Il vecchio dalle spalle ricurve

da | 12 Apr 20

Il racconto della domenica

Pippo Provenzano

Thor guardò là dove il sole moriva.

Rimase a lungo a guardare, rincorrendo con i suoi occhi ormai stanchi, le chiazze dorate che un bizzarro pittore sembrava divertirsi a spruzzare tra cielo e mare, in mezzo a una tela sempre più scura, tra una schiera di nubi squarciate da frequenti bagliori.

Poi le luci divennero sempre più fioche, soffocate da un’orrida ombra, come le speranze di Thor in un giorno lontano, tra sterpi e rovi e viscide serpi.

Quel giorno in cui era rimasto con la solitudine, tra mostri di cemento dai lunghi tentacoli, in mezzo ad aridi campi senza confini e acque stagnanti come le sue idee.

Quel giorno in cui giovani e vecchi e donne e bambini erano andati via su case d’acciaio, spruzzando fuochi tra cieli stellati, in cerca di verdi e vergini campi, dove non fossero più barriere infrante, petti squarciati e bocche fumanti.

Il pensiero di Thor corse a quel tempo lontano, rovistando nel grande e arido campo dei suoi sbiaditi ricordi e vide il fuoco dei giganti d’acciaio svanire e riapparire in un cielo trapunto di stelle.

E la gente, come formiche, riversarsi sugli immensi astroporti, correndo dietro a giovani sogni e a fresche speranze. Rivide le viti farsi sempre più secche e i campi inaridire, pur in mezzo ad erbe sempre più folte e le giornate sempre più buie, tra un cielo scevro di nuvole e i raggi del sole splendente.

Gustò l’aspro sapore della sua solitudine, ripensò ai suoi sogni affossati, pur in mezzo a campi infiniti e all’azzurro del mare.

E il lento fluire dei giorni, perenne fardello sulle sue spalle ricurve.

Poi il ritorno dei fuochi splendenti e delle case d’acciaio, delle speranze soffocate e delle distrutte illusioni, di armi potenti e di gioie crudeli, di fantocci di pezza e di pupi di latta.

E il sentirsi ancora più solo tra la gente straniera, con le proprie idee vaganti nel nulla e le spalle sempre più curve.

Le nubi erano cariche d’acqua, l’orizzonte ancora più scuro. L’oscurità si fece più fitta, coprendo le fiacche luci stanchi fanali e allora Thor lanciò il suo triste e monotono canto.

“Se hai fatto della bontà il tuo credo, se hai guardato agli altri come a dei fratelli e se due occhi di bimbo, il volo di una rondine, l’amore di una madre o gli sguardi fuggenti di due innamorati hanno dato le ali alla tua fantasia.

Se ti raffiguri ancora mondi lontani, orizzonti felici, meriti riconosciuti o promesse mantenute e ti ritrovi a percorrere vie inesplorate e se non hai mai assaporato dell’odio o il gusto di una piccola vendetta, questo non è, o uomo, e non sarà mai il tuo mondo”.

Tali parole andava ripetendo il vecchio dalle spalle ricurve, un lampo tagliò l’orizzonte, frettolosi passanti furono inghiottiti dall’oscurità, rigagnoli d’acqua s’intrecciavano e si azzuffavano.

Un bambino, incurante della pioggia, si fermò ad ascoltarlo.

Il vecchio continuò a parlare e parlò della luna e del mare, del bene e del male, della gioia e del dolore.

L’oscurità vomitò un’auto, si udì un rumore e il vecchio cadde a terra privo di vita.

Il bambino guardò il vecchio, che poco prima aveva detto parole a lui sconosciute.

Anche il vecchio sembrava guardarlo, un sorriso abbelliva il suo volto.

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