Il germe dell’indolenza che minaccia la Fondazione Sciascia

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FONDAZIONE. Gigi Restivo, ex sindaco di Racalmuto, interviene nel dibattito aperto da Gaetano Savatteri sui rischi di chiusura. Racconta gli inizi della Fondazione, le difficoltà e i retroscena dela donazione della famiglia Sciascia all’istituzione dedicata allo scrittore. E conclude: serve uno staff amministrativo per realizzare progetti e iniziative

Leggo con dispiacere e disagio gli articoli pubblicati nelle ultime settimane da Malgradotuttoweb sulla Fondazione Leonardo Sciascia e sul suo futuro soprattutto quando, a causa di una lunga situazione di stallo, se ne paventa addirittura la chiusura.

Dispiacere per una prospettiva che, se si avverasse, rappresenterebbe soprattutto per Racalmuto una mazzata ancora più forte di quella conseguente allo scioglimento degli organi del Comune per mafia nel 2012; e rappresenterebbe per la Sicilia intera l’ennesima sconfitta che darebbe purtroppo ragione a quella funesta irredimibilità dell’isola profetizzata proprio dallo scrittore di Racalmuto.

Gigi Restivo (Foto di M. Spada)

Disagio perché di questa Fondazione, quale sindaco di Racalmuto, dal 2002 al 2007, sono stato presidente – accanto a mio padre come consigliere di amministrazione – ed ancor prima, sin dalle sue origini nel lontano 1987, collaboratore e accanito difensore convinto com’ero e come sono ancora oggi che Sciascia, benché diversamente consigliato, abbia fatto a Racalmuto ed alla Sicilia un dono inestimabile.

Disagio anche perché, quantomeno dal 1987 al 2007, dunque per ben vent’anni, anche grazie alla Fondazione, ho consolidato rapporti, relazioni e amicizie che hanno sicuramente accresciuto, e di tanto, la mia formazione: la famiglia Sciascia, il dott. Aldo Scimé, il prof. Antonio Di Grado, i tanti studiosi, amici ed estimatori di Sciascia sparsi per il mondo.

Sin dal momento in cui lo scrittore, nel lontano 1987, dichiarò nella sala del Consiglio comunale di Racalmuto  – in occasione dell’atto di acquisto dell’ex centrale Enel che oggi ospita la Fondazione a lui intitolata – che avrebbe voluto donare al suo paese libri, dipinti e soprattutto tutte le lettere ricevute in cinquant’anni di attività letteraria, parole registrate dal mio vecchio registratore Panasonic, non sono stati pochi coloro che, nei due anni successivi prima della sua morte, provarono a dissuaderlo.

Non solo e non tanto per la marginalità geografica di Racalmuto ma soprattutto credo perché perfettamente consapevoli delle condizioni amministrative della Sicilia intera e di un’istituzione regionale sorda ad ogni possibilità di sviluppo dell’isola che passasse dalla crescita culturale: altre erano e probabilmente sono ancora, le priorità dei gruppi dirigenti siciliani.

Ma Sciascia, approssimandosi la sua fine, con la determinazione del suo “tenace concetto” allontanò ogni ipotesi diversa, seppur estremamente valide come quella pervenuta dalla biblioteca Sormani di Milano e da un centro culturale di Lugano.

E poco dopo la sua morte – grazie all’impegno profuso negli ultimi mesi della sua vita per definire i contorni della Fondazione che sarebbe stata a lui intitolata – il suo sogno si avverò: il Comune di Racalmuto istituì unilateralmente ma d’intesa con i suoi familiari, la Fondazione che ancora oggi porta il suo nome.

Ma dovevano ancora passare quasi 10 anni prima che la Fondazione fosse ospitata nei locali dell’ex centrale Enel in Viale della Vittoria allora in corso di restauro.

Dieci anni in cui gli organi della Fondazione si riunivano a casa di mio padre, consigliere di amministrazione e poi, a lungo, nel salone dell’ex Pretura presso il Municipio di Racalmuto.

Leonardo Sciascia e Salvatore restivo (Foto di F. Scianna)

Completati i lavori e consegnata la sede, la stessa era un enorme guscio vuoto: ma grazie alle somme amministrate con parsimonia dalla Fondazione e dal dott. Scimé (100 milioni di vecchie lire l’anno da parte del Comune e 250 milioni dal 1996 da parte della Regione Sicilia) in un paio d’anni venne arredata la sala convegni al piano terra e dotata di tutte le attrezzature necessarie e subito dopo la pinacoteca e le sale adiacenti al piano superiore che oggi ospitano la collezione di ritratti donata dallo scrittore e parte della biblioteca.

Ma anche senza una sede adeguata innumerevoli furono in quegli anni le iniziative: dalla straordinaria rappresentazione della “Recitazione della controversia liparitana” in Piazza Fontana al convegno su Fra Diego La Matina alla mostra “La Sicilia il suo cuore” che ancora oggi viene richiesta alla Fondazione in tutta Europa da prestigiose istituzioni culturali.

E alla fine degli anni ’90, nel segno di un’attività che comunque varcava i confini nazionali, il Presidente della Repubblica di Ungheria, lo scrittore Arpàd Gonz, visitava la Fondazione, primo capo di Stato in visita alla piccola comunità di Racalmuto.

E negli anni successivi le iniziative proseguirono con la mostra di “Robert Capa” dedicata ai suoi straordinari scatti siciliani della seconda guerra mondiale; l’inaugurazione della biblioteca; le iniziative per i sessant’anni delle Parrocchie, con convegni, presentazioni, proiezioni e rassegne aperte soprattutto anche al mondo della scuola: e nel 2009, anche il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, renderà omaggio a Sciascia proprio nella sede della Fondazione.

Cito solo una piccola rassegna di iniziative, rispetto alle centinaia organizzate in quasi trent’anni, per non stancare i nostri lettori.

In mezzo a tutto questo, i ritardi e le mancanze del Comune (anche durante il mio mandato) e della Regione siciliana nell’erogare i fondi stanziati per la Fondazione; la consistente riduzione degli stessi; la rigidissima posizione della Commissione prefettizia che ha amministrato Racalmuto dal 2012 al 2014.

E’ solo dunque a partire dalla fine degli anni ’90 che la Fondazione ebbe la possibilità di avviare concretamente le sue iniziative e di prepararsi a ricevere e catalogare la donazione dello scrittore in una sede adeguata.

Processo certamente molto lento e oggi non ancora completo se, come ha ricordato Gaetano Savatteri su queste pagine, nonostante il prezioso impegno di Salvatore Pedone, manca ancora un inventario o un catalogo completo – mi scusino per le imperfezioni, stante la mia incompetenza, le bibliotecarie che si sono succedute per svolgere questo lavoro – dei libri contenuti nella biblioteca della Fondazione; delle lettere donate dalla famiglia dello scrittore; e mancano ancora alcuni ritratti della collezione donata da Sciascia come quelli, tra gli altri, di Ambroise Vollard, di Anatole France, di Guillame Apollinaire, di Oscar Wilde, di James Joyce o di Arthur Rimbaud.

Oscar Wilde (Litografia di H. Toulouse Lautrec)

Ma ciò che soprattutto negli ultimi anni ha caratterizzato, ritengo negativamente la gestione della Fondazione, a parte l’inevitabile diminuzione delle iniziative dovuta anche all’esiguità di risorse finanziarie, è da una parte, l’estrema difficoltà per chiunque – studiosi, ricercatori, giornalisti, estimatori dello scrittore – di accedere alla semplice visione del patrimonio della Fondazione costituito dai libri e dalle lettere donate dalla famiglia dello scrittore e dai ritagli stampa che lo riguardano (materiali per i quali la maggior parte dei richiedenti che magari, dopo avere avvisato, arrivano da lontano a Racalmuto e si sentono quasi sempre chiedere la presentazione di una richiesta scritta da esitare addirittura da parte del Consiglio di amministrazione).

So benissimo che per la visione di alcuni materiali, lettere ricevute dallo scrittore, libri, scritti dispersi, vi sono alcune volontà del “maestro” di Regalpetra, espresse prima della sua morte, che vincolano la loro consultazione e pubblicazione (e per chi vuole verificarle vi segnalo l’articolo di Giorgio Calcagno sulla “Stampa” del 21 settembre 1994 che fa parte del fondo di ritagli e articoli di stampa donati dalla mia famiglia alla Fondazione), ma, dal 1989 e sino ad oggi, non poche sono le lettere e i relativi studi sulle corrispondenze letterarie, i saggi e gli articoli dispersi, pubblicati, grazie anche alla Fondazione, su quotidiani, periodici e libri.

E proprio lo studio e la pubblicazione delle corrispondenze letterarie dello scrittore potrebbe, a trent’anni dalla sua morte, rinnovare la giusta attenzione nei confronti di uno dei maggiori letterati e intellettuali europei del ‘900 come avvenuto per gli epistolari, già pubblicati, in giornali, periodici e libri con Pasolini, Calvino, Vittorini, La Cava, Roberto Roversi o Vito Laterza.

Ma sino a quando, e sono passati trent’anni, nessuno chiederà ai mittenti di quelle lettere l’autorizzazione alla visione ed alla eventuale pubblicazione, resteranno a riposare per l’eternità, ovviamente ben custodite, in un caveau della Fondazione.

Ma ciò che credo rischia realmente di portare la Fondazione ad una lenta consunzione è una sorta di accidia dei suoi componenti, nell’accezione greca del termine, magistralmente rappresentata da uno straordinario artista, caro a Sciascia, come Durer nella sua “Melencolia”: l’avversione all’operare, mista a noia e indolenza.

Lo stesso prof. Fodale, nel suo intervento di risposta a Gaetano Savatteri riconosce l’innegabilità della crisi e l’indolenza dei suoi organi nel trattare “marginalmente e informalmente” la questione della nomina dei due nuovi consiglieri di amministrazione. Ma nel respingere presunte accuse e insinuazioni – che invero Savatteri non ha mai lanciato – si spinge anche ad individuare le cause della crisi nell’attivismo invasivo del nuovo consigliere di amministrazione, Felice Cavallaro. Credo che sia un’accusa certamente ingenerosa, dettata credo più da un improvviso sentimento di collera che da una convinta consapevolezza.

Le voci raccolte da Gaetano Savatteri che ancora una volta prova con il suo intervento – con straordinaria lucidità, disinteresse personale e amore per la sua comunità – a raddrizzare il naso storto della metafora di Gogol sono le stesse ricordate dal Direttore letterario Antonio Di Grado al momento delle sue dimissioni che indicava una delle principali carenze che ha sempre contraddistinto la Fondazione: la mancanza di uno staff amministrativo che rendesse concrete le scelte del Consiglio di amministrazione e aggiungeva:

“E’ necessario uno svecchiamento per incarichi concepiti venticinque anni fa. Sono invecchiato io, siamo invecchiati tutti. Sarebbero necessarie nuove leve: ci sono giovani studiosi che potrebbero immettere sangue nuovo nella Fondazione”.

E conclusivamente, nel rileggere con un po’ di amarezza le considerazioni del Prof. Fodale, storico ed intellettuale che stimo, non posso fare a meno di rimarcare che, da tutti coloro che fanno parte della piccola grande famiglia di Malgrado tutto, le assicuro, caro professore, è difficile aspettarsi accuse, veleni o insinuazioni dettate da calcoli o interessi personali: meglio volgere lo sguardo altrove.

E l’attivismo di Felice Cavallaro è semmai da elogiare, piuttosto che ritenerlo invasivo: Cavallaro non fa altro che assolvere al suo ruolo di consigliere con passione ed entusiasmo.

Io non credo, né crederò mai che i familiari dello scrittore, i suoi generi Antonino Catalano e Salvatore Fodale, indicati direttamente dal Maestro di Regalpetra per far parte del Consiglio di amministrazione; le sue figlie, Laura ed Annamaria, i suoi nipoti tutti, vogliano coltivare la consunzione e la definitiva scomparsa della Fondazione intitolata a Sciascia o vogliano sottrarsi a tutti gli obblighi derivanti dalle sue ultime volontà.

Ricordo ancora, in modo indelebile, alcune considerazioni della signora Maria Andronico, “adorabile” compagna dello scrittore.

Completata, alla fine degli anni ’90, la sistemazione della sede della Fondazione presso la Centrale Enel di Viale della Vittoria, passai innumerevoli pomeriggi nella casa palermitana di Leonardo Sciascia a Villa Sperlinga dove, soprattutto Pippo Di Falco, allora consigliere comunale ed il prof. Sergio Amato, insieme con la signora Maria, censivano i ritratti che sarebbero stati consegnati alla Fondazione.

Per ogni ritratto una scheda con titolo, autore, tecnica, misure.

Alla fine di questo lungo e scrupoloso lavoro – già Sindaco e dunque Presidente della Fondazione intitolata al marito – dopo che la signora mi consegnò l’elenco, vergato a mano di tutte le opere che sarebbero state donate alla Fondazione, chiesi alla signora Maria se fosse disponibile a prendere in considerazione la possibilità di donare alla Fondazione altri libri ed altri ritratti per accrescere il patrimonio dell’istituzione.

Ambroise Vollard (Acquaforte di Pablo Picasso)

Con la schiettezza che l’aveva sempre contraddistinta mi rispose:

“Io e la mia famiglia, consegneremo alla Fondazione ed al Comune di Racalmuto tutto ciò che mio marito ha destinato alla vostra comunità. Non un libro, un ritratto né una lettera in più, né un libro, un ritratto o una lettera in meno. Sul resto non posso darle una risposta: a decidere saranno le mie figlie ed i mie nipoti”.

Sono certo che le volontà di Sciascia e di sua moglie non saranno disattese. Anzi, spero che vengano al più presto formalizzate e definite proprio per cancellare ogni incertezza sul patrimonio della Fondazione.

 

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