“Il Generale”

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Il racconto della domenica

Angela Mancuso

Si preannunciavano tempi cupi per gli alunni della IIA del Liceo Classico “Vincenzo Tonti” di Spertusa. Tempi  bui, verso i quali essi avvisavano una preoccupazione acuta e avvertivano un’angoscia che sapeva di funereo. Alla loro classe era stato assegnato, per quell’anno, il vecchio professore di italiano Amintore Butrone, un bastione di novanta chili che da decenni veniva soprannominato “IL Generale”.

Quel soprannome la diceva davvero lunga sull’indole austèra, rigida e militaresca del famigerato uomo di lettere. La preside del Liceo, donna sensibilissima e scolasticamente diafana, lo adorava di un’adorazione mistica e soprannaturale. I suoi colleghi, invece, si erano divisi in due contrapposte correnti di pensiero. Da un lato c’erano quelli che sostenevano essere egli solo un perfido, borioso, spocchioso, presuntuoso “ma chi si crede di essere ci tratta tutti come se fossimo inferiori sarebbe ora che andasse in pensione”. Dall’altro lato la maggior parte decantava la sua sconfinata cultura, il rigore professionale, l’efficacia dei suoi metodi tradizionali, l’attaccamento stakanovistico al lavoro. Su quest’ultimo punto la seconda e più nutrita corrente di pensiero non errava dal vero. Il professore Butrone, difatti, non si assentava mai (anche perché aveva una salute di ferro) e odiava le vacanze natalizie, le vacanze pasquali, le feste patronali, il primo maggio, le vacanze estive e qualunque giorno che sul calendario fosse di colore rosso. Da oltre quarant’anni arrivava a scuola alle sette e trenta precise, proprio mentre i sonnacchiosi bidelli aprivano i cancelli, e alle sette e trentacinque era già in aula col registro di classe in prima linea e una decina di libri disposti in bell’ordine sulla cattedra. E sì, perché Butrone mica usava solo i libri di testo. E no! Lui integrava, arricchiva, aggiungeva, completava. E i ragazzi avevano un bel da fare a prendere appunti, annotare, sottolineare, chiosare,  perché poi, durante l’interrogazione, guai a saltare una virgola.

I genitori più suggestionabili facevano a gara per inserire i figliuoli nelle classi di Butrone, nella scellerata convinzione che questo avrebbe costituito per i loro teneri pargoli una irripetibile occasione educativa e formativa. E così anche per quell’anno Butrone si apprestava a seminare terrore e distruzione. Il sedici settembre entrò in IIA armato delle peggiori intenzioni, e per le due ore che vi rimase non fece che minacciare, intimidire, profetizzare, ammonire, vituperare, terrorizzare. Il Generale, però, non aveva fatto bene i suoi conti, perché la IIA presentava un grosso difetto, una di quelle storture che professori come lui non tolleravano e non sapevano come affrontare. I ragazzi di quella classe avevano maturato l’insana abitudine di pensare con la propria testa, di intervenire, di partecipare, di chiedere sempre il perché e il percome, di criticare, sintetizzare, analizzare. Insomma, erano perfettamente in grado non solo di saltare qualche virgola, ma di aggiungerne a loro discrezione. La patologia creativa di quegli alunni intellettualmente indisciplinati si manifestò soprattutto quando iniziarono ad essere sottoposti alla rigida terapia invasiva della lettura integrale dei Promessi Sposi. Ora, bisogna sapere che per Butrone la letteratura italiana cominciava e finiva con i Promessi Sposi, “punto di riferimento letterario di valore universale, colonna portante e fondamento della nostra insigne tradizione culturale”. Per essi nutriva una devozione religiosa, un rispetto filiale, una dedizione assoluta. La collocazione scolastica e l’insegnamento sistematico di tale capolavoro erano stati, erano, e sarebbero sempre stati indiscussi e indiscutibili.

Gli studenti della IIA per tutto l’anno scolastico ebbero un bel da fare a leggere, riassumere, commentare, riverire, vivisezionare capitoli su capitoli. E se, a volte, sui pudori virginei di Lucia, alle più disinibite fanciulle del nostro tempo scappava un sorriso, o durante le lunghe digressioni sulla peste scattavano inesorabili gli sbadigli, allora erano invettive, anatemi, note disciplinari, accompagnamenti, punizioni che rasentavano il corporale.

Fu così che in un’accesa e creativa assemblea di classe di fine anno gli alunni maturarono un sacrilego progetto: mandare al rogo Butrone e i suoi Promessi Sposi. E questo fecero.

Organizzarono tutto fin nei minimi dettagli. Quello stesso sabato, alle undici di sera, avrebbero condotto il Generale, precedentemente rapito, su una spiaggia deserta e lì avrebbero innalzato una pira dove lui e i Promessi Sposi sarebbero stati arsi vivi.

La sabbia, a fine maggio, era ancora fresca, morbida e pulita, e scricchiolava sotto i loro piedi nudi, allegri e giovincelli. La serata si presentava frizzante e generosa e un lieve venticello si insinuava tra le frasche non ancora riarse e la fitta boscaglia di canne alle loro spalle. Disposta la legna a piramide come per i falò di ferragosto i ragazzi vi sistemarono sopra Butrone legato e imbavagliato, con il suo volume dei Promessi Sposi infilato dentro la cintura dei pantaloni. Per carità, non si trattava certo del vero Butrone. E che diamine! Erano pur sempre dei bravi ragazzi! Il loro era un manichino tale e quale, una stampa e una figura, stessa altezza, stessi vestiti, stessi occhiali, stessa perfida espressione negli occhi. Di autentico c’era, invece, il volume manzoniano. Quello era proprio il suo, quello che possedeva da cinquant’ anni, abilmente sottrattogli in sala dei professori dove lo aveva incautamente lasciato dopo che, bevuto un caffè amorevolmente portatogli dal rappresentante di classe, per cause sconosciute era dovuto scappare in bagno. Il loro fu, più che altro, un atto simbolico, catartico, liberatorio, goliardico. E fu con goliardia che diedero fuoco alla pira e rimasero ad ascoltare lo scoppiettio delle fiamme, il crepitio della legna, lo sfrigolio delle pagine riarse, e ad ammirare il luccichio sfavillante delle lingue di fuoco che raggiungevano l’azzurro tardo di quella sera pre-estiva.

Sennonché accadde che una lieve brezza vespertina facesse volare alcune pagine del volume ai piedi degli improvvisati piromani, i quali, dopo averle raccolte, cominciarono, così, per scherzo, a leggerle. E che strano dovette sembrare loro ascoltare quelle parole con l’intonazione delle loro voci. E che bello quell’addio ai monti recitato dalla voce soave e malinconica di Marta, che faceva teatro e in queste cose era davvero brava. E quell’incontro tra i bravi e don Abbondio improvvisato gioiosamente sulla sabbia? Per non dire di Veronica, ottanta chili di simpatia, che, con le mani ai fianchi e il suo vocione sicuro e robusto, stava dando vita ad una straordinaria Perpetua. Insomma, nel giro di pochi minuti quelle pagine che Butrone aveva tanto fatto odiare appesantendole per giunta con gli osceni giudizi di questo o quel critico letterario, si erano salvate dalle fiamme per prendere vita tra le mani di quei giovani, per risuonare nelle loro voci allegre e spensierate come una sinfonia corale, arricchite del loro spirito creativo, onorate dalla loro leggerezza, mentre poco più distante gli occhi grigi del generale fantoccio gettavano un ultimo mesto sguardo prima che gli ultimi sprazzi del fuoco li avvolgessero.

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One Response to “Il Generale”

  1. Rosa Casano Rispondi

    28/10/2019 a 21:42

    Bella lezione di didattica, quei ragazzi hanno dato al “Generale” .

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