Il museo della malavita

da | 27 Ott 21

Così Alfredo, aspirante suicida trattenuto in questo mondo dall’amore per i figli, chiama una folla di macchine fotografiche, obiettivi, flash che ha usurato in oltre venti anni di fotografie di matrimoni. Gente di Fotografia, l’editoriale di Franco Carlisi

Franco Carlisi

Che cosa sono, per noi che le abbiamo scattate, le fotografie degli anni acerbi quando siamo stati nient’altro che viandanti fra ciò che pensavamo di essere e ciò che non sapevamo di essere?

Da quando ho avuto la fortuna di incontrare la mia passione per la fotografia ho fotografato per necessità, per comunicare, per capire, per guardare il mondo da una prospettiva più rigorosa, per sostenere un’idea e per difenderla prima ancora di cambiarla. Ho fotografato soprattutto per l’illusione di far rivivere qualcuno o qualcosa. E ho fotografato, talvolta, per amore, per nostalgia o semplicemente per cercare quello che la vita ci nasconde o che noi stessi nascondiamo.

Ripeto a me stesso queste ovvie proposizioni mentre ho tra le mani le fotografie di più di vent’anni fa, semmai mi accadesse di ritrovare il mistero che così tanto mi ha affascinato e la bellezza che presidiava i miei occhi in quel tempo.

Nonostante la nebbia degli anni, riesco a definire queste fotografie nella dimensione di uno spazio fisico e mentale, determinato e misterioso, reale e immaginario. Alcune fotografie mi sembrano talmente incongrue, insensate e irreali da stentare a credere di averle scattate davvero, come se fossero state riprese da altri. Ogni immagine diventa quindi uno spunto reale che tende all’astrazione, alla proiezione, all’alterità. Ma fino a un certo punto. La loro verità giunge agli altri come narrazione, trasfigurazione artistica. Essa si colloca in una dimensione più simbolica che fenomenica. Non è così per me. Non mi sorprende la rassegnazione disincantata con la quale tengo in mano le mie fotografie. La memoria del momento in cui ho effettuato lo scatto e il referente limitano la mia libertà e mi impediscono una deriva completamente immaginaria.

Ci sono luoghi mentali che spesso non hanno più corrispondenza con quelli reali. Se chiudo gli occhi posso ripercorrere la casa di mio nonno o il volto di quella zia – bellissima – il giorno di Natale, di un tempo a me ormai ignoto, mentre gioca a carte con gli altri parenti. Nulla esiste più, tranne questa immagine mentale che nessuno può vedere oltre me. È imprigionata in me. Non c’è spazio fisico che io possa percorrere per ritrovare quella casa o quella scena in cui la mia bella zia giocava a carte sorridendo. Un interno, un volto, uno spazio, una realtà che inevitabilmente il tempo ha inghiottito, togliendo l’àncora dal mondo reale e facendola così affondare nell’immaginario. Ecco la fotografia è un’àncora che impedisce la sparizione nel fondale del non più. Non lo farà per la storia del mondo, ma se anche dovesse trattarsi della storia di una casa o di una famiglia o di un volto avrà rallentato il tempo prolungando il momento in cui quell’àncora verrà issata.

Le mie foto avviano negli altri una deriva narrativa che intercetta il loro vissuto; per me sono una sorta di bilancio: contengono i sogni, le aspirazioni, i desideri di allora. Non è il non più che mi inquieta ma il non ancora dei sogni non realizzati. Tra l’altro, a causa dello spaesamento prodotto dal tempo, anche io sono tra gli altri a guardare la mia foto. Davanti a essa. Estraneo.

Eppure queste fotografie cariche di tempo e insieme fuori dal tempo descrivono solo cose. Tutte le cose che ho perso e di cui ho bisogno sono lì. E mi sembra di averle messe in salvo, riportate a casa da un viaggio di cui ignoro il punto di partenza e il punto di arrivo. Sono l’evidenza visiva del mio destino.

Il Museo dell’innocenza, a Istanbul, è un museo letterario che raccoglie le cose appartenute ai protagonisti del romanzo di uno dei più noti scrittori turchi contemporanei: Ferit Orhan Pamuk. Proprio Pamuk ha ideato il museo come se veramente fosse il luogo sacro in cui attraverso gli oggetti esposti si racconta la storia d’amore di Kemal, il protagonista del romanzo – un giovane ricco imprenditore della Turchia degli anni Settanta – e di Füsun, la giovane cugina povera. Il museo è articolato in 83 esposizioni, che corrispondono esattamente ai capitoli del romanzo. La narrazione sugli oggetti trasforma la realtà immaginaria in realtà concreta: essi sono conservati e organizzati dallo stesso Kemal e rappresentano i ricordi che l’uomo aveva di Füsun. Cose reali appartenute a personaggi inventati. Un passaggio dall’immaginario al reale che non può che mettere nelle condizioni di ripensare al gioco dell’esistenza che per quanto crudelmente sintetico è rappresentabile esattamente al contrario: un passaggio dal reale all’immaginario (o all’inesistente, se volete).

In questo senso la fotografia è scatenata. Infatti, a differenza dell’esistenza non è incatenata nel flusso dell’irreversibilità. La reversibilità del tempo della fotografia permette di correre dall’immaginario al reale o dal reale all’immaginario.

Il Museo dell’innocenza richiama alla mia memoria un altro museo minimo ma non meno innocente: il Museo della malavita. Così Alfredo, aspirante suicida trattenuto in questo mondo dall’amore per i figli, chiama una folla di macchine fotografiche, obiettivi, flash che ha usurato in oltre venti anni di fotografie di matrimoni.

Il termine malavita ha in italiano un significato inequivocabile. Non è così in siciliano. Fare malavita è altra cosa rispetto a qualunque associazionismo di stampo delinquenziale. Chi fa malavita non fa nulla di contrario alla legge, semmai di contrario ai propri sogni adolescenziali in cui si figurava un futuro di grandi successi o di estrema normalità. In tanti oggi fanno malavita perché spesso si lavora senza misura, senza sosta, persino senza uno scopo preciso e magari dimentichi del tempo che passa, che attraversa i corpi, che segna i volti. Si corre dietro a impegni senza costrutto e intanto ci si dimentica di se stessi e dell’esistenza che si consuma. Ecco ci sono taluni che perdono il lavoro e taluni che perdono di vivere a causa del lavoro. Alfredo è uno di questi; benché abbia rinunciato alle magnifiche e progressive sorti a cui si credeva destinato, gli sopravvive nell’animo una passione fertile per la fotografia che però è cagione di un forte dissidio interiore. A poco vale il mio tentativo di consolarlo parafrasando una citazione del teologo rumeno Constantin Noica, secondo il quale le malattie dello spirito non sono né fisiche né psichiche, ma segni di un estremo disordine che, quando non uccide, diviene sorgente di creazione1. Di fronte alla malavita – dice Alfredo – le chiacchiere stanno a zero. “Come si fa a contemperare la qualità della vita con un lavoro la cui qualità non è più quella in cui si crede?”, mi chiede. È sempre una questione di libertà, ritengo. Ci si deve scoprire liberi anche quando si è imprigionati in un tempo che fugge dall’idea di realtà che ci si era figurati da giovani. Però Alfredo, tra il serio e il faceto, sostiene di non avere neanche la libertà di farla finita. E se questa non è malavita.

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1Cfr. C. Noica, Sei malattie dello spirito contemporaneo, trad. M. Mocan, Carbonio Editore, Milano 2017.

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