Il “maestro dei sogni” che si è fatto le ossa nella sua Favara, guardando a Parigi

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Giuseppe Maurizio Piscopo, “l’ulisside” che ha fatto ritorno. Il prossimo 19 luglio gli sarà consegnato il “Premio Nikolaj Gogol – Ambasciatore del sorriso”

Giuseppe Maurizio Piscopo

Il prossimo 19 luglio a Giuseppe Maurizio Piscopo, maestro, scrittore e musicista, sarà consegnato il “Premio Nikolaj Gogol – Ambasciatore del sorriso”, per il racconto breve “Il vecchio che rubava i bambini”, edito da Aulino nella collana “Coup de Foudre”, diretta da Accursio Soldano. Un prestigioso riconoscimento che vogliamo accompagnare con le congratulazioni del nostro giornale, del quale Piscopo è un prezioso collaboratore, e con questo straordinario ritratto che fa di lui Salvatore Ferlita.

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Pochi giorni intercorrono tra il genetliaco di chi scrive e quello di Giuseppe Maurizio Piscopo: forse un segno del destino? Una sciarada da interpretare? Un geroglifico temporale che attende di essere decifrato? Certo, questa strana contiguità delle date di nascita può anche non voler dir nulla. Ma la suggestione è forte: questa adiacenza dei giorni è una specie di correlativo numerologico, che dice di un’altra vicinanza, di una prossimità che negli ultimi tempi si è fatta incisiva e prolifica. Sto parlando di quello che oggi si configura alla stregua di un sodalizio intellettuale, la cui genesi è collocata un bel po’ di tempo fa.

Ho netta ancora, davanti agli occhi, l’immagine di questo maestro dell’anima, di questo insegnante a suo modo donchisciottesco, in grado di ardere di entusiasmo per una intuizione del momento, per una specie di cortocircuito della memoria che subito si trasforma in adrenalina pura.

Basta un clic: potrebbe essere la constatazione che, ad esempio, delle serenate oggi si vada perdendo traccia, che questo patrimonio di musica e sentimenti, di parole e spasimi stia scomparendo inesorabilmente. Da qui l’alzata di ingegno e la decisione presa: racimolare un manipolo di scrittori, giornalisti, musicisti, antropologi, e chi più ne ha più ne metta, in grado di puntellare l’argomento in questione, sviscerarlo, tesaurizzarlo.

In tal modo comincia a muoversi una vera e propria macchina da guerra: per giungere alla meta, ossia il coronamento del progetto (solitamente un libro e un cd) occorre pazienza, abnegazione, visionarietà, cocciutaggine. Qualità che il maestro Piscopo tutte quante agglutina in se stesso, assieme a tante altre, in un dosaggio oggi praticamente irripetibile.

Difficile definire il suo immaginario, che è un guazzabuglio di incanti e ricordi, di rimpianti e di slanci. Egli incarna in qualche modo la figura del sociologo, dell’antropologo, del poeta, del musicista, dello storico: è insomma il frutto di una mescidazione capricciosa e imprevedibile, in forza della quale è venuto fuori un maestro che crede nella scuola ma non nei programmi, che darebbe la vita per un suo bambino ma che sfiderebbe ogni giorno a singolar tenzone la collega di turno, bacchettona e goffa; un operatore culturale che sa catalizzare intelligenze e talenti, da mettere a servizio di una causa buona: le musiche dei barbieri tanto per dirne un’altra, capitale che oggi rischia la sparizione (come dice Piscopo, in punta di ironia, egli ha frequentato l’università delle barberie, per dire di un apprendistato di grado zero, di un tirocinio fatto non sui libri ma per la strada, in mezzo alla gente), oppure le note e le parole legate all’esperienza lacerante della migrazione.

Io mi sono trovato nel bel mezzo di questi progetti, trascinato dal fiume in piena del suo entusiasmo, di un trasporto che assomigliava di volta in volta a un fervore inarrestabile, a un ardore inestinguibile.

Così per le esperienze già vissute ma soprattutto per i progetti in corso di realizzazione: il maestro Piscopo non conosce lo stallo, sembra mosso da una propulsione atomica che lo sospinge proiettandolo sempre più in là del prevedibile. Il maestro viaggia sempre con una vecchia fisarmonica Scandalli, acquistata a New York da un vecchio barbiere. Frank Castelli. Nel suo futuro, ce lo ha confidato da poco, c’è un viaggio in tutti i paesini della Sicilia con una lapa stracolma di vecchi libri da regalare ai bambini.

Ma questa strana figura di educatore e compositore è soprattutto una specie di pungolo quotidiano per la sensibilità di chi con lui condivide passioni e vagheggiamenti: una notizia sezionale, minima, nel calderone della sua fantasia, passata al setaccio della sua reattività, si trasforma in un potenziale inimmaginabile: diventa argomento su cui discutere, banco di prova per tastare intuizioni possibili.

Ma, viene da chiedersi, da quale pianeta il maestro Piscopo sia precipitato sulla terra, da quale orbita egli abbia preso l’abbrivio per mettere piede tra noi, comuni mortali.

Il segreto forse sta nel luogo di nascita e in quello di elezione: Favara, in provincia di Agrigento, lontana mille miglia dalla città che oggi ha conquistato la ribalta per la scommessa di un notaio-mecenate, per l’audacia di alcuni giovani architetti e imprenditori, forte della sua Farm e dei locali all’avanguardia sorti a due passi dalle macerie di un centro storico sanguinante. La Favara in cui il maestro Piscopo ha mosso i primi passi era un luogo respingente, di violenza e sopraffazione spesso. Con qualche sacca di resistenza, con brandelli di poesia: solo lo sguardo di Piscopo però era in grado di coglierli e custodirli, come fossero pietre preziose.

Maurizio Piscopo e Salvatore Ferlita

Lì il maestro dei sogni si è fatto le ossa, ha conosciuto la durezza della Storia e la veemenza dei sentimenti. Favara era un luogo da cui dover fuggire: l’ha fatto a un certo punto Giuseppe Maurizio Piscopo, guardando a Parigi come unica culla possibile, e lì si è istallato incarnando la figura del bohémien, grazie a uno straordinario mimetismo che l’ha fatto diventare più parigino dei parigini.

Nella città di Hugo e Baudelaire egli si è imbibito di bellezza, fascino, lirismo e, una volta carico di tutto questo, è tornato nella sua Isola.

La quale, possiamo dire senza tema di smentita, se il maestro Piscopo non fosse stato un ulisside, e se egli non vi avesse come Ulisse nella sua Itaca fatto ritorno, sarebbe oggi più povera, più spoglia, meno attraente.

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One Response to Il “maestro dei sogni” che si è fatto le ossa nella sua Favara, guardando a Parigi

  1. Paola Rubino Rispondi

    18/07/2019 a 16:03

    Tanto bella e suggestiva la recensione del Prof. FERLITA
    che mi è venuta voglia di conoscere Giuseppe Maurizio Piscopo per la “propulsione atomica” che ispira la sua vita e la Parola felice di Chi la sa raccontare in maniera così sublime…
    Grazie..

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