Fondato a Racalmuto nel 1980

Franz La Paglia racconta i suoi 50 anni di giornalismo

“Largo ai giovani. Se si impegnano, possono fare percorsi come il mio, se non addirittura meglio”. L‘Ordine dei Giornalisti di Sicilia gli ha conferito la medaglia d’oro.

Concetto Mannisi, presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, consegna la Medaglia d’oro a Franz La Paglia per i 50 anni di giornalismo

Al Palacongressi di Agrigento, lo scorso 28 marzo, tra i giornalisti ai quali è stata conferita la medaglia d’oro per i i 50 anni di carriera c’era anche lui, Franz La Paglia, collega al quale mi lega una lunga amicizia e che, oggi, facendo ancora una volta uno strappo alla sua proverbiale discrezione, accetta di raccontarmi come è iniziato tutto.

“Fu “colpa” – racconta Franz – del mio professore di filosofia, Tito Aronica, che faceva, col contributo di alunni e insegnanti, un giornale scolastico una volta l’anno. Frequentavo il secondo liceo classico e quella volta anch’io scrissi qualcosa per quel “foglio”. Confesso che dopo quella esperienza, mi venne voglia di provare quella strada. Sai, a quell’età ancora non hai certezza di quello che farai da grande e così, oltre alla facoltà di giurisprudenza, alla quale mi iscrissi dopo la maturità, si facevano altre prove. Io feci anche quella della musica con un “complesso” (come si diceva allora) chiamato “I Falchi”. Ma, volendo provare anche con il giornalismo, mi rivolsi ad un mio amico che conosceva parecchia gente in quell’ambiente. Mi mise in contatto con Umberto Trupiano che allora era corrispondente del quotidiano palermitano del pomeriggio Telestar. Umberto mi disse di chiamarlo ogni volta che mi fosse venuta un’idea di qualcosa da scrivere e così nel novembre del 1965, sul giornale apparve la mia prima firma. Ma, essendo impegnato con la scuola, facevo questa attività, come si suol dire, a tempo perso. La cosa, però, mi entusiasmava e così, grazie a Domenico Zaccaria, che avevo conosciuto frequentando l’ambiente giornalistico agrigentino, cominciai a collaborare con il settimanale Sabatosera, da lui diretto. E successivamente, mi venne voglia di ampliare la mia attività in questo campo e cominciai a collaborare anche con il settimanale L’Amico del Popolo, allora diretto da Alfonso Di Giovanna. In pratica, essendo due periodici, mi impegnavano meno del quotidiano con cui, però, continuai a collaborare”.

Inizialmente ti sei occupato di sport, poi il passaggio alla cronaca giudiziaria e successivamente agli esteri

“Quando Telestar chiuse, all’edicola di Giugiù Di Leo in via Atenea, nel cuore della città, frequentata da tanti giornalisti agrigentini, nel novembre del 1968, Domenico Zaccaria, mi propose di collaborare con la pagina sportiva locale del giornale La Sicilia, che usciva il mercoledì e si occupava prevalentemente di calcio giovanile. Quella fu la mia piattaforma di lancio: dallo sport minore, gradualmente, cominciai a scrivere anche per la pagina quotidiana di Agrigento, occupandomi di problemi cittadini, di piccole manifestazioni culturali. Insomma, salivo i gradini uno alla volta. L’attività si intensificò all’inizio del 1971, quando, visto che ero iscritto alla facoltà di giurisprudenza, mi affidarono la cronaca giudiziaria che mi consentì di crescere. Cominciai a collaborare con la Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, mentre a La Sicilia allargai la mia attività occupandomi anche degli esteri, con servizi su Malta e Libia. Nel frattempo, con alcuni colleghi, decidemmo di iscriverci all’Ordine dei giornalisti, ovviamente, allora, come pubblicisti. E questo mi consentì di ampliare ulteriormente la mia attività”.

Come inizia la tua collaborazione con Repubblica?

“Nel 1978 scrissi personalmente a Eugenio Scalfari, proponendogli la mia collaborazione, visto che La Repubblica, in quel momento, in Sicilia, aveva soltanto Alberto Stabile, collaborato da Attilio Bolzoni che, come me, muoveva i primi passi nel quotidiano romano. Scalfari mi rispose indicandomi i nomi e i recapiti telefonici dei giornalisti ai quali rivolgermi per proporre i fatti che avvenivano nel mio territorio. E, quando Roberto Mander, esponente di Lotta Continua, fu mandato al soggiorno obbligato a Linosa, ebbi modo di lavorare accanto alla mitica Miriam Mafai. Per Repubblica mi occupai anche degli esteri, con servizi sulla visita di Gheddafi a Malta e quella di Fidel Castro in Libia, che non andò a Tripoli, ma a Sebah, tremila chilometri a sud, al confine col Ciad. Da La Repubblica, ampliai la mia collaborazione prima con il settimanale Tempo e successivamente con L’Espresso. Ma nel mentre, collaboravo occasionalmente con i settimanali Oggi e L’Europeo. E, per un paio di anni, anche con Mediterranean News e Medpost, due settimanali libici che si stampavano a Malta perché in lingua inglese”.

Come comincia la tua lunga esperienza in Rai?

“Essendo l’unico giornalista professionista sul territorio, nel 1985 fui prescelto per il contratto di corrispondente della Rai con cui ho lavorato per quasi 29 anni. Anche perché, per iniziativa dei direttori della Tgr, Piero Vigorelli, prima, e Angela Buttiglione dopo, il contratto successivamente fu cambiato da corrispondente a redattore territoriale. In pratica, come se fossi stato in una redazione regionale a Roma, Milano, Palermo, ma, di fatto, senza dovermi spostare da casa mia. Senza confini provinciali, come quando ero corrispondente, ho potuto girare, come inviato, quasi tutta la Sicilia. Sono stato mandato in prestito per un breve periodo alla redazione di Potenza. Ho lavorato anche a Roma, ma, ovviamente, in trasferta. I miei servizi andavano in onda su tutte le testate nazionali e internazionali della Rai. E quando sono andato in pensione, per iniziativa di Vincenzo Morgante, appena nominato direttore della Tgr, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mi conferì il titolo di Cavaliere”.

Franz La Paglia

Durante la tua lunga carriera hai cononosciuto tante persone che hanno avuto un ruolo importante nella società e nella storia

“Facendo la cronaca giudiziaria ho incontrato Francesca Morvillo, che fu per qualche tempo giudice istruttore ad Agrigento; Giuseppe Ayala, che nel 1973 era ancora avvocato nello studio del grande penalista Girolamo Bellavista; Cesare Terranova e il suo braccio destro Lenin Mancuso; Rosario Livatino, con cui si instaurò un bel rapporto di reciproca stima. Ma, soprattutto, ebbi l’opportunità di incontrare e intervistare uno dei personaggi più importanti della storia del Mediterraneo del secolo scorso: Moshè Dayan, che, in una pausa di una sua visita ufficiale in Italia, venne ad Agrigento come turista con la passione per l’archeologia”.

Per concludere, cosa ci racconti della tua vita di pensionato 

“Appena in pensione, mi furono proposte collaborazioni con testate locali, ma rifiutai con una motivazione particolare: quando avevo vent’anni c’erano pensionati che, continuando a lavorare, mi toglievano spazio e io non volevo fare la stessa cosa. In pratica, largo ai giovani. Se si impegnano, possono fare percorsi come il mio, se non addirittura meglio”.

 

 

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