“Il Santo della mafia non esiste”

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Nostra Intervista a Enzo Mignosi, il giornalista e scrittore che ha raccontato la Sicilia “devastata da delitti e stragi di mafia”. 

Enzo Mignosi

Enzo Mignosi è stato corrispondente dalla Sicilia del Corriere della Sera, redattore e inviato del Giornale di Sicilia. Ha scritto di cronaca nera, giudiziaria e di costume. Si è occupato del fenomeno mafioso a partire dalla guerra di mafia degli anni 80. E’ autore di diversi libri, tra i quali: Il Signore sia coi boss, Cose loro, Mafia i giorni della speranza, Il pozzo di Giacobbe e Quelli di Via Solferino, che sarà presentato il 18 Gennaio all’Auditorium della Rai di Palermo da Salvatore Cusimano, Felice Cavallaro, Giulio Francese, Sandra Figliuolo.

Via Solferino è stata la strada del massimo giornalismo italiano, quella del Corriere della Sera, che hai definito il “Santuario” della carta stampata…

Il Corriere della Sera è il giornale per eccellenza, il giornale più autorevole, che ha visto sfilare le firme più importanti a partire da Montanelli. Ne cito uno, il primo che mi viene in mente, ci sono state tante firme illustri fin da quando il Corriere è nato nella seconda metà dell’800. Il Corriere della Sera è il tempio del giornalismo, il giornale nel quale tutti i giornalisti avrebbero voluto lavorare.

Con quali direttori e giornalisti ti sei confrontato al Corriere?

Il direttore con il quale mi sono confrontato è stato Ugo Stille, che è andato via abbastanza presto, i miei riferimenti sono stati due fondamentalmente Paolo Mieli e Ferruccio De Bortoli. Con loro ho avuto la fortuna e il privilegio di intrattenere rapporti affettuosi, cordiali fatti di stima reciproca e tuttora intrattengo rapporti con Ferruccio De Bortoli, che mi ha fatto l’onore della prefazione del libro che ho appena pubblicato. Sono professionisti di primissimo livello veramente, un fermo riferimento per tutti.  

E del tuo rapporto con Felice Cavallaro cosa ci dici?

Ho definito Felice Cavallaro l’uomo della provvidenza, e non è un’esagerazione. Mi ha aperto le porte del giornalismo e da lì è cominciato tutto. E anche dopo l’assunzione al Giornale di Sicilia, ancora lui mi ha proposto di lavorare al suo fianco al Corriere della Sera. Ma a parte tutto, chi conosce Cavallaro sa che si parla di un collega di grande valore, persona perbene e generosa. E’ stato ed è un amico preziosissimo.

Quando inizia la tua professione?

La mia professione inizia nel momento in cui  ho messo piede in una redazione, nel 1975. In realtà mi sentivo giornalista da sempre, nel senso che fin da bambino avevo questa voglia di raccontare la gente, la vita, le storie della mia terra. Era una cosa per la quale ho avuto una particolare inclinazione. Poi  iniziando a leggere i giornali ho avuto una visione diversa del mondo. Poi ho provato ed è andata bene. Alla fine le porte si sono aperte e sono riuscito a fare quello che volevo.

Come hai vissuto come giornalista quella che viene definita la mattanza di Palermo, con mille morti ammazzati per le strade?

Quella è stata una stagione particolare che ha prodotto tanti lutti, tanti morti, tante sofferenze però indiscutibilmente dal punto di vista professionale è stata una grande opportunità per tutti noi giornalisti che in quegli anni ci siamo trovati ad occuparci di queste storie.

Che ricordo hai degli anni 80?

E’ il ricordo di una stagione vissuta con grande intensità sempre in prima linea perché c’erano morti ammazzati con cadenza quotidiana. Non dimentichiamo che oltre ai mille morti ammazzati c’erano pure gli scomparsi con la lupara bianca, quindi l’esatto bilancio di morte non lo conosciamo, non lo conosceremo mai. Quello è stato il nostro 11 settembre. Bisognava sempre stare sul chi vive perché da un momento all’altro ci scappava la notizia da prima pagina ed in effetti così è stato per tanti anni.

Sinceramente, hai mai avuto paura nel tornare a casa la sera? Quanto stress ti ha procurato fare il giornalista a Palermo in quegli anni?

Per quattro anni ho vissuto a Torrelunga, nel quartiere che è stato l’epicentro della guerra di mafia. Tornavo a casa la sera molto tardi, a volte a notte inoltrata insieme a mia moglie, eravamo ragazzi. La paura è un sentimento naturale, con la paura impari a convivere, con la paura si va avanti, se ti fai condizionare allora è meglio che cambi mestiere.

Se ti chiedessi qualcosa della tua esperienza professionale che hai tenuto per te e non hai voluto scrivere…

Per molti anni ho frequentato il palazzo di giustizia e mi sono trovato davanti non soltanto gli imputati, spesso imputati particolari coinvolti in storie di mafia, personaggi truci ma anche i loro familiari, i loro figli, a volte capivi che erano persone che non appartenevano al mondo della malavita. Mi colpivano a volte le riflessioni dei bambini portati in un’ ambiente che non è naturale per loro. Frequentare le aule del palazzo di giustizia e ascoltare storiacce come quelle che si sentono nelle aule dei tribunali. Questo è un ricordo che mi porto dentro con particolare senso di struggimento.

La chiesa e la mafia: una storia lunga e complessa che tu hai raccontato nel libro Il Signore sia coi boss. Come vedi la situazione di oggi, è cambiato qualcosa?

Erano comportamenti di singoli sacerdoti, che disattendevano le indicazioni della Chiesa, vivevano comportamenti incompatibili con i precetti religiosi.

Quali sono i Santi della mafia?

Non esiste un Santo della mafia. I mafiosi ostentano una religiosità, che ovviamente vale quello che vale perché è incompatibile. C’è chi invoca Santa Rosalia, chi legge la Bibbia, c’è chi ha il Santo personale, ognuno si tiene i santini nel portafoglio come fanno tanti siciliani, ma il Santo della mafia non esiste.

Quali responsabilità si porta dietro il partito dello scudo crociato?

In Sicilia la democrazia cristiana è stata il braccio politico della mafia, lo sappiamo, ce lo raccontano le storie di Lima, di Ciancimino e di altri meno noti. La responsabilità storica non ha saputo portare la Sicilia ad annullare l’handicap con le regioni economicamente più forti d’Italia.

Perché quasi sempre la Sicilia si trova negli ultimi posti di qualsiasi classifica?

Se la Sicilia si trova nelle condizioni in cui si trova, come sempre negli ultimi posti delle classifiche di qualunque tipo, un motivo ci sarà. Il motivo è che la classe politica siciliana è stata sempre regolarmente inadeguata, spesso collusa col potere mafioso e comunque incapace di tutelare gli interessi della popolazione.

Perché i giornali fanno sempre meno inchieste?

I giornali da un paio di anni sono in crisi sotto tanti profili, non soltanto il profilo economico, i giornali hanno avuto il loro punto di massimo profitto negli anni 80 e 90, poi con la crisi i giornali si sono impoveriti, sono diminuite le risorse, sono stati tagliati gli organici, sono crollate le vendite. Oggi il giornalismo sta subendo una trasformazione profonda.

Quale sarà la fine dei giornali nell’era veloce di internet?

Questo non può dirlo nessuno. Tanti profetizzano la fine dei giornali, sono stati ridimensionati, ma che potrà finire la carta stampata io proprio non credo. Il giornale ha un suo fascino, racconta e avrà bisogno di essere rilanciato e che ci siano interventi a sostegno del settore. Il giornalismo non può finire, il giornalismo è l’argine ed esercita la funzione di controllo del potere, questo è il suo ruolo storico e deve tornare a questa funzione.

Un esercito di maestri sconfiggerà la mafia e la violenza nel Belpaese ha scritto Gesualdo Bufalino. Ma questa è una società che non ha più maestri…

La nostra è una società che ha bisogno assolutamente di maestri. Si comincia dalle primissime basi a formare la società, insegniamo ai bambini sin da piccoli quali sono i valori da  perseguire.

Cosa consiglieresti ad un giovane che oggi volesse intraprendere il mestiere del  giornalista?

Veramente non saprei cosa dire perché è un momento difficilissimo per il giornalismo in generale, carta stampata, o televisivo che sia, è un mestiere che si dice sia in esaurimento. Non credo che scomparirà, certamente è un momento assolutamente negativo e difficile. Non è il momento migliore per pensare di intraprendere questa attività. Ci sono forme di precariato selvaggio è un momentaccio, francamente non me la sentirei di incoraggiare chi avesse questa vocazione. 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al meglio, negli anni che mi restano…

 

 

 

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One Response to “Il Santo della mafia non esiste”

  1. Roberto Rispondi

    12/01/2019 a 10:33

    Un’intervista con un occhio al passato e lo sguardo al futuro. Uno squarcio sulla storia recente e sull’impegno civile. Un esempio di verità in contrasto con il degrado attuale.

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