“I giornalisti stanno soccombendo alla dittatura dei social”

di | 9 Mar 21

Incontriamo Nuccio Vara, giornalista e scrittore, voce autorevole della cultura italiana. “Con l’avvento di Internet e delle nuove tecnologie digitali i giornali di carta hanno perso la loro centralità; ed anche la televisione generalista è stata messa in crisi dall’invadente funzione che stanno svolgendo i social media”.

Nuccio Vara (Foto di Antonio Di Giovanni)

Nuccio Vara, giornalista e scrittore, è una delle voci più autorevoli del panorama culturale italiano. Intensa la sua esperienza professionale in Rai dove, per la TGR, con servizi e inchieste ha raccontato, nell’arco di ben 38 anni, i vari aspetti della vita politica, sociale e culturale della Sicilia. Altrettanto intensa la sua attività di scrittore. Molti gli argomenti che trovano spazio nell’ intervista che ci concede. Partiamo dalla sua lunga esperienza in Rai.

“La Rai – dice –  mi ha dato tanto e, nonostante la lontananza, è come se fosse ancora la mia casa professionale. Ho lavorato in Rai per trent’otto anni, vuoi che non mi manchi! Esperienze indimenticabili vissute non soltanto nella redazione della Tgr di Palermo, ma anche in quelle di Bologna e Catania, e per un periodo anche a Roma, al Tg3 diretto dal mitico Alessandro Curzi. Ricordi vividi, intensissimi, ma senza nostalgia e senza alcun rimpianto.

Qual è la tv che manca in Italia?

Non saprei proprio dirti con precisione quale tv manchi nel nostro Paese. A dire il vero ne vedo poca (solo i programmi di prima serata) e in genere ciò che vedo lo seleziono con scrupolo. Tra i tg mi piace quello di Enrico Mentana su La7: un format nuovo, di impianto non generalista, che offre un racconto esaustivo soprattutto dei fatti politici del giorno. Seguo spesso, sempre su La7, Otto e mezzo, condotto con maestria professionale da Lilli Gruber e il venerdì non perdo una sola puntata di Propaganda live di Diego Bianchi, a mio parere il programma più intelligente, in questo momento, della televisione italiana. Qualche buona fiction ogni tanto viene messa in onda nei canali della Rai: ultimamente ho seguito Mina Settembre, lavoro tratto da un romanzo di Maurizio De Giovanni pubblicato da Sellerio e con una superba regia di Tiziana Aristarco. Per il resto non so proprio che dirti.

A quali riflessioni, restando in tema Tv, ti induce il libro di Achille Campanile “La televisione spiegata al popolo”, pubblicato da Bompiani nel 2003?

La tv negli anni ’60. Alberto Manzi, il “mitico maestro” di “Non è mai troppo tardi” (foto da internet)

Campanile fu in Italia uno dei primi critici della televisione…Ne scrisse sul settimanale “L’Europeo” dal 1958 al 1975 e il libro di cui tu parli è il frutto della sua esperienza pioneristica nel campo della critica televisiva. Racconta, ovviamente una tv che oramai non c’è più; quella degli inizi, quella che si proponeva di svolgere un ruolo educativo, di divulgazione culturale con la messa in onda degli sceneggiati tratti dalle grandi opere letterarie o con programmi del tipo “L’approdo” o “Non è mai troppo tardi” del mitico maestro Alberto Manzi. Nonostante la Rai, in quegli anni, fosse controllata e gestita ferreamente dalla Democrazia Cristiana e influenzata dal Vaticano, la programmazione televisiva contribuì tuttavia ad elevare il livello culturale medio degli italiani e ad unificare linguisticamente il paese. Certo, come poi venne denunciato da Pier Paolo Pasolini, essa fu anche lo strumento di quell’omologazione culturale che depotenziò, sino ad annullarle, le culture popolari e contadine. Un etnocidio, consumatosi definitivamente con la fine del monopolio della Rai e la nascita delle emittenti private, del tutto piegate agli interessi e ai voleri delle agenzie pubblicitarie. Il colmo venne raggiunto negli anni ottanta con il successo decretato dal pubblico alle reti berlusconiane. La televisione diventava ora puro strumento di intrattenimento e di evasione ed anche il servizio pubblico finì con l’adeguarsi a questo modello.

Cosa è diventato il mestiere del giornalista nei tempi veloci di internet?

Ovviamente essendo cambiato il giornalismo, ed in forme inedite e imprevedibili, si è anche trasformata, e radicalmente rispetto al passato, la figura professionale del giornalista. Con l’avvento di Internet e delle nuove tecnologie digitali i giornali di carta purtroppo (dico purtroppo perché io continuo a leggerli ogni mattina) hanno perso la loro centralità; ed anche la televisione generalista è stata messa in crisi dall’invadente funzione che stanno svolgendo i social media. I flussi informativi si sono velocizzati, le notizie arrivano oramai in tempo reale, però in forma frammentaria e superficiale. Nel tritacarne dei canali social sovente la realtà viene mistificata, i fatti capovolti…Paradossalmente l’imponente sviluppo delle tecnologie non ha prodotto alcun salto di qualità nelle pratiche giornalistiche e nei contenuti dell’informazione. In questo contesto il giornalista, che un tempo era una figura fondamentale nella trasmissione delle notizie, cioè il medium, il mediatore tra ciò che accadeva e la vasta platea dei fruitori, sta soccombendo alla dittatura dei social, dove le informazioni sovente circolano scriteriatamente, senza alcun controllo di tipo deontologico. E’ un problema enorme per la categoria!

Da che parte stanno i maggiori quotidiani italiani?

Tranne alcune esperienze di giornalismo indipendente, il manifesto, Il fatto Quotidiano, la stampa italiana è finanziata – in larga parte e non da ora – da grandi gruppi imprenditoriali. La Repubblica, La Stampa sono della Fiat, il Corriere della sera è di proprietà di Urbano Cairo, lo stesso editore de La7. De Benedetti ha di recente fondato Domani. Le posizioni di questi giornali variano, ovviamente, con il mutare degli scenari politici: Il fatto di Marco Travaglio che ha sostenuto il governo Conte-bis ora esprime una posizione critica nei confronti dell’esecutivo Draghi; ma quasi tutti gli altri giornali appoggiano convintamente il tentativo dell’ex presidente della Bce, tuttavia con toni e accenti non sempre collimanti…

Esiste ancora la destra e la sinistra in Italia?

Certo che esistono ancora la destra e la sinistra! Sino a quando non saranno debellate le ingiustizie e le diseguaglianze che con la mondializzazione dell’economia e della finanza si sono ampliate a dismisura in ogni angolo del mondo, la sinistra continuerà a porsi come un luogo, uno spazio politico necessario per poter trasformare il mondo, per renderlo più giusto e vivibile. Serve però una sinistra nuova, democratica, laica, aperta ai movimenti che si battono per un diverso modello di sviluppo economico e sociale, per la salvaguardia del creato, per la fratellanza e per la pace. Nell’altro campo, quello della destra, c’è la grettezza del sovranismo, del razzismo, della xenofobia e dell’intolleranza.

Lo scrittore può far molto per cambiare la società moderna. Può far riflettere come hanno fatto per anni Sciascia, Bufalino, Pasolini, Umberto Eco e altri con i loro scritti. Oggi si ha la sensazione che  la maggior parte degli intellettuali sia salita sul carro del vincitore e quindi sta benissimo dove sta e non vuole cambiar nulla per non perdere i propri privilegi…Tu come la pensi?

I grandi intellettuali che hai citato – è vero – hanno svolto nel nostro paese un ruolo civile di fondamentale importanza. Ma erano espressione di un universo culturale oramai del tutto estinto. La funzione critica dell’intellettuale è – infatti – progressivamente venuta meno a motivo del prevalere nelle sedi della produzione intellettuale e nel sistema dell’editoria delle tendenze massificanti e commerciali. L’intellettuale, per dirla con il titolo di un libro di Armando Plebe e Piero Violante pubblicato alcuni anni fa, è diventato un “intellettuale di successo”, che cioè si uniforma alle vulgate dominanti e che pertanto, nel saltellare da un salotto televisivo all’altro, si adegua all’esistente e all’effimero della comunicazione di massa…..Sciascia, Pasolini, Eco sono, figure irripetibili e da rimpiangere.

Nel tuo libro Palermo nel gorgo, scritto con Pino Toro, hai raccontato l’esperienza solitaria ed incompresa di padre Puglisi. Cosa rimane di questa lezione ai giorni nostri?

Padre Pino Puglisi (Foto da internet)

Padre Puglisi, oggi beato, è stato un martire della nuova Chiesa, ha prefigurato con il suo esempio l’idea di ecclesia oggi incarnata da Papa Francesco. Certo, in molti non lo compresero e lo lasciarono solo proprio quando, pochi mesi prima della sua morte atroce, Papa Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento aveva espresso quell’indimenticabile monito contro la mafia, invitando a gran voce i suoi affiliati alla conversione: “Verrà un giorno il giudizio di Dio, convertitevi!” La Chiesa siciliana – aggiungo – sin dalle coraggiose prese di posizione antimafia del cardinale Pappalardo (si ricordi la famosa omelia da egli pronunciata ai funerali del generale Dalla Chiesa e delle vittime della strage di Via Carini nel 1982), svolge oggi un ruolo di promozione sociale e civile di primaria importanza. E per di più, sulla scia delle dirompenti novità introdotte dal pontificato di Papa Francesco, si è schierata apertamente a fianco dei poveri, degli ultimi, dei migranti e dei movimenti antimafia. 

La crisi, i poveri e il cristianesimo di papa Francesco…”

E’ il titolo di un mio libro pubblicato nel 2014, un anno dopo il conclave che elesse Papa Francesco Attraverso le sue categorie teologiche (la globalizzazione dell’indifferenza, la Chiesa come ospedale da campo, la Chiesa in uscita etc. etc) ho raccontato la storia di un venditore ambulante, James il soprannome che gli avevano affibbiato per la sua impressionante somiglianza con l’attore James Dean, il quale con la crisi finanziaria del 2007 si era ridotto sul lastrico sino a morirne e tragicamente.

Che cos’è la povertà?

Ti rispondo con un passo saliente dell’esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii Gaudium : oggi “Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza nella società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nelle periferie , o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati”, ma rifiuti, “avanzi”. Questa è oggi la povertà!

E’ ancora attuale il messaggio del poverello di Assisi?

Attualissimo e universale, il fondamento dell’essere cristiani…

Hai scritto molti libri di impegno sociale. Qual è il messaggio che vorresti arrivasse al grande pubblico?

Che la vita val la pena di viverla solo se ci si colloca al fianco degli altri, in compagnia degli uomini. Il volto di ognuno di noi non può che rispecchiarsi nel volto dell’Altro.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sono impegnato oramai da quattro anni nella direzione del mensile dell’Arcidiocesi di Palermo “Poliedro”, magazine fortemente voluto e sostenuto dal Vescovo, don Corrado Lorefice. E’ uno strumento di dialogo tra la Chiesa di Palermo e la città, nella molteplicità e ricchezza delle sue espressioni culturali e civili. Spero di continuare a svolgere questo ruolo ancora per un po’ di tempo. Ed è già tanto!

 

 

 

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