Il testimone dell’omicidio Livatino: “La mia vita in incognito con la coscienza a posto”

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Nel trentesimo anniversario dell’omicidio del giudice, parla Piero Nava, l’agente di commercio che vide e denunciò gli assassini. Oggi a Palermo si parlerà del ruolo fondamentale dei testimoni di giustizia in un convegno organizzato dall’Associazione nazionale magistrati

Il giudice Rosario Livatino

Nel trentesimo anniversario dell’omicidio di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” in corso di beatificazione, parla Piero Nava, l’agente di commercio che vide e denunciò gli assassini. Intervistato da Felice Cavallaro per il Corriere della Sera, il testimone che ha dovuto cambiare con moglie e figli identità e Paese spiega di non avere mai avuto ripensamenti “nonostante la mia vita in incognito, sempre con la coscienza a posto”.

Di Nava e del ruolo fondamentale dei testimoni di giustizia, nel giorno dell’anniversario che cade il 21 settembre, si parla a Palermo con un convegno organizzato dall’Associazione nazionale magistrati. Dopo il ricordo di Livatino organizzato sabato 19 dai magistrati di Agrigento con il presidente della Camera, oggi a Palermo anche don Giuseppe Livatino, il primo postulatore del processo di beatificazione. Appuntamento per le 15.30 al Palazzo di giustizia, presente il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Coordina i lavori Felice Cavallaro del quale pubblichiamo l’intervista realizzata con il testimone ormai senza volto da trent’anni.

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PALERMO – I trent’anni dall’omicidio di Rosario Livatino coincidono con trent’anni di una vita in incognito. Quella del primo testimone di giustizia sul fronte antimafia, Piero Nava, protagonista di una odissea adesso raccolta in un libro dal titolo eloquente “Io sono nessuno”.

   Senza rimpianti? 

   “Senza alcun ripensamento, cosciente di avere fatto esclusivamente il mio dovere”, risponde questo agente di commercio che il 21 settembre del 1990, in viaggio a bordo della sua auto fra Canicattì e Agrigento, vide il brutale inseguimento del “giudice ragazzino” ucciso sotto i suoi occhi. Pronto senza indugi ad avvertire le forze di polizia, a testimoniare contro assassini e mandanti. E, quindi, a cambiare con la sua famiglia identità e continente.

   Cos’è accaduto dopo? 

   “Come raccontiamo nel libro scritto con il cuore da Stefano Scaccabarozzi, Lorenzo Bonini e Paolo Valsecchi, tre giovani della mia Lecco, io sono sparito per 11 anni cambiando città, stati, continente. Poi ho ricominciato a lavorare sotto nuova identità”.

   In Italia? 

   “Nel Sud Italia. Io sono ormai un uomo del Sud dal 1978, quando la mia carriera commerciale cominciò a Napoli. Vendendo serramenti e porte per aziende del Nord. Come facevo nel settembre 1990 in provincia di Agrigento”.

   Ha ricominciato facendo lo stesso lavoro? 

   “Sempre nel settore del commercio. Dalla base, come quando avevo 18 anni. Con datori di lavoro sorpresi. Un’esperienza boia la sua, mi dicevano. Maturata dove? E inventavo. Dovevo fingere di non avere mai fatto quel lavoro”.

   Adesso è arrivato il tempo del riposo? 

   “Delle letture, della pensione. Da tre anni. I figli sono grandi, hanno la loro vita. Ovviamente anche loro non si chiamano più Nava”.

   Mai un dubbio nemmeno in famiglia? 

   “Mai il dubbio che denunciando gli assassini del giudice Livatino e cambiando vita avessimo sbagliato. Esattamente il contrario. Tutti convinti che fosse giusto così. E non solo noi. Anche amici e parenti che non abbiamo più potuto frequentare con regolarità, come un tempo mai più tornato”.

   Si sente un modello per i giovani, come sostengono i tre autori del libro? 

   “So che la mia scelta è stata obbligata dalla coscienza. E’ la sola strada maestra per mantenere rispetto di se stessi. Le conseguenze? Ricordo cosa diceva con saggezza antica mia madre, quando ero giovane: ‘Abbraccia la Croce e accada quello che Dio vuole’”.

   Ha mai pensato che cosa sarebbe accaduto se quel giorno non avesse chiamato le forze di polizia? 

   “Pensare di leggere la mattina la notizia in albergo sfogliando un giornale, magari con l’appello dei magistrati alla ricerca di eventuali testimoni, mi avrebbe fatto vomitare. Mi sarei sputato in faccia”.

   E sua moglie?

   “Sulla stessa trincea. Quella della coscienza. Appena vide che al tigì parlavano finalmente di un testimone per un delitto in Sicilia scattò sicura: ‘E’ lui, Piero’. Sentendosi subito con il mio datore di lavoro: ‘Può essere solo lui’. Pronti a venirmi a prendere. Ma ero già avvolto dalla protezione dello Stato. Con agenti straordinari. Professionisti capaci di diventare amici dei miei ragazzi, giocare con loro, alleggerire ogni peso”.

   Cosa dice ai giovani di oggi. 

  “Devono combattere soprattutto l’indifferenza. Essere partecipi. Conoscere. Coinvolgere se stessi”.

   C’è chi si volta indietro, chi si adatta, chi opera per piegare la cosa pubblica ai propri interessi… 

   “E noi dobbiamo dare l’esempio opposto, come ho detto intervenendo per il libro solo in collegamento, con la voce distorta, nella piazza di Lecco il 15 settembre”.

  Con quali parole? 

  “M’è scappato un verso di Dante. Come fossi Virgilio: ‘Non ragioniam di lor, ma guarda e passa’. Il tutto nel girone degli ignavi”.

   Che stanno all’Inferno.

   “Mi appassiona la Divina Commedia. I ragazzi della scorta erano un po’ stupiti perché, vedendo la mia collezione di soldatini, pensavano che studiassi solo Napoleone”.

   Lo Stato con le sue articolazioni non l’ha mai delusa? 

   “Solo adesso rischia di deludermi. Per la pensione. Anzi, per la pensione di reversibilità che dovrebbe andare a mia moglie, se mi accadesse qualcosa. Invece è sospesa…”.

   Ne parla nel libro.

   “E’ una pagina che spero legga il presidente Mattarella nella copia che gli ho fatto avere. Ogni cittadino, se muore, non lascia per strada la moglie grazie all’istituto della reversibilità. Ci ha provato pure Rosi Bindi a spiegare all’Inps… Rispondono a voce di stare tranquillo. No, va messo per iscritto. Non mollo. Non ho mollato per gli assassini di Livatino. Figurarsi per questo. Io conosco i miei doveri. Ma nessuno può negare e tagliare i diritti”.

Dal Corriere della Sera

20 settembre 2020

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