I cantastorie siciliani hanno le scarpe bucate

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Salvatore Tamuto

Io faccio il riffatore. Vendo pizzini con i numeri stampati sopra, da uno a cento. Li vendo ai putiari, all’arrotino, a Pino Polizzi u stigghiularu, a Mimmiddu u pannellaru. Al bar du zu’ Placido Mazzara tre, quattro se li prendono sempre. Pinuzzu u bummularu vuole sempre il numero sette, che una para di volte ci portò fortuna, u zu’ Vincenzo Marrone u barbiere di piazza San Cosimo ne prende due, e magari il dottore Salem, il farmacista, se lo piglia. La fortuna la tentano tutti. Quando ho finito il blocchetto grido due volte «Numero… Numero…» e faccio l’estrazione. Poi giro per tutte le vie del Capo annunciando il nome del vincitore.

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Salvatore Tamuto

Di solito si vincono cose da mangiare: pasta, carne, pesce. Per ora, che da poco è finita la guerra e se ne sono andati gli americani, si vincono i dollari, che ne girano ancora. Fino a quando la Santuzza ci fa la grazia, un pezzo di pane a casa lo portiamo. Io sono molto devoto a Santa Rosalia.

C’era un poeta chiamato Fudduni, del Capo pure lui, che ha scritto un poema alla Santuzza che ci volevano orecchie per sentirlo di quanto era bello. Lui con la Santa aveva un rapporto particolare, che sua sorella quando era picciridda se la portò via la peste. Poi Rosalia arrivò dal monte Pellegrino a salvare Palermo dalla malattia, e ci fu una festa che durò cinque giorni. Il senato di Palermo incaricò tre marmorari per fare tre statue alla Santa, che pagò care e amare. Petru Fudduni che era già famoso come poeta ed era bravo pure come scultore, si era proposto di farne una senza picciuli, ma nemmeno ci hanno dato conto. Ci rimase male, ma male vero e siccome era sempre stato un beddu spicchiu di mennula amara, fece l’ira di Dio. Allora il senato gli commissionò il poema in onore della Santuzza. Fudduni superò se stesso, travagliò mattina e sera, e ci uscì un capolavoro. Un poema che ci vogliono orecchie per sentirlo.

Totò Breccia

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Totò Breccia

A mia mi chiamano u Scimunitu. Come nominaggio non è bello. Mi avissi accuntintato di Mustazzu, come al cane bianco e nero che va avanti e dietro per via Beati Paoli, ma Scimunitu è troppo brutto. Io faccio l’abbanniaturi, i putiari del Capo mi regalano qualche lira pi’ abbanniare e farci pubblicità al posto loro. Tutti mi vonno bene, perché sono un bravo cristianu e non ho fatto mai male a nuddru. Ma quello che mi vuole più bene di tutti è Giuseppe Polizzi u stigghiularu, che ci chiamiamo compare anche se non è vero, e ogni tanto mi porta alla Favorita a vedere giocare il Palermo. Allo stadio, una volta uno mi chiamò Petru Fudduni, ma Totò Breccia «un è foddi, né minnali».

Anna Borusso

Il dono di mettere i bambini al mondo me lo diedero alla nascita, quando mi chiamarono con il nome della madre della Vergine Maria. A vent’anni fui consacrata mammana, quando mia nonna, che portava il mio stesso nome, mi consegnò un rametto legnoso con gli steli rinsecchiti accartocciati su loro stessi. «Questa è la rosa di Gerico» disse «Ora è tua. Quando farai partorire una donna, metti la rosa in acqua, riprenderà vita e se si schiuderà completamente anche la partoriente si aprirà e non avrà nessun problema nel travaglio». Da allora ho fatto nascere più della metà della popolazione del Capo.

Qua mi conoscono tutti e a casa mia, se non devo tirare i piedi a qualche bambino, c’è sempre qualche comare che mi viene a trovare. Prendiamo il caffè e facciamo quattro chiacchiere, curtigghiamo un poco: a uno ci capitò questo, la figlia della tizia ha fatto la fuitina, cose di femmine va’.

Questa mattina per esempio è venuta a farmi visita la mia comare, Pina Salem, la zia del farmacista, e tra una cosa e l’altra mi cuntò la storia della moglie di Petru Fudduni, u poeta. Già qualche voce l’avevo sentita, ma parevano cose inventate da persone invidiose. Dice che gli fa le corna con un picciotto di qua, che non si é capito chi è. Petru ogni mattina andava a Bagheria e all’Aspra, a lavorare nelle cave. Un giorno la corriera non è passata ed è tornato a casa prima. La moglie, sentendolo arrivare, fece nascondere l’amante sotto il letto. All’ora di pranzo, quando Petru chiese da mangiare, la moglie ci dissi che c’era solo un uovo, e di andare al mercato a fare la spesa. Tutto per fare scappare l’altro. Che dice che magari la figlia piccola ci dissi di mangiarisi l’uovo e di non uscire, per svelare la tresca, ma Fudduni non ne capì niente, scese al mercato e le corna c’arristaru in capo.

Peppino Celano

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Peppino Celano

Salivo su un trespolo di legno, impugnando un bastone che diventava durlindana e cuntavo le storie di Orlando, di Angelica e degli altri paladini, cantavo le gesta dei mille e di Garibaldi, che liberarono questa disgraziata terra dall’oppressione borbonica. La gente davanti a me, che mangiava nuciddi, fastuchi e simenza, stava con gli occhi sbarrati, e i picciriddi rimanevano incantati, e tutti muti, come davanti al parrino che dice messa.

Accuminciai ancora picciutteddru cantando le sfide poetiche, che diedero lustro e gloria a quel grande poeta che fu Petru Fudduni. Sfide che lo portarono in ogni angolo dell’isola a scontrarsi con il Veneziano, con il Passalacqua, con il Pavone, con il dotto di Tripi, con Lu Vuiareddu di La Chiana e con tanti altri poeti, dotti o illetterati. Petru aveva la lingua più affilata di una lama, e non si scantava né di nobili, principesse e duchi, né di accademici, e manco di religiosi e vescovi, perché sapeva che la sua mente fina e la sua prontezza di spirito erano più veloci e forti di tutti loro armati a esercito. Alla fine di ogni battaglia lui sorrideva, e del popolo gli evviva arrivavano fino in cielo, per osannare quel figlio prediletto, che poteva pure essere fuoddi e magari fudduni, ma i piedi in faccia non se li faceva mettere da nessuno.

Io fui Peppino Celano e una macchina impazzita mi tolse da questa terra. Ora sulla mia casa in vicolo Piliceddi, nel quartiere del Capo, c’è una targa in marmo su cui è scritto: «In questo vicolo visse e operò Don Peppino Celano 1903-1973 eccelso artista, cuntista e puparo. Sensibile cantore del lavoro, della cultura e degli ideali siciliani».

Andrea Vaiuso

Gioacchino Lo Nobile

Gioacchino Lo Nobile

Da anni è diventato un appuntamento fisso. Io, Totò D’Alberti e Gianni Sozzi, ogni sabato pomeriggio verso le cinque  ciriuniamo nella mia sartoria, la sartoria Eleganza, e ci mettiamo a suonare. Totò canta e suona la chitarra, io e Gianni il mandolino. Ormai la gente del quartiere lo sa e c’è sempre un po’ di pubblico, pure i turisti che arrivano dalla Cattedrale si fermano, alcuni dicono che vengono apposta per sentirci. Il nostro gruppo si chiama “Amici del mandolino”, suoniamo canzoni popolari tradizionali e vecchie serenate. Per ora stiamo musicando le poesie di Petru Fudduni: “Voli spiari lu misteru di la Santa Trinitati” e “A certi forestieri ca si maravigghiavanu di vidiri Fudduni tuttu sfardatizzu”, che i titoli sono quasi più lunghi delle canzoni. Io, come tutti nel quartiere, ho sentito parlare di Fudduni fin da bambino. Mio padre mi raccontava sempre la storia di quando Fudduni si sciarriò con don Nuofrio, un prete che aveva insegnato al suo gatto a tenere una candela con le zampe.

Una volta ero con un amico mio, avevamo dieci o undici anni. Questo amico mio poi è diventato famoso, ha fatto film, trasmissioni alla Rai, spettacoli al teatro a mai finire, ha fatto pure la pubblicità del caffè, che diceva: se è Torrisi anche due anche tre. Sicuramente ora nemmeno si ricorda di me, che ormai sono passati tanti anni. Eravamo alla calata dei Giudici davanti la chiesa di San Cataldo, e c’era un sacco di gente che si ammassava e si spingeva per vedere.

«Chi ci fu?» abbiamo chiesto a uno.
«Turnò Fudduni».
«E cù è?» chiese l’amico mio.
«Un poeta che fa ridere» dissi io.

Allora ci siamo fatti largo, che eravamo piccoli e ci è venuto facile. Ovviamente non c’era Fudduni, ma c’erano altri tre che facevano ridere lo stesso: Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e un altro ancora. Franco e Ciccio poi diventarono quello che diventarono, dell’altro, invece, non si seppe più nulla.

Questo racconto è stato pubblicato da www.terranullius.it

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3 Responses to I cantastorie siciliani hanno le scarpe bucate

  1. Salvatore Indelicato Rispondi

    25/05/2015 a 17:08

    I cantastorie, una categoria, purtroppo, in via di estinzione che hanno raccontato e tramandato la memoria dei nostri padri.

  2. salatore nocera (bracco) Rispondi

    26/06/2015 a 10:33

    Che grandiosa capacità hanno alcuni giovani di permettere alla memoria di essere riconosciuta,e parlo di quella memoria insita nella storia “genetica” del nostro essere siciliani, così ricca e a volte persino prepotente, e tuttavia necessaria e vitale nell’equilibrio di questo Mediterraneo tumultuoso in cui per ora circola solo l’aria velenosa dei fondamentalismi, istigati sottotraccia alla destabilizzazione, e in cui l’unica vera voce che si alza è quella dei disperati che affogano nello Stretto di Sicilia. Memoria che per fortuna – e azzardo una speranza – non si riesce di cancellare in questa digitalizzazione imperante che troppo spesso, più che come strumento di servizio, è infidamente usata da controllori onnipresenti (Grande Fratello?), per favorire gli interessi di chi tende ad uniformare la memoria-radice di ognuno per diluirla in vaghi e deformati ricordi, nostalgie innocue di identità (e diversità) ormai livellate dagli interessi globali.Mi piace, mi piace davvero questo excursus di veri cantori dell’apparentemente “messo da parte”, del marginale, dell’ultimo che opera attraverso l’immaginazione il miracolo quotidiano della sopravvivenza. Grazie. Davvero. Con stima Salvatore Nocera Bracco

    • Gioacchino Lonobile Rispondi

      10/01/2016 a 18:35

      Sono grato io a lei per le belle parole.

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