“Il piccolo museo della mia infanzia”

di | 31 Mag 21

“Vi sono custodite poche fotografie di un’età più adulta e una folla di oggetti sbeccati…”. Torna in libreria “GENTE di FOTOGRAFIA”. L’editoriale di Franco Carlisi.

Franco Carlisi

«I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli adulti il nulla nel tutto»1. Lo ha scritto Leopardi

Mi viene in mente questa frase mentre torno a visitare il piccolo museo della mia infanzia, sopravvissuto agli impulsi di distruzione indotti dalle mie metamorfosi e tutto racchiuso in una scatola di latta, di quelle che un tempo contenevano biscotti e che adesso, ad aprirla, odora di terra bagnata di pioggia.

Vi sono custodite poche fotografie di un’età più adulta e una folla di oggetti sbeccati, fusoliere d’aereo, penne, pezzetti di carta con annotazioni, cose perdute, insignificanti per chiunque ma non per me. Non vi è frammento, infatti, che a tenerlo tra le mani non si trascini dietro un residuo d’incantesimo e di racconto, che non tradisca una lieve piega della memoria soccorsa dall’immaginazione, che non mi restituisca, ancora più incredibilmente vivo di come lo ricordassi, quello scorcio di esistenza, trasfigurato dalla fantasia, che pare contenga la chiave di lettura di tutta la mia vita.

Guardo in fondo alla scatola come un padre trova in fondo agli occhi del figlio bambino tutto ciò che ha perduto negli anni e vorrebbe rimanere lì, per sempre: nel tempo di quella tenerezza senza l’ombra di un’infelicità.

Non è nostalgia, non si tratta di guardare al passato con il sapore greve di una felicità perduta quanto piuttosto di esserci. Poter dire c’ero e ci sono, perpetuo la memoria e quindi la consapevolezza di me stesso.  Riesco, in questo modo, a sincronizzarmi col mio tempo, a tenere insieme passato, presente e un’idea di futuro. In altre parole, guardo il mio museo di sentimentale inutilità come si guarda una fotografia. E dentro di fotografie ve ne sono poche e sbiadite. Quelle che non meritano l’album di famiglia e che avresti voluto buttare ma non hai avuto cuore di farlo.  Una di queste rimane a inchiodarmi – incauto – al bastione del castello di Erice, a quindici anni, carico di vita da stordire, come la bellezza di lei nella luce incerta di febbraio, accanto a me.

Ancora oggi mi vedo così nelle fotografie: goffo, impacciato, con un occhio più chiuso dell’altro ma senza le certezze dell’innamorato stampate in faccia. Penso che anche lei fosse innamorata, ma solo del colore rosso: scarpe rosse, calze rosse, foulard rosso, rossetto rosso. E io credevo di avere scoperto quale fosse il colore della felicità. Leggevo ogni suo gesto all’ombra dei versi di Dante, Petrarca e Leopardi (frequentavo il liceo) e lei era tutto: Laura, Beatrice e Silvia messe insieme. L’avevo idealizzata a tal punto da sentire la sua mancanza anche quando mi stava accanto. E ce n’è voluto di tempo per sanare le piaghe – ovviamente, rosse – che ha lasciato su di me. Eppure oggi, questa fotografia non risuscita alcun tumulto del cuore. Si dà solo nel tempo di un colpo d’occhio e poi si perde, svanisce senza bugie né logore illusioni. Fragile testimone di un boccone di felicità che mi è appartenuta e mi appartiene.

Oggi, mentre scrivo questo editoriale, si celebra la giornata mondiale della felicità. La nostra società opera continuamente grossolane semplificazioni della vita e si ostina a proporne il manuale di istruzioni in cui la gioia si confonde con il frastuono e la felicità con il benessere. Esistono in letteratura molte riflessioni e ricerche sul tema della felicità e – pensate – esiste persino una Scienza della Felicità. Mi guardo bene dall’indagare, non voglio sapere sull’argomento più di quanto già non ne sappia, dolorosamente. Posso parlarne da uomo comune che solo di rado ha intrattenuto con la felicità rapporti di intimità. E l’ha rincorsa, corteggiata, desiderata come si fa con un’amante bisbetica che ora si nega ora si dà. Dopo l’Eden, credo infatti, non sia data felicità che si possa trattenere, che si possa godere nel tempo di un fremito senza vederla subito dopo corrotta dal travaglio dell’esistenza. Tuttavia, capisco che celebrare la felicità sia già una maniera di farla esistere e, considerato il tempo triste che stiamo vivendo, l’ideazione della sua giornata mondiale mi è sembrata meno insensata di quanto dovrebbe. E comunque una retorica della felicità è sempre preferibile alla retorica del dolore come opportunità o del dolore che ci rende migliori. Ho pensato così che parlare di felicità potesse far bene. Che solo a nominarla si sta meglio. Parlarne però, senza la pretesa di scrivere un saggio, senza scomodare la scienza, col piglio di chi non conosce il futuro ma solo un antiretorico presente e un passato sterminato in cui ritrovarsi.

Allora ho iniziato a cercare in una scatola di latta o dovunque abitasse nella mia mente, il giorno in cui sono stato felice. Perché, come la maggior parte di voi sapranno, si capisce di essere stati felici dopo. Dopo che uno ha perso qualcosa o qualcuno, dopo che si è ormai avanti negli anni, dopo che si è andati via da casa, dopo che si è conclusa la settimana o quel mese o quell’anno o semplicemente quell’ora, quel momento, quell’istante. Dopo. E il dopo appartiene totalmente alla fotografia.

Anzi, aggiungo che la fotografia può essere la felicità nella sua essenza più vera.

Questa affermazione, apparentemente peregrina, nel caso delle fotografie del nostro privato trova subito una sua ratio. La foto del paesaggio della tua infanzia, di tua sorella che suona il pianoforte a dieci anni, dello sguardo della persona amata che si intravede nell’angolo del monumento di chissà quale città può essere felicità per ciascuno di noi e solo per noi, senza tirare in ballo la qualità dello scatto. Questo ha a che fare con la democraticità della fotografia. Anche la pittura è in un certo qual modo democratica, seguendo lo stesso principio: il disegno del tuo volto fatto da tuo figlio quando aveva sei anni ti rende felice, anche se non è un ritratto di Modigliani.

Ma come può la fotografia che narra tragedie continuare a essere ontologicamente l’essenza della felicità? Come può il fotografo parlare un linguaggio universale, dire altro rispetto a tutto ciò che intendiamo come felicità e intercettare quella nostra, personalissima? Bella domanda. Spero di non apparire pretestuoso, ma la risposta, a mio parere, si rintraccia nell’etimo della parola. Felicità deriva dal greco φύω (fyo) che significa “produco, genero” e dal latino foelix che significa fecondo oppure fertile. La fotografia ti porge l’altro – evento, persona, oggetto – e ti consente di scoprire e di scoprirti, producendo significati altri. È feconda quindi. Disvela. Disinganna e inganna. Proprio come la felicità.

Ci sono molti modi di vivere la felicità. Di fronte a una fotografia di Bill Brandt, come possiamo dire che non ci riguardi. Anche se non dice la nostra felicità, la contiene nei vestiboli degli altrove in cui si specchia il gioco stesso delle nostre vite. Basta riconoscerla.

Solo nei visi degli innamorati e nelle fotografie private si può esibire impunemente la felicità. Altrove bisogna rincorrerla e brandirla, non senza pagarne il prezzo. Se oggi la democrazia, la pace, i diritti civili sono dei valori irrinunciabili è anche perché Robert Capa, Ronald L. Haeberle, Nick Út, Armin T. Wegner, Larry Burrows, Dorothea Lange – solo per citare alcuni – hanno fotografato. Hanno fotografato la nostra felicità, quella futura – quella che oggi ignoriamo –, imprigionata nell’orrore passato. Con le loro fotografie hanno prodotto giustizia e reso fecondo il tempo. E il tempo dopo ha portato la felicità. Sempre alla luce del dopo.

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 Note

1G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, Mondadori, Milano 2004, fr. [527].

1 commento

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    Bravo Franco ….

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