Immigrati ed integrazione linguistica

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L’importanza strategica che la questione linguistica ricopre nel fenomeno migratorio. 

Alessandro Riccardo Tedesco

“Le lingue, come il passato ma anche il presente ci insegnano, possono drammaticamente separare i popoli se considerate espressioni di identità monolitiche e chiuse e diventare strumenti potenti e aggressivi di rifiuto dell’altro. Ma le lingue possono invece unire popoli diversi, soprattutto se vengono considerate parti di una competenza linguistica multipla, elementi essenziali di conoscenza del proprio interlocutore e ponti utili per quel dialogo interculturale che tutti invochiamo, ma che è ancora lontano dall’essere realizzato”.

Così Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca, in apertura del 75° Congresso Mondiale dell’IFLA sul tema “La lingua: il nostro passato e il nostro futuro”.

Oggi l’Italia si trova ad affrontare il fenomeno dell’immigrazione che altri paesi, europei ed extraeuropei, hanno invece già maturato acquisendo una enorme ricchezza multilinguistica e culturale. L’Italia sconta quella che gli economisti hanno chiamato “emigrazione interna”: l’esodo nel periodo dello sviluppo industriale di risorse provenienti dalla stessa nazione e prevalentemente dal sud Italia. Dal punto di vista culturale questo particolare aspetto, unico in Europa, ha creato forse un arricchimento culturale ma non linguistico, generando tra l’altro rilievi sociologici molto simili a quelli a cui oggi assistiamo nei confronti dell’immigrato extracomunitario.

L’immigrazione interna in Italia

Nel periodo dell’esodo interno dal sud verso il nord della forza lavoro, un elemento fondamentale hanno svolto i mass media: prima la radio e poi la televisione con programmi culturali e poi proprio la TV di Stato con la creazione proprio di un palinsesto dedicato alla lingua italiana che vide l’impegno dell’indimenticabile “Non è mai troppo tardi” condotto dal maestro Alberto Manzi: furono realizzate 484 puntate fino al 10 maggio 1968, anno in cui poté essere sospesa grazie all’aumento della frequenza alla scuola dell’obbligo.

“Non è mai troppo tardi” ebbe un importante ruolo sociale ed educativo, contribuendo all’unificazione culturale della nazione tramite l’insegnamento della lingua italiana e abbassando notevolmente il tasso di analfabetismo, particolarmente elevato nell’Italia di quegli anni. Infatti pare che, grazie a queste lezioni a distanza, quasi un milione e mezzo di persone sia riuscito a conseguire la licenza elementare. Il progetto ebbe inoltre un grande successo internazionale, in quanto fu imitato da settantadue paesi. Tale esperienza fa comprendere quanto sia complesso, diversificato e a lunga scadenza il compito dell‘integrazione in generale e di quella linguistica in particolare. Esso si proietta sulle generazioni successive a quella di chi ha compiuto direttamente la migrazione.

E’ evidente come la prima e più immediata urgenza sia quella dell’integrazione linguistica dei migranti, dunque persone al loro ingresso in Italia, che vivono direttamente l’esperienza della migrazione e che aspirano a soggiornare in Italia per un periodo più o meno lungo (in ogni caso di almeno un anno). Per costoro il problema linguistico si pone immediatamente come particolarmente importante, e dall’altra parte l’istanza di integrazione linguistica è quella che in maniera eminente tenta di trasformare la questione dell’integrazione che, dati i numeri, si pone necessariamente in termini di massa nella possibilità di un’integrazione realmente individuale per ciascuno di coloro che di tale massa fa parte.

Nell’affrontare il fenomeno dell’immigrazione, deve essere posto quindi un problema della centralità della questione linguistica nel dibattito pubblico sull’integrazione. Un fenomeno e non un’emergenza, da gestire all’interno di percorsi di riforma strutturale, prima istituzionali e poi del sistema privato e del volontariato.

Il Decreto Sicurezza

L’approvazione del Decreto Legge Sicurezza e Immigrazione rappresenta un segnale opposto a questa esigenza. In merito al provvedimento adottato dal governo Lega/Movimento 5 Stelle, e in vigore dal 1 gennaio 2019, si devono fare considerazioni che definiscono il quadro generale del fenomeno migratorio in Italia:L’Italia è un paese natalità negativa, servono risorse per non scomparire, con la dinamica demografica di cui si soffre: l’immigrazione è l’unico mezzo per riequilibrare il sistema pensionistico, almeno finché non cambierà il nostro saldo demografico.

1. L’Italia è un paese natalità negativa, servono risorse per non scomparire, con la dinamica demografica di cui si soffre: l’immigrazione è l’unico mezzo per riequilibrare il sistema pensionistico, almeno finché non cambierà il nostro saldo demografico

2. La competitività è data dalla diversità: lo stato più potente al mondo sono gli USA, quello più multietnico, nato sull’immigrazione. Se un paese vuole essere oggi competitivo nel mondo globalizzato non può lasciare fuori dal processo produttivo risorse umane portatrici di diversità in termini di valori, conoscenze, esperienze sociali, lingue, visioni del mondo utili ad abbattere qualsiasi barriera nel sistema di comunicazione.

3. L’immigrazione è un fenomeno inarrestabile: la gente si sposta, lo ha sempre fatto e continuerà a farlo.

4. L’Italia è il paese in Europa che ospita il minor numero di rifugiati in Europa con 2,4 rifugiati su 1000 residenti, sedicesima nella classifica guidata da Svezia con 23,4 e Malta con 18,3; la Germania con 8 e Francia con 4,6 (dati UNHCR ed elaborata da Le Nius).

5. Gli immigrati sono l’8,3%  della popolazione italiana, pari a circa 5 milioni di persone; contribuiscono per 127 miliardi al PIL italiano, ovvero l’8,6% del PIL totale; versano tasse IRPEF per 7 miliardi e contributi previdenziali per 11 miliardi, pagando di fatto 640 mila pensioni agli italiani. Sotto il profilo economico sono quindi un affare per il sistema Italia (Rapporto annuale della Fondazione Leone Moressa di Mestre).

A queste notazioni la risposta delle istituzioni italiane è stata prevalentemente parziale, con enormi ritardi strutturali, con carenze dal punto di vista legislativo, organizzativo, ma soprattutto con un approssimativo senso della realtà. Tutte caratteristiche che non favoriscono l’integrazione degli immigrati e anzi contribuiscono a determinare un quadro di negative condizioni socio-economiche per tutta la nazione.

Il sistema integrazione in Italia

Oggi il totale del numero di immigrati presente in Italia è di circa 600.000, di questi al mese di gennaio 2019 gli ospiti dei centri di accoglienza italiano (SPRA, CAS, CARA, ecc.) sono circa 180 mila persone, di cui 36.000 nei centri SPRAR e il rimanente 80% nei CAS e affini.

L’accoglienza integrata è garantita dal sistema SPRAR che implicava, prima della trasformazione in legge del Decreto Sicurezza, la costituzione di una rete locale (con enti del terzo settore, volontariato, ma anche altri attori) per curare un’integrazione reale nella comunità locale, da realizzarsi attraverso attività di inclusione sociale, scolastica, lavorativa, culturale. Pur avendo nella pratica una funzione identica allo SPRAR, i CAS sono strutture temporanee in attesa che i beneficiari facciano il loro ingresso nel mondo dello SPRAR e concepiti e gestiti in modo diverso, avulsi dal territorio e dove mancano linee guida certe e concordate, sganciate dalla necessità di integrazione.

Il nuovo sistema di accoglienza dei migranti in Italia disegnato dal ministro degli Interni Salvini va nella direzione di una riduzione molto significativa degli SPRAR, che si ridurrà a poche migliaia di posti, a favore dell’accoglienza in modo strutturale nei CAS la cui qualità dei servizi è molto più disomogenea.

Si tratta di una situazione diametralmente opposta a quella del 2017, quando l’obiettivo del ministero allora guidato dal ministro Minniti era far aderire sempre più comuni alla rete SPRAR per continuare ad aumentare, possibilmente a ritmi sempre maggiori, i posti disponibili nelle strutture del programma. E in effetti l’intenzione aveva sortito qualche effetto, se si osserva la crescita continua, seppur lenta, dei posti disponibili nel programma SPRAR negli ultimi anni.

La conseguenza principale delle nuove norme è però che i richiedenti asilo, non avranno accesso ai servizi per l’integrazione garantiti dai progetti SPRAR: insegnamento della lingua italiana, formazione professionale su tutte, e poi supporto all’inclusione sociale attraverso attività sportive, culturali, di volontariato. L’accesso a questi servizi è stato cancellato in maniera organica eliminandone le voci di finanziamento.

La ridefinizione del sistema di integrazione avvenuta con l’approvazione del Decreto Sicurezza pone un problema che non è solo nei confronti del fenomeno immigrazione, ma palesa una non corretta valutazione del sistema sociale complessivo del paese. Avere ben chiari dati come quelli enunciati in apertura, sarebbe stato dovere del politico che avrebbe dovuto legiferare in funzione dell’interesse della nazione. Il sistema accoglienza in Italia andava riformato sulla scorta, appunto, dell’esperienza degli SPRAR, magari prendendo spunto dai sistemi di altri paesi europei. E se le necessità attuali del mercato del lavoro sono quelle di figure professionali “low skill”, rimane comunque imprescindibile la conoscenza della lingua italiana per accedere ai corsi di formazione professionale che introducono al lavoro specializzato e per cui si contano circa 1 milione di posti di lavoro (fonte Face4Job). Ad oggi solo negli SPRAR vige la regola dell’obbligo di insegnamento della lingua italiana: 10 ore settimanali che vengono erogate dal gestore, coadiuvato dalla rete dei CPIA (Centri per l’istruzione degli adulti le cui risorse sono state adattate all’insegnamento della lingua italiana agli stranieri).

Il risultato di tale sistema è una bassissima competenza linguistica acquisita dagli immigrati, e ancora più bassa percentuale di immigrati alfabetizzati ad un livello basico e quindi scarse capacità di apprendere skill formativi e professionali adeguati alle richieste del mercato del lavoro.

Cosa succede in Germania

 Dal 2015 la Germania ha accolto più di un milione e mezzo di immigrati fuggiti da luoghi di crisi o di guerra (soprattutto, nell’ordine, Siria, Iraq, Afghanistan, Iran, Pakistan, Somalia, Eritrea e Nigeria).

L’inserimento è stato aiutato dai corsi di lingua e di conoscenza del Paese, predisposti per aiutare l’integrazione: dall’estate 2015, nei vari Land, anche grazie all’impegno di migliaia di volontari e centinaia di finanziatori le amministrazioni e gli enti pubblici si sono attivati con progetti innovativi. L’organizzazione, il pragmatismo e la volontà caratteristici della Germania stanno realizzando il «wir shaffen das» – ce la faremo – della cancelliera Angela Merkel. Contestata da una parte crescente della destra (anche del suo partito della Csu-Cdu) e da un’opinione pubblica timorosa, l’evolversi dei fatti le ha dato ragione: a maggio 2017 i richiedenti asilo con un’occupazione in Germania erano circa 203.700, un anno dopo oltre 306.500. Il dato fondamentale è che i richiedenti asilo che trovano più facilmente impiego sono i giovani istruiti che hanno raggiunto una buona conoscenza del tedesco.

Centralità della questione linguistica nel dibattito pubblico sull’integrazione

Il vivere comune, il “gesellschaftliches Miteinander” non può funzionare, vale a dire non può esistere integrazione, se non avviene integrazione linguistica. Sulla base di tale principio, il Deutsch als Zweitsprache, il tedesco come seconda lingua, è la dimensione ideale per caratterizzare il rapporto degli immigrati con la lingua tedesca, ed è perciò in tale cornice che è stata impostata la questione dell’integrazione linguistica dei migranti in Germania e la progettazione dei corsi di integrazione.

Nel 2004 la Germania ha approvato una nuova legge sull’immigrazione, entrata in vigore il 1° gennaio 2005, tale legge è dedicata alla “promozione dell’integrazione” e la misura prevista per la promozione dell’integrazione è quella dell’Integrationskurs: un corso cui i migranti di lungo termine (vale a dire coloro che intendono soggiornare in Germania per almeno un anno), qualunque sia il motivo del soggiorno, possono partecipare, o in alcuni casi sono addirittura obbligati a partecipare, se le loro conoscenze linguistiche sono nulle o eccessivamente carenti. L’Integrationskurs nella sua forma standard è costituito da un corso introduttivo della durata di 60 unità didattiche di 45 minuti, mirato a fornire informa-zioni relative alla storia, alla cultura e all’ordinamento costituzionale e sociale della Germania, e da due livelli di formazione linguistica (base e medio), per complessive 600 unità didattiche, sempre da 45 minuti ciascuna, che consentono di raggiungere un livello di lingua tedesca B1 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue. La formazione linguistica rappresenta dunque nella previsione legislativa il nucleo vero e proprio delle misure di integrazione per gli immigrati (Zuwanderer).

Le disposizioni federali in materia di integrazione linguistica affidano poi all’Ufficio Federale per i Migranti e i Profughi (l’omologo italiano del Servizio Centrale, ufficio del Ministero degli Interni) , il compito di coordinare la concreta offerta di Integrationskurse, che sono realizzati da una miriade di enti, istituzioni e scuole di lingue (pubblici e privati), nel tentativo di coprire le centinaia di migliaia di potenziali richieste, nonché di tener conto nei limiti della possibile dell’eterogeneità dei destinatari, predisponendo anche corsi speciali e differenziati.La “seconda lingua” (Zweitsprache) non è dunque “secondaria” nel senso di meno importante, in Germania, tutt’altro: essa è chiamata a svolgere sostitutivamente funzioni comunicative essenziali assegnate primariamente alla lingua madre, e in ultima analisi sotto molti aspetti determina la vita del parlante nella realtà dell’emigrazione esattamente come faceva la lingua madre nella realtà d’origine. È perciò pienamente comprensibile che si connetta la definizione stessa di Zweitsprache alla problematica dell’identità come quella «nuova lingua che svolge un ruolo importante nel conseguimento, nel mantenimento e nella trasformazione dell’identità dell’apprendente» e che in virtù di ciò è qualcosa di più che in maniera neutra una lingua “straniera”.

Soprattutto va sottolineato ancora più chiaramente che l’essere migrante istituisce con la lingua straniera un rapporto peculiare, diverso da quello dell’essere straniero, e che dunque il problema dell’integrazione linguistica, ovvero di ciò che è essenziale nel determinarla, si è posto necessariamente rispetto alla qualità di migrante, non di straniero, e rispetto alla differenziazione fra queste due qualità.

L’emancipazione linguistica per una reale integrazione

Con questo contributo si è cercato di analizzare la questione dell’integrazione linguistica dei migranti in Italia, tracciando una cornice di riferimento relativa ai fattori demografici, legislativi, linguistici e di orientamento del dibattito pubblico che determinano la comprensione del fenomeno.

L’esempio del sistema Deutsch als Zweitsprache della Germania, è più che utile per far comprendere come un fenomeno che in apparenza si presentava estremamente problematico, affrontato con le dovute competenze, abbia generato un vantaggio competitivo.

E’ stato dato rilievo all’importanza che la questione linguistica ricopre nel fenomeno migratorio e quanto questa rivesta un’importanza strategica per creare le condizioni affinché si possa generare un vantaggio sociale ed economico per il paese ospitante.

Un paese evoluto dovrebbe affrontare la gestione del fenomeno della migrazione con un’analisi costi/benefici, pianificando gli interventi nel settore e programmando degli strumenti di lunga durata che possano realizzare le migliori soluzioni per la nazione. Nello specifico, assume importanza centrale il processo di integrazione di cui fondamentale è proprio l’emancipazione linguistica.

In Italia si dovrebbe in definitiva convergere sulla assunzione di responsabilità da parte degli attori politici che significa elaborare, sulla base dei dati reali, quanto la realtà suggerisce di fare. L’intervento di cui il legislatore dovrebbe occuparsi sarebbe incentrato su un’analisi dei bisogni linguistici dei migranti, che rivelano una complessità che va oltre le esigenze comunicative quotidiane più pratiche, e coinvolgono il tema del rapporto fra la lingua straniera appresa o acquisita nel paese di emigrazione e centrale nella nuova vita quotidiana e identità stessa del migrante.

La chiave di volta di questo rapporto, come anche della possibilità di un’integrazione linguistica dei migranti in generale, è l’acquisizione di strategie di emancipazione linguistica, in particolare proprio rispetto ai bisogni di azione linguistica più profondi nel migrante che si risolvono ovviamente nella ricerca di un lavoro e conseguentemente nella creazione di uno spazio sociale a cui l’essere umano civile non può rinunciare.

Nelle foto Alessandro Riccardo Tedesco con alcuni suoi allievi

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Alessandro Riccardo Tedesco è giornalista pubblicista e appassionato di fotografia. Docente abilitato in Italiano L2, insegna agli stranieri presso alcuni centri di accoglienza della provincia di Agrigento e strutture private. Ha recentemente pubblicato per la casa editrice Versante Sud di Milano un volume dal titolo “Mountain bike in Sicilia”.

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