“Il sangue di Rosario sia seme di nuovi testimoni”

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30º anniversario dalla Barbara uccisione del giudice Livatino, l’omelia dell’Arcivescovo Coadiutore di Agrigento Alessandro Damiano

L’omelia dell’Arcivescovo Alessandro Damiano (Foto Carmelo Petrone)

Oggi, 21 settembre, il ricordo del giudice Rosario Livatino nel 30º anniversario dalla Barbara uccisione nel 1990. Due i momenti: alle ore 10.30, nella chiesa San Domenico di Canicattì, parrocchia che il Giudice frequentava, si è tenuta la Celebrazione Eucaristica, alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose, e di fedeli. A presiedere la S.Messa, mons. Alessandro Damiano, Arcivescovo Coadiutore di Agrigento.

Nell’omelia  mons. Alessandro Damiano si è soffermato sulla testimonianza del Giudice inquadrandola nella cornice tracciata dall’Apostolo Paolo nella lettera agli Efesini proclamata nella prima lettura della celebrazione: “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione … finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,1-7.11-13)… Una testimonianza altissima della “missione” del laico credente che traccia un percorso sorprendentemente attuale della “santità ordinaria” legata al dono del battesimo, che matura e realizza in pienezza non come meta irraggiungibile ma come via da praticare nella quotidianità di scelte e azioni, agite alla luce del Vangelo e della esperienza umana. Nella liturgia – ha detto mons. Damiano –  non facciamo commemorazioni, nel senso che non ricordiamo qualcuno o qualcosa usando parole solenni rischiando che alla fine i “riflettori” si accendano sui noi stessi piuttosto che su quel qualcuno o su quell’evento che vogliamo commemorare.

Nella liturgia facciamo “memoria”: un tema che pervade tutta la Bibbia e non in relazione esclusiva con il passato. Mi piace molto citare una piccola frase di S. Agostino che, credo, sia molto espressiva: “La memoria è il presente del passato”. Certamente il passato è lì, con la sua profondità storica e culturale, ma per dare densità al momento presente. Credo che questo sia esattamente quello la Bibbia c’insegna. La memoria è il presente del passato, non una contemplazione o un’azione ripetitiva e conservativa. Il passato ha una grande importanza ma quello che è interessante nel linguaggio biblico e in quello liturgico è che la memoria celebra un evento del passato che apre una breccia di futuro, perché c’ interroga sul presente, perché può trasformare il presente: oggi, per noi, qui.

Cosa significa – si è chiesto –  per noi, oggi, per questo territorio agrigentino, per l’Italia intera, la testimonianza di Rosario Livatino? Una domanda semplice che esige una risposta impegnativa, da parte della comunità ecclesiale così come da tutti gli uomini e le donne di buona volontà se vogliamo “fare memoria” del nostro concittadino.  Sì, ci vuole una volontà buona, incline alle opere “buone” perché possiamo “raggiungere la misura della pienezza di Cristo”: una volontà che Rosario nella sua vita e nel suo servizio allo Stato – inteso prima che come apparato organizzativo come comunità viva di uomini e donne, cittadini e cittadine – ha esercitato come forza interiore, senza doppiezze, con scelte di sostanza e non di facciata, nel perseguimento della giustizia, nel rispetto della dignità di ogni persona.

In questo mondo, in questa storia, il cristiano – qualsiasi sia la sua condizione – è chiamato a inscrivere la legge di Dio nella città degli uomini: non in opposizione al mondo, ma dentro il mondo, assumendo la responsabilità di gettare semi di verità nel travaglio verso un domani migliore. È la logica evangelica del sale e del lievito che si “perdono” perché tutta la pasta possa lievitare, perché tutta la pietanza possa prendere sapore. È proprio così: “Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva” (cfr. Lc 17, 33). Il laico Rosario, in forza del dono del battesimo, ha trasformato l’esperienza lavorativa in un luogo di “santità” dove testimoniare la fede e l’amore di Dio, senza proclami o gesti straordinari ma con l’umile, seria, intelligente e professionale dedizione al suo lavoro”.

La Messa nella Chiesa S.Domenico di Canicattì (foto Carmelo Petrone)

Ha definito poi, “Rosario Livatino il “santo della porta accanto”: il portone di casa, la porta del suo ufficio in tribunale. Dice papa Francesco: “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati …. In questa costanza per andare avanti, giorno dopo giorno, vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità”.

Livatino, nel suo lavoro, incontra il lato “oscuro” dell’agire umano in una delle sue manifestazioni peggiori, la criminalità organizzata, la mafia e i suoi adepti il cui agire “offende l’uomo, la società, ogni senso etico, religioso, il senso dell’onore”. Non si gira dall’altra parte, guarda in faccia gli interessi perversi che si nascondono dietro quella “mafiosità di comportamento” fatta di diritti che diventano favori, di piccolo e grande clientelismo, di legami di comparaggio politico che perdono di vista il bene comune per miseri interessi personali, su cui tutti dovremmo fare un buon esame di coscienza. Rosario Livatino non addomestica le proprie responsabilità per quieto vivere, va avanti “con competenza professionale, con onestà umana, con spirito cristiano … Percorre la via della propria santificazione”. Facendo poi riferimento alla pagina del Vangelo, “Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9-13), ha detto: “ oggi è il momento propizio per riconoscerci tutti in questa chiamata; oggi Gesù, il Testimone fedele, dice a me e a voi, chiamandoci per nome: “alzati”! Liberati dal dominio della “sete di potere”, dalle logiche di prevaricazione, dall’opprimere i deboli. La nostra società, questa nostra terra agrigentina, non ha bisogno di uomini e donne “seduti ai banchetti del potere”; ha bisogno di uomini e donne in piedi che “assumano” il potere che è loro dato per gli uffici che ricoprono – sia civili che ecclesiastici – come servizio, come servizio a tutto l’uomo. “… egli si alzò e lo seguì”. Il Vangelo – ha concluso –  ci chiede un altro passo: non solo di alzarci, rinunciando a restare seduti ai banchetti del potere, ma di seguire Gesù. Chiediamo al buon Dio di darci il coraggio di non arrenderci al male, di riconoscere il bene e di farlo, anche pagando di persona, alla sequela di Colui che “perdendo la sua vita” l’ha garantita a tutta la famiglia umana. L’augurio a me e a voi: “alzati!” “La memoria è il presente del passato”, il sangue di Rosario sia seme di nuovi testimoni”.

Al termine della Celebrazione Eucaristica si è tenuto  il momento commemorativo (vedi video) sul luogo dell’agguato con la deposizione delle corone di alloro da parte delle autorità civili e militari, davanti la stele che ricorda il suo assassinio.

Guarda le foto di Carmelo Petrone

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