Il silenzio

da | 27 Dic 20

Il racconto della domenica

Dario Orphée La Mendola

Stanchi della falsità che aveva ormai conquistato il mondo, due amici si diressero verso le campagne. Lasciarono l’automobile in un vicolo protetto da altissimi pini, e s’arrampicarono a piedi sulla collina. Raggiunsero la sommità quando mancava poco più di un’ora al tramonto. Quella luce obliqua illuminava il paesaggio come se volesse prenderlo in giro: adombrava il mare, infuocava le ferite inflitte ai campi, punzecchiava tutte le tracce umane.

I due si sedettero facendosi spazio su un prato di calendula e acetosella gialla, le quali ondeggiavano forsennatamente sotto lo scirocco, come se stessero litigando. La scelta del posto fu casuale; diciamo suggerita dal posto stesso. A volte accade che un luogo ci suggerisca, attraverso strani segni, di volerci lì. Non sappiamo perché. Sappiamo che accade.

Seduti da alcuni minuti, avendo oltrepassato la soglia di sopportazione che tutti noi possediamo innatamente nei confronti dell’imbarazzo, spontaneamente o in risposta a un disagio uno dei due si rivolse all’altro a voce bassa:

— Forse ci siamo quasi. Se ci affidassero il compito di strappare dal nulla qualcosa, o se fosse possibile seminarla affinché le prossime vite godano della sua presenza, tu cosa salveresti? Io ho sempre pensato al silenzio. Perché nulla può andare più a fondo di esso, e tutto da esso può originarsi. Non credi?

— Probabilmente hai rivolto alla persona meno indicata quest’orrida domanda. Da parte mia, ho sempre avuto uno strano rapporto col silenzio. Perché da bambino ho vissuto prevalentemente in solitudine. Un po’ come adesso, in realtà. E la solitudine, si sa, non ama molto parlare. Anzi, fa parlare di sé. E spinge a cercare una compagnia, una compagnia che non c’è mai stata, se non per poco, se non per finta. Ecco, sì, il silenzio mi fa paura. Per me non rappresenta affatto un raccoglimento, un appagamento, bensì un’irritazione.

Tre mosche rubarono l’attenzione di entrambi. Volteggiavano caoticamente, ronzando. Non era chiaro se fosse una lotta o un gioco divertente. Poi, poggiatesi su un sasso, una volò via e le altre si accoppiarono. Questa scena stupì entrambi. Si chiesero quanta grazia avesse ritagliato quell’atto violento che si ripete da millenni, e che di rado può essere osservato:

— Ecco, vedi? Questo è l’unico atto che la natura c’ha donato per trattenere in vita i suoi figli, e per mortificarli con la consapevolezza di non capirne il motivo. Un atto che deve compiersi con rabbia, in silenzio, e che nel silenzio ha la sua realizzazione. Come puoi parlare di irritazione, se il silenzio è piuttosto una perfetta cessazione? È come questo paesaggio contemplato dalla collina, che un po’ somiglia a una vecchia foto, e che a sua volta somiglia alla bontà dimenticata e che pian piano sbiadisce.

— Hai ragione. Tuttavia ascoltami, poi non parlerò più. Non pensi che l’unico atto di cui dovremmo avere considerazione è, invece, l’ordine che vige fuori di noi? Non pensi che dovremmo salvare questo? È ovvio: mai avremo la capacità di renderlo nostro, ma sarebbe necessario almeno imitarlo. È crudo quello che sostengo, eppure con una domanda mi auguro di trasformarlo in semplice. Hai giustamente sottolineato la rabbia, cioè il silenzio che si manifesta dopo la rabbia, l’unico che io abbia mai sperimentato: niente di più irritante. In questo periodo di morte non so se ti sei accorto quanto sia silenziosa la natura. Sarà arrabbiata con noi? Chissà. È a lei che spetta l’ultima parola.

Detto questo, tramontò. E ciò che accadde dopo fu falsità. In merito a chi scrisse il sopraesposto dialogo, sebbene tale informazione non sia importante, posso testimoniare ch’egli è un taciturno: sta consumando il suo tempo nascosto, odiato da una vita che immagina differente, nel silenzio dei sentimenti.

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