualche maniera metterlo in salvo da quello strano sconosciuto che lo sta letteralmente atterrendo. Eppure Totò si accorge che nessuno fa caso all’auto ferma, tanto meno a chi la occupa. È come se fosse invisibile. Sì, identifica almeno tre o quattro conoscenti, e non capisce nemmeno se può salutarli, se può parlare con loro. Non gli pare che Alberto Lupo nutra la benché minima preoccupazione per un’ipotesi del genere. Ma in effetti i passanti non lo calcolano.

«So cosa pensa, caro amico», disse improvvisamente l’uomo. «Ritiene che quello che è accaduto sia solo una banale coincidenza. Bene, io le assicuro che non è stato così. Vede, se solo avesse avuto l’umiltà di non escludere che Giovanni potesse avere ragione, magari stasera non sarebbe successo nulla. E invece no. Lei ha deliberatamente snobbato l’avvertimento del suo amico. La sua è stata solo presunzione. Il suo scetticismo ha rivelato una superbia sbagliata».

Totò lo guarda con gli occhi sbarrati.

«Mi sta dicendo che avrebbe potuto uccidermi?».

«No, le sto dicendo che lei non può immaginare di potere essere più superbo di me».

«Più superbo di lei? Come sarebbe a dire?».

Alberto Lupo non risponde. Rimette in moto l’auto. Non dirà più una parola fino all’arrivo a casa. La moglie e il figlio più piccolo di Totò sono affacciati al balcone. L’idraulico dell’ospedale non perde più tempo. Apre la portiera, osserva per l’ultima volta l’iniziale sulla camicia di Alberto Lupo. Quella L cosa significa? E se fosse Lucifero in persona? Scende, richiude la portiera. La 125 di Alberto Lupo riparte sgommando.

6.

Totò riapre gli occhi. È un po’ disorientato, ma realizza quasi subito che si era addormentato sulla poltrona. L’orologio al suo polso indica le 18,30. Sorride, è contento che sia stato solo un brutto sogno. Abbassa lo sguardo. Ha ancora sulle gambe la Settimana Enigmistica. I suoi occhi tornano subito sul 28 orizzontale: “Chi ci crede pensa che ciascuno abbia il suo”. Scrive la risposta. Adesso non fa alcuna fatica a trovarla: è Destino. Alza il giornale. Rabbrividisce mentre si accorge che ha il palmo della mano con una ampia e ancora rovente escoriazione. Squilla il telefono. Sconvolto, sa già che si tratta di suor Giulietta, la caposala della chirurgia.

Sciacca, 14 maggio 1972

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3 Responses to In auto con Alberto Lupo

  1. Avatar

    Flavia Verde Rispondi

    14/06/2020 a 23:37

    Bellissimo racconto, Massimo. L’ho letto tutto di un fiato. Il ricordo del tuo papà lo trovo amorevole. Come se gli facessi ancora adesso una affettuosa carezza.

  2. Avatar

    Nuccio Cusumano Rispondi

    16/06/2020 a 14:45

    Bravo Massimo. Sei stato straordinario. Tutto in memoria di Toto’, tuo padre, persona straordinaria e intelligente. Un caro abbraccio. Ad maiora nuccio cusumano

  3. Avatar

    lillo craparo Rispondi

    16/06/2020 a 22:52

    Ho letto.Hai ricordatato in modo ballo papa’ tuo. Anch’io voglio ricordare tuo Padre ,l amico Toto’,Che ha lavorato con me in ospedale a Sciacca per tanti anni.
    L ‘ho conosciuto prima che cominciasse a lavorare presso
    il vecchio nosocomio di via Figuli stimandolo per la sua serieta’e dopo il mio apprezzamento e’ cresciuto ,per la passione con la quale seguiva il settore a lui affidavit.Era orgoglioso di he e si commoveva,quando io esprimevo giudizi positivi su di te,a cominciare dall’esperienza in uno tv toscana sino al rientro a Sciacca,alla direzione di una testata televisiva Rmk,molto conosciuta e apprezzata.
    Lo ricordero’ con una preghiera.Riposi in pace.un abbraccio lillo craparo

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