Fondato a Racalmuto nel 1980

“Vestire gli ignudi”

 La prima produzione teatrale che cambia il senso di un luogo

Vestiri gli Ignudi al Palacongressi. Foto di Giuseppe Alizzi

Non è stata soltanto una messa in scena. È stata una dichiarazione di identità. L’adattamento di “Vestire gli ignudi” – che porta la firma di Gaetano Aronica e Giovanni Volpe – che ha curato anche la regia – segna infatti un passaggio decisivo: la prima produzione teatrale ospitata in uno spazio che, da questo momento, non può più essere definito semplicemente “Palacongressi”.

Perché ciò che è accaduto sabato, ad Agrigento, nella Sala Concordia, è qualcosa di più profondo di uno spettacolo ben riuscito. È un atto di coraggio istituzionale e culturale.

La scelta di produrre teatro, e non ospitarlo soltanto, inaugura una nuova funzione dello spazio. Non più contenitore neutro, ma luogo attivo di creazione, capace di assumersi il rischio e la responsabilità di una proposta artistica. È una direzione chiara, voluta dal Parco archeologico della Valle dei Templi nella visione del direttore Roberto Sciarratta, che segna una svolta netta. Una svolta che si ritrova anche nella cifra registica dello spettacolo.

Il dispositivo del “velatino” in scena propone da subito una realtà sdoppiata: da una parte l’azione viva degli attori, dall’altra la sua proiezione simultanea. Due piani che si rincorrono senza mai coincidere, moltiplicando i punti di osservazione e destabilizzando ogni certezza. Lo spettatore è chiamato a scegliere, a dubitare, a rivedere continuamente ciò che crede di aver compreso.

È qui che si innesta la riflessione più radicale: la verità ha sempre almeno due facce. E forse nessuna delle due è definitiva. Pirandello vive non perché lo si rappresenta, ma perché continua a metterci in crisi. La sua verità non è mai unica né definitiva: è mobile, contraddittoria, plurale. Ed è proprio questa instabilità a renderla universale ed eterna, capace di attraversare il tempo e di rivelarsi, ogni volta, nello sguardo di chi osserva.

La figura di Ersilia incarna questo slittamento continuo. Esposta, giudicata, narrata dagli altri, perde progressivamente consistenza, fino a diventare immagine, racconto, proiezione, fantasma di se stessa. Attorno a Ersilia, intensa e sempre più fragile nell’interpretazione di Marzia Patanè Tropea, si muovono personaggi che non cercano davvero la verità, ma una via di salvezza per se stessi.

Ludovico Nota (Alfonso Guadagnino), Fabrizio Milano (Franco La Spiga), Gaetano Aronica (il Console Grotti), Ida Agnello (Onoria) e Frou Amato (Cantavalle) sono tutti, in modi diversi, impegnati a ricomporsi, a proteggere il proprio ruolo, a non perdere posizione.

Ma è proprio in questo tentativo di salvarsi che si rivela la loro fragilità. Anche quando sembrano reggere, quando sopravvivono al crollo di Ersilia, stanno già scivolando in una dimensione che non restituisce dignità: fatta di verità costruite, di giudizi necessari, di equilibri che tengono solo in apparenza. Ersilia scompare nella sua ombra. Gli altri restano. Ma restano dentro una verità che li salva, senza mai davvero salvarli. Così, mentre la scena si sdoppia, anche il senso si dissolve: ciò che appare non coincide mai con ciò che è.

Ma il punto cruciale dello spettacolo è stato l’atto di coraggio, corale, condiviso e riconosciuto dal pubblico. Quello spazio che è la Sala Concordia ha dimostrato di essere già altro. Non è più da tempo soltanto un luogo dove si tengono convegni. La parola stessa “Palacongressi” appare ormai riduttiva, incapace di contenere ciò che sta accadendo. Quello è già, nei fatti, un luogo di produzione culturale, un centro di creazione, un polo capace di generare visione. E come ogni luogo che cambia funzione, ha bisogno di un nome nuovo, all’altezza della sua trasformazione. Continuare a chiamarlo Palacongressi significa restare ancorati a un’idea che è già stata superata.

Sabato scorso non è andato in scena solo Pirandello. È andata in scena una svolta. E, di questi tempi, un atto di resistenza culturale è scegliere di produrre visione, non solo di consumarla; è creare spazi in cui il pensiero non si semplifica ma si complica, dove la verità non si impone ma si mette in discussione. È difendere la complessità quando tutto spinge verso l’immediatezza, restituendo al teatro una funzione essenziale in un tempo così buio: tenere accesa una coscienza critica, umana e collettiva, quando tutto il resto sembra spegnerla.

 

Condividi articolo:

spot_img

Block title

La visione educativa della scuola per una sana alimentazione

Il progetto dell'Istituto Comprensivo "Leonardo Sciascia" di Grotte e Racalmuto

Amava l’ironia e la libertà

Eugenio Napoleone Messana, un racalmutese illustre da non dimenticare

Architetti. Rino La Mendola eletto al Consiglio Nazionale, Alfonso Cimino nuovo presidente dell’Ordine di Agrigento

Rinnovate le altre cariche elettive del Consiglio di Agrigento. Giovedì conferenza stampa 

Polo Universitario Agrigento, aperte le iscrizioni alla Triennale di Mediazione Linguistica e Culturale

La direttrice Nancy Arena: "Oggi più che mai, il mediatore linguistico è una figura chiave per facilitare non solo la comunicazione, ma anche la comprensione reciproca tra comunità diverse".