L’evoluzione sociale della coppia

Molte coppie oggi si spezzano non tanto per mancanza di sentimento, quanto per una serie di fragilità strutturali e psicologiche. Il ricordo dei matrimoni di sessanta anni fa nelle piccole comunità come Grotte e Racalmuto 

Salvatore Filippo Vitello

Il ricordo dei matrimoni di sessanta anni fa nelle piccole comunità come Grotte e Racalmuto restituisce l’immagine di un mondo semplice, ma intensamente partecipato. Non era solo un’unione tra due persone: era un evento collettivo, un momento in cui la comunità intera si riconosceva e si stringeva attorno a una nuova famiglia che nasceva. C’erano i fidanzamenti vissuti nelle case, sotto lo sguardo vigile e affettuoso dei parenti; c’era l’impegno concreto delle famiglie nella preparazione del corredo e del letto matrimoniale; c’era la processione della sposa tra i vicoli e la chiesa, simbolo visibile di un passaggio (emblematiche le foto di Franco Carlisi nel volume il Valzer di un giorno). E poi la festa, modesta ma carica di significato, condivisione e calore umano. L’arrivo della sposa nella chiesa addobbata. L’intrattenimento normalmente nel salone di Ardicasi a Grotte. Una convivialità semplice consumata nel locale chiamato salone. Si offriva un aperitivo rinforzato a base di pizzette ed altro con un finale di dolcetti vari, accompagnati da un liquore. Banchetti assolutamente non paragonabile all’abbandonza dei pranzi e cene matrimoniali di oggi.

In quel mondo, anche la povertà aveva una dimensione diversa: era condivisa, riconosciuta, quasi normalizzata. Dieci litri d’olio, sacchi di farina, pasta: erano beni essenziali che rappresentavano la dote dei genitori ai figli, ma anche simboli di un investimento collettivo nel futuro della coppia.

Il matrimonio rappresentava un vero inizio: si usciva di casa, si costruiva qualcosa di proprio, si assumeva una responsabilità definitiva. Oggi il quadro è profondamente cambiato. Non si tratta semplicemente di un passaggio dalla povertà alla ricchezza, ma da un mondo strutturato a uno frammentato. Le risorse materiali sono aumentate, ma: il lavoro è instabile; l’autonomia economica è incerta; la rete comunitaria si è indebolita. Se un tempo la comunità sosteneva, oggi l’individuo è spesso solo davanti alle proprie scelte. La convivenza nasce in questo contesto: non più come rito di passaggio, ma come spazio di sperimentazione. Si convive per capire, per provare, per ridurre il rischio. E qui emerge un primo nodo cruciale: la trasformazione del legame da necessità sociale a scelta individuale.

Molte coppie oggi si spezzano non tanto per mancanza di sentimento, quanto per una serie di fragilità strutturali e psicologiche.

1. L’assenza di riti di passaggio. Un tempo il matrimonio segnava un prima e un dopo. Oggi questa soglia è sfumata. Senza un passaggio simbolico chiaro, il cambiamento resta incompleto: si vive insieme, ma non sempre si diventa davvero una nuova famiglia

  1. L’instabilità economica La precarietà lavorativa incide profondamente sulla stabilità affettiva. La difficoltà a progettare il futuro genera ansia, rinvio, insicurezza. Una coppia senza prospettiva fatica a consolidarsi.
  2. L’iper-individualismo La cultura contemporanea valorizza l’autorealizzazione personale. Questo ha portato libertà, ma anche una difficoltà crescente a tollerare il limite, il compromesso, la fatica della relazione. Il rischio è quello di vivere il legame come qualcosa che deve sempre “funzionare” e gratificare, piuttosto che come qualcosa da costruire anche nei momenti difficili.
  1. La reversibilità dei legami Se un tempo il matrimonio era percepito come definitivo, oggi ogni relazione è implicitamente reversibile. Questo cambia profondamente l’atteggiamento: si investe meno, si resiste meno, si resta finché conviene o finché soddisfa.
  1. Il mancato distacco dalla famiglia di origine Questo è forse il punto più delicato. Oggi il distacco non è più imposto dalle condizioni sociali: è una scelta interiore. E spesso non viene compiuta. Si può vivere insieme, ma restare emotivamente figli: cercando continuamente approvazione; delegando decisioni importanti; mantenendo dipendenze affettive ed economiche.

Senza distacco, la coppia non diventa mai davvero autonoma. Il distacco non è una rottura affettiva, ma un passaggio evolutivo. Significa riconoscere ciò che si è ricevuto dalla propria famiglia, senza restarne prigionieri. Qui entra in gioco il tema della maturità. Essere maturi, nella relazione, significa: accettare la perdita (non si può essere contemporaneamente figli e partner nello stessomodo); assumersi responsabilità senza delegarle; tollerare la frustrazione e il limite; rinunciare all’idea di una felicità sempre nuova e perfetta.

Negli anni ’60, la maturità era in parte “forzata” dal contesto: si usciva di casa, si lavorava, si costruiva. Oggi, invece, è un processo interiore che richiede consapevolezza. E proprio perché non è imposto, può essere evitato o rimandato. Questo spiega perché molte coppie restano in una condizione sospesa: formalmente unite, ma non pienamente adulte. Viviamo in un’epoca in cui: c’è più libertà, ma meno stabilità; più possibilità, ma meno direzione; più scelta, ma più paura di scegliere. Il risultato è un paradosso: si cerca continuamente qualcosa di nuovo, senza riuscire aradicarsi in ciò che si ha. Si confonde il desiderio con la novità, e la stabilità con la perdita di vitalità.

Non si tratta di rimpiangere il passato. Quel mondo aveva rigidità, limiti, e talvolta ingiustizie. Ma possedeva anche una struttura che facilitava il passaggio alla vita adulta. Oggi la sfida è diversa e più complessa: costruire legami solidi senza il sostegno automatico della comunità e senza riti che segnino il cambiamento. Per questo il punto centrale resta uno: ogni legame adulto richiede una perdita. Per unirsi bisogna lasciare: lasciare una parte della propria identità di figli, lasciare l’illusione di possibilità infinite, lasciare la ricerca continua di alternative migliori. Solo accettando questa perdita si può costruire qualcosa di stabile. E forse la maturità sta proprio qui: non nel trovare sempre qualcosa di nuovo, ma nel continuare a desiderare ciò che si è scelto, senza darlo per scontato.

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Dott. Salvatore Filippo Vitello, Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma

 

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