Il lockdown secondo Ntoni

da | 10 Mag 20

A proposito della tendenza all’uso di anglicismi

Olindo Terrana

Con la globalizzazione sono entrati in uso nel linguaggio comune italiano svariati anglicismi, cioè l’utilizzo di voci o frasi o modi di parlare derivati dalla lingua inglese, sempre più diffusamente adottata quale lingua franca nelle relazioni fra gli Stati, negli scambi economico/finanziari e commerciali internazionali, nelle relazioni culturali e nella ricerca scientifica e, in maniera molto pervasiva, quale strumento di linguaggio in internet.

La tendenza all’uso di anglicismi sembra essersi manifestata, a partire dalla Francia e successivamente negli altri stati europei, dalla metà del XVIII secolo, anche se a seguito della fine della prima guerra mondiale, con la riduzione dell’influenza del francese, e ancor più dopo la seconda guerra mondiale, si consolidò l’uso della lingua inglese, o meglio, dell’American English, che determinò l’abbandono definitivo del sogno di Zamenhof, il polacco di origine ebraica, che per primo concepì l’idea di un’unica lingua universale quale l’Esperanto.

Sono davvero tanti in Italia i termini derivati dall’American English ed è sempre più diffusa l’attitudine a coniarne di nuovi per richiamare l’attenzione ad una efficace e immediata comprensione di ciò che si desidera comunicare. Tutto ciò determina un continuo incalzare del linguaggio globalizzato nei confronti degli idiomi nazionali e, soprattutto, di quelli locali che tendono a essere sempre più meno parlati con il rischio di una loro prossima estinzione.

Anche nella recente pandemia da Coronavirus abbiamo appreso nuovi termini dall’American English utilizzati appositamente per rendere più intellegibili azioni e misure governative adottate per contrastare gli effetti della pandemia. Tra questi termini “smart working” (lavoro agile o intelligente), “contact tracing” (traccia dei contatti) e il più famoso fra tutti, cioè il verbo preposizionale “lockdown”.

A proposito del blocco totale delle attività nel Paese e in parte del mondo, giusto per alleggerire un tantino questo pesante clima restrittivo, il mio pensiero corre veloce a Ntoni, una delle persone più sagaci che abbia conosciuto e che giusto qualche giorno fa, in collegamento via Skipe, mi regalava una delle sue perle di saggia e sana ironia. Ma giusto per capire di chi stiamo parlando necessita che di Ntoni dica che è un settantenne di statura inferiore alla media, asciutto, arso dal sole, con una folta chioma bianco argentata e un volto dal quale emerge un pronunciato naso aquilino che svia l’attenzione dai suoi due piccoli occhi castani estremamente vivaci. Incontrandolo per strada di lui non ti rimane alcun tipo di memoria considerato che è di aspetto assolutamente anonimo, nonostante abbia alle spalle una straordinaria esperienza di vita e di mondo accumulata nei lunghissimi anni vissuti per i mari di tutti i continenti, dove ha conosciuto uomini e popoli di molte razze e culture e vissuto esperienze decisamente straordinarie, anche in ragione alle innumerevoli soste in terra ferma dove ha svolto ogni tipo di lavoro o attività che gli aggradasse o, comunque, che gli fosse momentaneamente utile.

Ma per meglio delineare qualche aspetto della sua personalità va anche sottolineato che Ntoni, quando è in compagnia e, in particolare, nel corso delle conversazioni, solitamente dà la sensazione di essere assente, come avvolto da una sua personale nube di pensieri, anche se, a ben guardarlo, attraverso l’estrema mobilità dei suoi occhi, si percepisce che segue con molta attenzione ogni parola, opinione, gesto, movimento e quant’altro orbiti attorno a lui e, man mano che la discussione si approfondisce, osservandolo meglio, s’intuisce che Ntoni elabora ad una velocità impressionante mantenendosi pronto a intervenire anche se, nella maggior parte dei casi, si astiene dal farlo, a meno che qualcuno non lo solleciti esplicitamente a partecipare. Il verificarsi di tale circostanza, è inutile dirlo, comporta più che una piacevole nota di interesse, sia per la qualità intrinseca di quanto dice, sempre frutto della sua esperienza di vita, ma anche perché Ntoni regala, il più delle volte, gradevoli e sagge considerazioni lungimiranti e pregne di sottile e positiva ironia.

D’altronte Ntoni, nonostante abbia soltanto la licenza elementare, della quale ne fa originale sfoggio nel suo biglietto da visita, conosce e parla bene l’inglese, il francese e lo spagnolo e rispetto alle innovazioni tecnologiche non è certamente rimasto indietro, ivi compresa la buona capacità di navigare in internet di cui perentoriamente afferma “E’ nna cosa di lussu! Di fermu ti fa firriari u munnu. Peccatu però ca un po’ tuccarlu!”. E mentre afferma ciò percepisci che quei suoi occhi piccoli e vivaci volano a una velocità superiore a quella della luce e intuisci che nel vortice delle associazioni visive che s’affastellano nel suo sguardo, in una frazione di attimo, s’accende una sorta di lampo, foriero di nuove perle di saggezza, raccontate con calma e parole misurate alle quali fa da sfondo un lieve accenno di sorriso simultaneamente aperto, solidale e un pizzico interrogativo, come a volerti dire “Bada bene che quello che sto dicendo, se pur frutto di esperienza vissuta, non è dogma, ma esperienza che mira a confrontarsi con altra esperienza, per arricchire la nostra comune conoscenza”.

E sì! E’ proprio così Ntoni: un raffinato cultore della dialettica, ma anche un profondo coltivatore del dubbio. E questa sua specifica peculiarità la scopri quando con lui hai il privilegio del dialogo diretto, privo di altri interlocutori, magari in una bella serata di Agosto, sotto un cielo brulicante di stelle, nel patio della sua antica casa di pietra che s’affaccia sopra una falesia della costa siciliana, sorseggiando il fresco Catarratto prodotto dalle uve del suo vigneto. Ed è in questo luogo sospeso fra terra, mare e cielo che Ntoni vive tutto l’anno, da quando ha smesso di essere marinaio e di occuparsi del vecchio podere di suo padre. E in quella casa, dove di giorno lo sguardo si riempie di infinito orizzonte di mare, ci vive con Denise, la bella compagna conosciuta a Niteroi in uno dei suoi viaggi a Rio De Janeiro.

Denise è una creola brasiliana di sedici anni più giovane di lui, con due grandi occhi neri e un viso straordinariamente dolce incorniciato da una cascata di ricci e neri capelli acquerellati da qualche sparuto filo di bianco. Pur se matura negli anni è ancora una bella donna, di quella bellezza alla quale, se togli le armoniche velature del tempo, ne cogli subito le superbe linee giovanili, peraltro evidenti nelle fotografie che Ntoni tiene esposte sul tavolo intarsiato di origine pakistana del suo soggiorno. Ma ciò che più ti colpisce fra i due è l’amore, quello profondo e sempre vivo, quello che scatta ogni qualvolta i loro occhi si incontrano nel costante dialogo di intese quasi impercettibili e che fanno stare l’ospite più che a suo agio, in quella casa e in quell’ambiente fuori dal tempo e dallo spazio.

Ma ritornando alla discussione che ho avuto con Ntoni via Skipe sulla recente pandemia, come già successo altre volte, lui mi ha fatto riflettere su alcune questioni centrali di tutta questa vicenda. Prima fra tutte la questione relativa alla prevenzione informandomi del fatto che il miliardario americano Bill Gates, principale fondatore di Microsoft e ora filantropo e principale finanziatore privato dell’OMS, già dal 2015, aveva messo in guardia i potenti della Terra su una possibile pandemia virale dagli effetti devastanti e, nonostante ciò, l’allarme non era stato preso nell’adeguata considerazione neanche dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, che su tale pandemia si è trovata totalmente priva di un piano di prevenzione e, ancor peggio, ha sottovalutato la iniziale gravità del fenomeno. Comportamento, questo, adottato anche dalle grandi potenze della Terra quali gli Stati Uniti d’America, la Cina, la Russia, in parte anche da alcuni Stati dell’Unione Europea, per non parlare della Gran Bretagna, con la conseguenza che in questi Paesi ci sono stati migliaia di vittime, che molto probabilmente si sarebbero potute evitare a fronte di un efficace piano di prevenzione immediatamente attuabile contro una pandemia a così alto rischio di contagio e di mortalità. “E inveci” sottolineava con amarezza Ntoni “I potenti di la Terra, pi l’armamenti i sordi li trovanu sempri tantu ca ci sunnu scudi di protezioni e piani di attaccu di ogni forma e tipu e arsenali militari nucleari capaci di mannari all’aria u munnu un sacco di voti, mentri pi a saluti da genti un c’è nenti! Nenti miscatu a nenti!”

Ma oltre alla questione relativa alla prevenzione, Ntoni mi ha fatto riflettere sui danni ambientali e su quelli economici conseguenziali ad una organizzazione del mondo produttivo poco propenso all’utilizzo intelligente delle tecnologie e degli strumenti innovativi quali lo “smart working” e la robotica, con conseguenziale riconversione della mano d’opera in settori meno tradizionali e più innovativi per la salvaguardia dell’ambiente e della salute degli esseri umani, del clima, delle energie alternative, della ricerca e dei servizi alle persone.

“Caru miu, la Terra è stanca, l’avemu troppu sfruttata e ora avi n’affannu malatu. E nautri, microbi vitali di Matri Terra, avemu di canciari sunata dicennu basta a li catini di produzioni pi curari st’affannu cu lu travagghiu ntelligenti. Amicu miu si un cangiumu strata semu cunnannati all’estinzioni. Un c’è nenti di eternu, tutto è mutabili nfacci all’eternità.”

Infine, Ntoni riferendosi al blocco totale delle attività e alle restrizioni delle libertà individuali mi ha ironicamente avvisato su certa sottigliezza comunicativa, raccontandomi che arrivato ventenne per la prima volta a New York, un italo americano che aveva una modesta pensioncina a Little Italy, prima di dargli le chiavi della camera gli aveva chiesto “Paisà simmu sicuri ca un sì wanted?” e notato lo sguardo interrogativo del giovane Ntoni aveva ripetuto “Wanted paisà! È nglisi: vol diri ricercato”. Ntoni, dopo averlo tranquilizzato, da allora aveva iniziato a riflettere sul fatto che quando qualcuno faceva ricorso a inglesismi bisognava stare in allerta in quanto gli stessi spesso venivano utilizzati per mediare o alleggerire l’effetto di qualcosa non facilmente gradevole o accettabile. Detto ciò poi concludeva, con il suo solito tocco finale di ironia, allertandomi: “Beddro mè, a proposito di lokdown, teni presenti ca a pronunciarlu ti pari quasi un sono musicali di chitarra elettrica mentri  l’effetti veri supra la pirsuna sunnu di confinu, o megliu, d’arresti domiciliari”.

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