Il mio amore per i libri? Nasce con me, prima di me

di | 30 Mar 21

Incontriamo Elisabetta Sgarbi, direttrice editoriale della Casa Editrice La Nave di Teseo.  

Elisabetta Sgarbi

Ci sono donne che uno scrittore vorrebbe incontrare nella propria vita, anche solo per un istante per ringraziarle per il grande lavoro che svolgono per la cultura del nostro Paese. Una di queste è senz’altro Elisabetta Sgarbi, che dirige con tenacia, passione e competenza “La Nave di Teseo”, la Casa Editrice che vanta pubblicazioni prestigiose. Libri uno più bello dell’altro, opere d’Arte da salvaguardare come un bene prezioso e raro. Elisabetta Sgarbi è laureata in Farmacia, in seguito ha deciso di seguire la sua passione per la cultura, rendendola un lavoro. Ha curato la rivista Panta, fondata da Pier Vittorio Tondelli, nel 2000 ha creato La Milanesiana, una rassegna culturale della quale si occupa ancora oggi. Sino al 2015 è stata direttrice editoriale della Bompiani, pubblicando alcuni fra gli autori più famosi a livello internazionale.

Quando nasce il suo amore per i libri e qual è il potere di un libro?

Nasce con me, prima di me. Forse da mio padre che collezionò tutta la BUR, con i classici della letteratura, con quelle belle copertine ocra, semplicissime. Il libro è, sin qui, lo strumento insuperato per trasmettere la conoscenza. E di qui, un corollario: è l’apertura di infinite possibilità.

Che vuol dire stare dalla parte degli Autori.

Ma in generale è il mestiere dell’editore che, se non è miope, fa coincidere l’interesse dell’autore con il proprio. Che però, spesso, vuol dire anteporre l’interesse dell’autore al proprio, scommettendo sul fatto che, alla fine, sarà anche il proprio interesse. Nell’editoria è molto importante il fattore tempo.

Ho letto che bisognerebbe leggere soltanto i libri che mordono e pungono. Qual è la sua opinione?

Non penso. Leggere, come amare o sognare, non accetta imperativi o regole troppo strette. Bisogna augurare al prossimo a cui si vuole bene (ma anche a quello a cui si vuole male) di provare piacere nella lettura.

Quanto è importante l’uso della parola nel mondo in cui viviamo?

Una volta, sullo screen saver del mio PC c’era scritto “Trattare le parole come persone”. Che non voleva dire svalutare le persone ma sottolineare l’importanza delle parole. Abbiamo solo le parole, le cose non sono nostre.

In un’intervista sull’Espresso lei ha dichiarato: “Il libro appartiene a quella generazione di strumenti che una volta inventati, non possono essere più migliorati, come la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio, la bicicletta”.

Citavo una frase di Umberto Eco, tratta da un libro con il grande Jean Claude Carriere, “Non sperate di liberarvi dei libri”, ripubblicato di recente dalla Nave di Teseo. Come dicevo prima, è lo strumento insuperato per trasmettere il sapere. Il testo a cui fa riferimento lei, era un abstract della voce “Libro” che ho curato per la Treccani.

Che ricordo conserva di Umberto Eco e cosa le ha insegnato?

Un uomo di grande rigore, di straordinaria cultura, e di sferzante ironia. Mi ha insegnato molto del mio mestiere di editore. Non potrò mai dimenticare la Fondazione della Nave di Teseo.

Un solo libro può creare un mondo parallelo, l’insieme di libri può diventare l’enciclopedia della comunità. Il libro non è mai solo, ma sempre plurale.

Un libro rimanda alla totalità dei libri. Fa vivere mille vite, vite di altri che diventano la mia. È una educazione a distanziarsi da se stessi. Bisogna solo fare attenzione a come tutte queste vite occupano la propria vita. Non bisogna prendere tutto alla lettera.

Cambia qualcosa quando Dio si mette a scrivere?

Era un altro capitolo di quel testo: gli dei greci non scrivono, non ne sentono la necessità, per loro tutto è presente e immediato. Sono felicemente “analfabeti”. La cultura ebraica cristiana inserisce una variabile importante: un Libro è sacro, perché parola di Dio. In nome di un libro si possono censurare altri libri.

Walter Pater ha scritto: “I libri sono dei rifugi, una sorta di chiostro protetto dalle volgarità del mondo”. Condivide questa riflessione?

Ripeto, più che come rifugio, che pure è un aspetto importante, amo vedere i libri come apertura di possibilità.

Jorge Luis Borges afferma che non è stato Dio a creare il mondo, ma sono i libri ad averlo creato. Lei cosa ne pensa?

I libri – in generale la scrittura – sono il modo in cui l’umanità si è appropriata del mondo, lo ha costruito a sua immagine e somiglianza. Però rifletterei sul lato contrario: ogni volta che si dimentica un libro, si brucia o si chiude una biblioteca, si evita di investire nel mondo del libro, si perde qualcosa del mondo. L’ignoranza di chi governa non è una questione di natura intellettuale: è una questione cruciale. Chi non sa, non può muoversi correttamente tra le cose del mondo, perché non le conosce. Aggiungerei, ma è un capitolo troppo lungo, che anche il cinema nel 900 ha creato il mondo. Ma qui mi fermo.

E Stèphane Mallarmè sostiene che il mondo esiste per approdare in un solo libro.

A me piace più la declinazione plurale. Il libro è una grande espressione di pluralità.

Perché in Italia si legge ancora così poco?

È una annosa questione, non risolvibile qui. Purtroppo temo che l’avverbio temporale “ancora” sia ottimistico, come se prima o poi si potrà migliorare la quantità. Bisogna anzitutto sperare di conservare i lettori che abbiamo e non pensare alla lettura come qualcosa di doveroso e noioso.

Quali sono i  suoi progetti per il futuro e quelli per la Nave di Teseo?

Mantenere e accrescere la sua vivacità, e costruire un catalogo solido che le permetta di navigare sicura.

 

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