Il sole al di là delle nuvole

da | 29 Nov 20

Il racconto della domenica

  Mariuccia La Manna

Aveva spento il motore della sua auto, era scesa e si era data un’occhiata intorno.

Lo sguardo, però, si elevava sopra di lei, verso quell’etereo azzurro che la sovrastava, tra quelle candide nuvole, che sembravano rincorrersi in un gioco di disegni ai quali riusciva a dare nella sua testa una forma.

Quelle sagome disperse d’aria, le creava in realtà, quel dolore che le si era incuneato fin dentro l’animo, e velenoso, le infettava la sua frenetica esistenza, così acuminato, le radeva ogni brandello di se stessa, così acre, rendeva il suo sonno turbato.

Lo sentiva come un brivido fin sotto l’epidermide: la morte porta via ciò che hai e lascia ciò che sei. Cosa è in fin dei conti il nostro essere dinnanzi alla maestosità sconfinata della via?

La morte, sì, la morte mette a tacere i subbugli del nostro animo e ridesta in ognuno di noi sensazioni nascoste e intime che non vogliamo tirar fuori dal nostro io e narrare?

Beatrice si sente sopraffatta da tanti pensieri che si aggrovigliano nella sua mente: una valigia stracolma di ricordi sempre aperta, tra presente e passato, così carica, che in ogni suo “viaggio” pesa come un macigno insormontabile di chi si trascina avanti rimanendo ancorato un passo indietro e non riesce a riprendere un cammino che invece si prospetta dinnanzi.

Lei è un minuscolo puntino di fronte a quell’immensità celeste, lo stesso che dal suo grembo si è staccato e privo di alito di vita risiede ora nel candore di quelle masse di aria rarefatta.

-SONO SBOCCIATA PREPOTENTEMENTE DOPO UN LUNGO E TRAVAGLIATO INVERNO, COME UN FIORE CHE RIESCE A RESISTERE ALLE INTEMPERIE, COME UNA CANDIDA PRIMULA CHE SI FA FINALMENTE BACIARE DAL SOLE-

Così scrive Beatrice, così si racconta tra le pagine del diario che gelosamente custodisce in quel cassetto della sua camera, a lui affida quotidianamente le immagini intrappolate nella sua mente, le sue paure, i suoi turbamenti, i momenti di felicità e spensieratezza, ogni singolo attimo ed emozione racchiusa nel suo cuore dissestato.

Erano delle sensazioni irrancidite le sue, momenti passati ancora una volta tornavano a logorarla dentro.

Non osava mettere piede in quel luogo sacro e consunto dal tempo, degli avi degli avi deceduti da tanti anni.

Il solo pensiero di lui aleggiava tra le sue membra solo osservando i tratti del suo volto che la rendevano a quell’essere così similare e con il quale, per natura biologica, ne condivideva quel liquido rosso vermiglio che scorreva nelle sue vene.

Là, dove l’acqua si tormenta per poi tornare quieta, dove la rena si rimesta ai ciottoli.

Là, dove i ricordi scorrono come granelli dall’altro capo della clessidra.

Là si perde il suo sguardo, oltre quella lastra di vetro che dà sulla distesa sconfinata di acqua salata, preda di gioie e tormenti, di amore violato e disincanto funesto.

Là, dove la sua meraviglia avrebbe dovuto fondersi con quella del mondo.

Era là, proprio nel suo cuore, che risiedeva il segreto inconfessabile di una vita deturpata nel fulgore dei suoi anni puerili.

Il suo diario era lo scrigno di tutto ciò che Beatrice nascondeva agli occhi indiscreti della gente estranea alla sua vita, era il posto in cui riusciva ad aprirsi persino a se stessa, a raccontarsi e a ricordare che dinnanzi alle difficoltà e alle orribili sensazioni vissute, lei, resiliente, non aveva chinato il capo, ma sovente, scalpitava carica di energia verso l’alba di quel nuovo giorno che le avrebbe ridato lo splendore e la luce necessaria per irradiare la sua anima lacerata e corrosa, che come acido le aveva sfregiato il corso della sua esistenza.

Dietro i suoi grandi e profondi occhi color terra bruciata si annidava il peccato che l’aveva deformata.

-Dalle pagine del diario-

“Sono stata strappata alla fanciullezza, come un fiore che viene sradicato dalla sua terra, estirpato dal seme dal quale ha conosciuto la luce del sole, sbocciando una mattina di giugno in un campo poco rigoglioso quanto non fertile.

Ero piena di colori, tutti quelli che il mondo ti dona nel pieno della propria virtù: colori accesi, caldi, come il calore che dentro lambiva la mia anima così florida e ricca di profonde e al contempo tenere emozioni.

Ho cominciato a covare un grande senso di rabbia, misto al rancore, nei confronti di mia madre dall’età di otto anni, che man mano crescendo, si è acuito sempre più dentro di me, non lasciando spiraglio alcuno per l’amore che invece avrei dovuto nutrire e maturare per la donna che mia aveva messo al mondo.

È stato il genogramma, che passo dopo passo, ho ricostruito ad essere stato la chiave della mia memoria, che ha dato luce alle zone buie, ma soprattutto oscure, che la mia mente mi aveva costretta a cancellare, proprio come uno di quei tasti su un dispositivo, sì, avevo fatto reset, avevo resettato parte della mia vita, gettandola per lungo tempo nel baratro del dimenticatoio.

Così il fondo del mio apparente deserto interiore si è scosso e mentre i ricordi riaffioravano ho aperto gli occhi, balzando in piedi, e ho cominciato a correre lontano, lontano da quella che avevo paura di far vedere a coloro i quali non avevano mai mostrato capacità alcuna di comprendere.

Il respiro della verità soffiava nell’anima, il desiderio di scoprire come questo deserto aveva preso il posto dell’amore.

Oggi vivo simultaneamente indietro e avanti nel futuro, ne correggo uno e danzo con l’altro, mentre le mie vibrisse attingono a sensazioni nascoste dall’occhio latteo, ma lungimirante.

Una falange assale le immagini archetipe del mio struggimento.

La radice della luce odierna.

La spire dell’oscurità passata.

L’io bambina si incontra e si scontra con l’io donna e in questo imperfetto connubio si incastrano i pezzi dispersi di un puzzle incompleto: la mia vita.

Una forza ineffabile porta in dono il non senso compiuto di ciò che mi è accaduto, la sua voce ha il fine di farmi levare lo sguardo dagli escrementi che mi hanno contaminata e meditare con fervido esercizio su quella che sono diventata.”

15 APRILE – MARSALA

“È da questa data che voglio cominciare a raccontare la mia storia perché da quel giorno è stata la svolta che mi ha permesso di mutare, non solo fuori, ma anche e soprattutto dentro di me.

Sono stata scaricata, così come i vandali incivili lanciano dal finestrino della propria auto un sacco nero pieno di immondizia, dinnanzi a quella moltitudine di gente che affollava il pronto soccorso.

Non ho mai voluto raccontare come e cosa mi ero costruita attorno, il mio smarrimento che ha tradito la mia fede, quella storia che nel mio inconscio profondo non è di eccessiva, né di troppa modestia, quanto di assoluta e smodata realtà.

Frugando con le dita annerite nel fango, scavando nella terra per ritornare ad essere integra e in pace, così inquieta.

Tre settimane e mezzo prima avevo concepito mio figlio, quel minuscolo puntino che si era attaccato al mio grembo con tanto amore, lo stesso che lo aveva gettato in un angolo della sua troppa occupata quotidianità, lo stesso che mi aveva abbandonata e assopito aveva lasciato soltanto il posto al dolore della perdita di quella maternità negata.

Matteo si era nutrito della mia linfa vitale, era riuscito per un attimo a succhiarmela via, alimentandosi fagocitamente delle mie fragilità che rappresentavano il baluardo della mia forza e della mia natura.

Mi aveva tradita, non solo me, ma la mia fiducia, il nostro amore e il frutto di quel sentimento che per poco tempo aveva vissuto dentro di me, accarezzandomi e alleviando tutto quello che avevo vissuto nel mio passato.

Amor vincit omnia: l’amore per la mia creatura e l’amore per me stessa mi hanno salvata in quell’assordante vociare confuso e in quel terribile vortice di emozioni che mi aveva inghiottita.

Dopo l’ennesimo litigio, rammento bene, lui è uscito di casa sbattendo la porta, lasciandosi alle spalle me e suo figlio, sangue del suo sangue.

Il dolore e il fortissimo stress emotivo che avevo vissuto in quel frangente mi hanno fatta crollare, sono crollata nel vuoto e in quel vuoto mi sono ritrovata in un lago di sangue: quante volte l’ho visto nella mia vita quel colore, quante volte mi sono aggrappata alla speranza e alla voglia di vivere, ancora e ancora una volta, non un solo una vita, ma tante quante le volte che sono caduta e ho avuto, testarda, la forza e la caparbietà di rialzarmi, come un’araba fenice che morendo risorge dalle sue stesse ceneri.

Le mie ceneri erano sparse quel giorno addosso a me e ancora una volta avrei dovuto rinascere, mentre la mia creatura non sarebbe più nata, né avrebbe conosciuto la luce di questo mondo.

Mi sono sentita persa, non capivo cosa mi stesse accadendo, o forse mi sentivo smarrita proprio per questo, perché avevo l’impressione che dentro di me un alito di vita non c’era più e che nel frangente proprio di quel momento io avevo perso tutto.

Nella fretta convulsa ho afferrato la mia borsa e sono stata caricata in auto per essere gettata via in un niente, sola e confusa in mezzo a quella gente estranea.

Codice rosso: sono passata d’urgenza dal pronto soccorso su in reparto.

È bastato poco per avere il responso.

Quel piccolo puntino si era staccato dal mio grembo e avrebbe risieduto nel candore di quelle nuvole nell’etero e non avrebbe mai smesso di occupare dentro il mio cuore e dentro la mia anima un posto.

Le mie fragilità erano state minate pesantemente, la mia stabilità emotiva, il mio essere vacillavano.

Sono stati giorni intensi e sofferenti e solo quando ne sono uscita rientrando in quello che era il nostro nido d’amore ho compreso tutto: la morte porta via ciò che hai e lascia ciò che sei.

Ho cominciato ad osservarmi dentro, a scrutarmi con occhio indiscreto, a cercare una spiegazione del male che avevo subito ancora una volta, come quando all’età di otto anni mio nonno mi aveva deturpata.

Poche immagini mi avevano da sempre accompagnata: lui nella bara due giorni dopo il mio ottavo compleanno, finalmente FREDDO, FERMO e SILENZIOSO.

Non avrei voluto più vederlo, né vivo né morto.

Ho preso a ricordare tutto: le sue mani addosso, mentre mi accarezzava e si toccava in quella sua espressione soddisfatta e compiaciuta, mani che all’apparenza di tutti, in primis di mia madre, mi accudivano nella sua dimora e che mi hanno segnata per tutta la vita.

Ho rimesso assieme, tassello dopo tassello, i pezzi di quel puzzle disperso e ho cominciato a trovare le risposte a questioni che in realtà pensavo non avessero un senso: un uomo, mio nonno, mi aveva spezzato la vita e tutto quello che mi era poi accaduto era solo una conseguenza al male di vivere che inconsciamente mi portavo dentro e che volutamente avevo represso.

Ho somatizzato tutto come se fosse stato solo un brutto sogno che mi aveva accompagnata da sempre, era invece un incubo nella realtà, e ho continuato a vivere azzerando quello che invece accadeva tra quelle mura domestiche e familiari, sul suo letto, come se non fosse mai e poi mai accaduto ma fosse solo il frutto di una fantasia astratta.

Il genogramma mi ha fatta ricongiungere con queste fantasie puerili e mi ha messa letteralmente sotto sopra facendomi rivivere quello che, forzatamente, avevo voluto dimenticare.

Per ogni singolo ricordo che tornava a riecheggiare, mi sentivo sempre più sporca, sempre più nuda, sempre più indifesa, ma soprattutto piena di rancore e rabbia.

17 AGOSTO – SAMPIERI

Sono tornata a spiccare il volo, come i gabbiani in questo cielo luminoso che si perde con l’orizzonte del mare, come questo sole che riesce sempre a fare capolino al di là delle nuvole, come la rena che si rimesta con i ciottoli nell’acqua quieta, dinnanzi a questa distesa di acqua salata che adesso, oltre la mia lastra di vetro osservo, ma rinata.

In un nuovo posto, lontana dai cattivi pensieri e dai ricordi che affollavano le mie membra, con una nuova consapevolezza e un nuovo calore interiore.

Il sole, se si vuole, esiste per tutti, e ascoltando la mia canzone preferita mi ripeto: “…per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta e siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta, tenercela stretta.

CHE SIA BENEDETTA!…”

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Con questo racconto (pubblicato su “Racconti siciliani vol.2” (Historica Edizioni) Mariuccia La Manna ha vinto il concorso letterario “Racconti siciliani 2020” 

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