Il ritorno a Grotte e la nostalgia dei ricordi

da | 29 Giu 22

Riflessioni. “Il ritorno nel mio paese, almeno una volta l’anno, mi consente di ritrovare la serenità dei bei ricordi”.

Salvatore Filippo Vitello

Il ritorno a Grotte, almeno una volta l’anno, mi consente di ritrovare la serenità dei bei ricordi e di ammirare i colori stupendi dei tramonti che accarezzano le colline ad ovest del monte Cammarata.

Gli occhi non si stancano di ammirare le campagne d’intorno, che una volta erano considerate un bene di valore, molto apprezzate anche economicamente, tenute come vasi di fiori dai proprietari che ne avevano una cura diretta. Proprietari che oggi nella stragrande maggioranza sono passati ad altra vita.

Qui entra in gioco la nostalgia dei ricordi, perché la venuta a Grotte ha come passaggio obbligato una visita al cimitero, dove oltre ai miei cari defunti incontro tante di quelle persone che conoscevo da ragazzo.

A causa della mia età cronologica sono preso da uno strano stato d’animo, da un lato mi appaga l’incontro con la memoria di una persona conosciuta, che un tempo avevo avuto modo di incontrare e frequentare, dall’altro mi annichilisce il pensiero che i tanti conosciuti sono ospiti della serenità di quel luogo.Tuttavia non provo sentimenti di tristezza perché sono riconoscente al buon Dio della vita che mi ha dato. Mi guida in questa tappa del ritorno al luogo più affollato del paese, una bella frase del teologo John Henry Newman, che dice così: “Non temere che la vita giunga a una fine temi piuttosto che non abbia mai inizio”.

Il rivedere, mio padre, mia nonna, i miei parenti, molti compagni di viaggio, nel luogo della pace eterna, mi porta alla gioia della vita, perché molti di coloro che sono lì mi hanno voluto bene ed hanno gioito per me, soprattutto per i piccoli passi avanti di un percorso per il quale mi hanno incoraggiato e sostenuto. Alcune vecchiette che frequentavano con assiduità la Chiesa Madre, nelle messe del mattino o nelle preghiere del pomeriggio (una presenza fissa era Pepè Pillitteri, detto Mazza con la sua inseparabile verga) ,dove sovente mi intrattenevo, mi incoraggiavano con le loro preghiere e mi invitavano ad andare avanti, pur quando versavo nella condizione di delusione.

Non conoscevano altri libri che quelli dei santi e delle preghiere eppure sembravano avere capito Goethe, poiché ispirate nei loro consigli da quella bella frase che dice: “qualsiasi cosa sognate di fare, incominciatela”. Il loro parlare semplice ed umile, come le loro piccole persone, mi aiutava a trovare le risposte a tante domande per essere la persona che sentivo di essere. Ogni tanto mi piaceva andare a trovare queste persone nelle loro casette umili ed essenziali (un comò, un armadio, un tavolo con le sedie, il letto ed un angolo con la cucina a gas). In esse si trovava la vita concretamente vissuta che aveva una prospettiva di serenità poiché ancorata alla speranza, senza l’assillo della domanda che ci tormenta: come si fa a campare meglio?. Per loro andava bene in quel modo, con le loro semplici e modeste esigenze e la certezza che derivava dal sostegno della fede.

Ragionandoci sopra, ho cercato di capire perché queste bravissime persone erano così rassegnate alla loro modestissima vita. Penso che la risposta stia nel fatto che non avessero paura della fine. Consideravano l’esperienza del dolore (che tutte avevano provato per la perdita di qualche congiunto, tanto da portare perennemente il nero) inevitabile e accettavano di convivere con essa, senza farsi bloccare nel percorso della vita.

Sono sicuro che molti di noi si siano trovati ad accompagnare la morte di un proprio caro. Quella condizione ci costringe nella insolubile contraddizione tra il nostro desiderio di immortalità (perdere il proprio genitore anche se molto avanti negli anni è sempre un fatto inaccettabile) e la nostra fragile carne che si consuma con il tempo. Quei momenti drammatici ci riportano a questa vita, che per quanto misera è una sola e non va sprecata.

Mi piace a questo proposito ricordare il mio amico Simone Olianti che nel suo libro di fronte alla morte impara la vita, ha scritto: “perché la morte ci trovi vivi occorre un cammino di consapevolezza, un cambiamento della nostra percezione della morte, che ci permetta di vivere pienamente la vita e di considerarla come un passaggio inevitabile ma luminoso”.

La morte e la vita sono i due aspetti inseparabili del percorso umano. Nella sequenza Pasquale che si legge nella domenica di resurrezione è scritto che “la morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello”, e, possiamo aggiungere, la morte non ha avuto l’ultima parola.

Il senso di solitudine talvolta ti stravolge il senso della vita. Occorre però capire che il mondo è pieno di novità. C’è il dolore ma vi sono tante altre cose. Bisogna sapere vivere tutti gli spazi possibili, superando quel senso di impotenza che porta alla disperazione. La morte non è la parte finale della vita, ma è presente continuamente nell’essere. Il confronto tra la vita e la morte è di tutti i giorni. È necessario assaporare gli aspetti positivi che la vita ci offre e non cedere alla depressione. Nei momenti di dolore per un evento che ci ha provocato angoscia e spesso frustrazione occorre pensare che il passato non si può cancellare, si può solo decidere come andare avanti. In questo percorso occorre porre al centro della nostra vita la persona con tutta la sua ricchezza e problematicità.

Nei nostri paesi si è sempre avuto e si mantiene ancora questa particolare sensibilità. Da noi ad esempio non si moriva e non si muore da soli. Vi è sempre il conforto di un abbraccio, di una lacrima e di una preghiera condivisa. Anche il tempo della malattia nei nostri paesi è un tempo di partecipazione e di condivisione. Vi è stata e tutt’ora permane una solidarietà affettiva, molto importante, che si accompagna alle terapie mediche.

Ripensando a quegli incontri giovanili che ho prima descritto, penso a questa eredità di vicinanza che quelle persone con le loro poche cose ci hanno lasciato in noi tutti. Una ricchezza unica che ci fa sentire la luminosità della vita, nel suo continuo divenire.

Anche se ad un certo punto non le potremo più vedere, le albe continueranno a sorgere, il sole non si fermerà e gli amanti faranno ancora l’amore. Come dice William James, fondatore della scuola filosofica del pragmatismo, “Morire un fatto naturale? Può darsi ma, più invecchio, più mi sento pronto a vivere”. Sulla stessa scia si colloca Woody Allen quando dice che lui non ha paura di morire solo che non vuole essere lì quando questo accade. La meditazione sulla morte deve quindi essere un modo per aumentare la consapevolezza della vita e celebrarne ogni prezioso attimo. Che ritrovo anche ora, nei miei consueti ritorni, nel ricordarli nella loro dimora eterna.

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Salvatore Filippo Vitello, originario di Grotte, e già Procuratore della Repubblica di Siena, è oggi Avvocato presso la Procura Generale della Corte d’Apello di Roma

3 Commenti

  1. Francesco Bellomo

    Buongiorno, ho la stessa età del caro Salvatore, gran parte della infanzia e giovinezza hanno condiviso ansie ed obiettivi comuni. Sarà un caso che in vecchiaia torno a condividere – secondo le plutarchiane vite parallele – le stesse argomentazioni sulla morte e sui cimiteri?

    Rispondi
  2. Salvatore Filippo Vitello

    Caro Franco abbiamo condiviso la nostra adolescenza e la gioventù e tu sei stato sempre un punto di riferimento perché hai sempre avuto, sin da ragazzo,un approccio razionale e argomentativo. In questo hai fatto scuola a me e ad altri. Quante volte abbiamo discusso di senso della vita e di politica. Avevi la capacità di indurre il tuo interlocutore a ragionare anche a quelli, come me, che si muovevano per dogmi.
    Quindi non ti meravigliare dei ritrovati punti comuni. Sei tu che di fronte alle mie certezze da oratorio mi spiegavi che non possiamo comprendere tutto e che l’intelligenza era quella di dare un senso alla nostra vita. Tu Franco ci sei arrivato subito io con i miei tempi.

    Rispondi
  3. Gino Bellomo

    I percorsi, a volte, si intrecciano. È bello che due amici d’infanzia si riconoscano nei valori di riferimento

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