Il tesoretto aureo di Racalmuto

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204 monete bizantine, scoperte nel 1939 nel territorio del paese, in mostra fino al 24 marzo 2019, assieme ad altri preziosi reperti, al Museo “Pietro Griffo” di Agrigento. “La scoperta del tesoro di Racalmuto rispecchia la florida ricchezza della Sicilia durante la fase di transizione dall’antichità al medioevo..”.

I depositi di un museo contengono abitualmente reperti dimenticati, oggetti che difficilmente si inquadrano nell’ordinamento espositivo ordinario. Non si tratta di elementi di minore rilevanza, semplicemente sono avulsi dal percorso museale. Ma altrettanto spesso nascondono storie importanti. Come la bellissima quanto inusuale collezione di “FuORIpercorso” attualmente esposta al Museo archeologico Pietro Griffo di Agrigento, mostra curata da Giuseppe Parello, Carla Guzzone, Donatella Mangione, promossa dal Polo Museale con il sostegno di CoopCulture.

Il museo si racconta dunque, al di là del percorso espositivo tradizionale, scegliendo e valorizzando alcuni tra i più significativi materiali presenti nei suoi depositi, tra i quali le 204 monete bizantine che compongono il tesoretto (dal V al VII sec. d.C.) scoperto in un vaso in terracotta nel 1939 nel territorio di Racalmuto. La mostra, ad ingresso gratuito, è aperta fino al 24 marzo.

Il testo che segue è del prof. Vivien Prigent.

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Nel 1939, nel corso dei lavori preliminari all’impianto di una vigna, fu scoperto a Racalmuto un vaso in terracotta contenente un importante tesoro di 204 monete d’oro bizantine, poi sequestrato e consegnato alla Soprintendenza di Agrigento.

Le monete ad esso pertinenti sono state coniate tra la fine del V e la metà del VII secolo d. C.. I tre quarti circa degli esemplari sono relativi al regno dell’imperatore Eraclio (610-641), un sovrano dal destino tragico poiché riuscì a sconfiggere la Persia, nemica millenaria dell’impero, per perdere pochi anni dopo tutte le sue provincie più ricche per mano dei conquistatori islamici.

Il tesoro è composto da tre nominali, dei quali il più attestato (con circa il 70 %) è il solidus, una moneta in oro puro creata dall’imperatore Costantino nel IV secolo e rimasta in uso fino all’XI secolo come moneta di riferimento dell’economia del Mediterraneo: “il dollaro del Medioevo”. Sia i sistemi monetali del mondo germanico occidentale, infatti, sia quelli dell’Oriente islamico derivavano proprio dal sistema tardoantico voluto da Costantino.

Accanto ai solidi, il tesoro contiene monete di taglio minore: il semissis (metà del solidus), il tremissis (un terzo del solidus) e un rarissimo semi-tremissis. Tutte queste monete avevano un fortissimo potere d’acquisto: il valore complessivo del tesoro corrispondeva al reddito annuo di una trentina di famiglie modeste…oppure a otto giorni di stipendio del prefetto bizantino!

La scoperta del tesoro di Racalmuto rispecchia la florida ricchezza della Sicilia durante la fase di transizione dall’antichità al medioevo. La prosperità dell’economia si basava sull’artigianato di lusso e sul commercio del grano. Le consistenti risorse agricole isolane giocarono un ruolo essenziale nella sopravvivenza dell’impero bizantino durante la grave crisi del VII secolo, quando la conquista musulmana dell’Egitto, nel 641, obbligò la capitale imperiale, Costantinopoli, a cercare nell’Isola nuove risorse granarie per nutrire la sua popolazione. L’acquisita importanza strategica favorì il trasferimento a Siracusa della corte imperiale (663) sotto l’imperatore Costante II, al cui regno si riferisce l’ultima moneta coniata, in ordine cronologico, presente nel tesoro.

Il dinamismo dell’economia monetaria dipendeva pure in larga misura dalla consistenza della spesa pubblica, legata anche alla presenza in Sicilia di numerosi funzionari civili e militari che, retribuiti in monete d’oro, godevano di grandi possibilità d’acquisto, capaci di stimolare l’economia locale.

Il tesoro illustra chiaramente questa dinamica con l’80% di monete coniate nella zecca di Costantinopoli. Agli ufficiali si aggiungevano poi numerosi rifugiati di tutte le provincie del Mediterraneo, in primo luogo esponenti del ricchissimo ceto senatorio. Cercando la protezione di fronte alle invasioni nell’insularità, essi arrivavano in Sicilia con le loro ricchezze monetarie, facili da trasportare.

Questi continui movimenti favorirono tra l’altro l’avvio di una produzione monetaria locale: nel 560 una zecca aprì a Catania, e poi a Siracusa, coniando monete in oro e bronzo fino alla fine del IX secolo, come attesta, nel nostro tesoretto, la presenza di un semissis di Catania a nome dell’imperatore Eraclio.

Il tesoro di Racalmuto rispecchia probabilmente proprio l’impatto economico positivo dell’immigrazione in questo periodo. La presenza, nel gruzzolo, di un’unica moneta coniata in Sicilia, contrapposta ai tanti esemplari coniati nel nord dell’Italia, nella capitale bizantina di Ravenna o dai Longobardi, insieme alla data della moneta più recente (anni quaranta del VII secolo), spingono a stabilire un legame tra il tesoro e la caduta della Liguria bizantina per mano del re longobardo Rotari, avvenuta proprio in quegli anni. È molto probabile che un aristocratico bizantino sia giunto in Sicilia dopo la perdita della provincia ligure, portando con sé la sua fortuna, seppellita in terra isolana per ragioni a noi sconosciute.

La mostra, ad ingresso gratuito, è aperta fino al 24 marzo

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