Ha origini antiche e ha interessato la vasta area compresa fra buona parte delle provincie di Agrigento, Caltanissetta ed Enna.

Reperti archeologici rinvenuti nel versante est della provincia di Agrigento testimonierebbero, a partire dall’antica età del Bronzo (circa 2200-1900 a.C.), commerci di prodotti solfiferi fra la Sicilia e le popolazioni Egee.
Come evidenziato dall’archeologo Giuseppe Castellana, il sito di Montagna Grande (fra Palma di Montechiaro e Agrigento), non va considerato come semplice insediamento abitativo, ma anche come santuario e centro di stoccaggio specializzato, dove veniva accumulato lo zolfo proveniente dai depositi dell’entroterra agrigentino, dove, nella zona tra Aragona, Favara e Comitini, sono state rinvenute tegulae sulphuris, risalenti a epoche che vanno dal periodo tardo-ellenistico a quello bizantino.
In Sicilia, l’attività di estrazione dello zolfo ha, pertanto, origini antiche e ha interessato la vasta area compresa fra buona parte delle provincie di Agrigento, Caltanissetta ed Enna, con propaggini nel catanese e nel palermitano, rappresentando nel XIX e inizi del XX secolo, il principale settore produttivo dell’Isola.
Per comprendere l’importanza dell’industria solfifera siciliana, leader mondiale del settore fino alla scoperta del “Processo Frasch” (1894), è sufficiente ricordare che, alla fine del sec. XIX, come riportato negli “Atti del Convegno Nazionale dello zolfo” (Palermo 1961), in Sicilia erano attive oltre 700 miniere, con poco meno di 39.000 addetti e una produzione di circa 540.000 tonnellate di zolfo, estratto dalle viscere di un territorio di pregiata valenza ambientale definito dai geologi, altopiano gessoso-solfifero.
Un vasto contesto territoriale, in cui le condizioni lavorative dei minatori, fino alla soglia del XX secolo, erano disumane, perché ancorate a metodi di scavo rudimentale con pale, picconi e ceste per il trasporto a mano del prodotto.
Per tali ragioni gli zolfatari contribuirono notevolmente alla costituzione dei “Fasci dei Lavoratori”, sciolti d’autorità dal Governo Crispi nel 1894, ma già fautori, il 12 ottobre 1893, del Congresso Minerario tenutosi a Grotte (AG), due anni prima della costituzione della “Confédération Générale du Travail” in Francia e 13 anni prima della nascita della “Confederazione Generale del Lavoro (CGIL)” in Italia.
Nel congresso di Grotte, oltre a essere denunciate le condizioni di sfruttamento e di lavoro sovraumano degli zolfatari, vennero avanzate le richieste sul salario minimo, sull’elevazione a 14 anni dell’età minima dei “carusi” e la riduzione a 8 ore del massacrante orario lavorativo, che si perpetrava dall’alba al tramonto.
Condizioni, tutte queste, raccontate da vari scrittori e poeti del secolo scorso fra i quali Luigi Pirandello, con il romanzo “I Vecchi e i Giovani” e le novelle “Il fumo” e “Ciaula scopre la luna”, Leonardo Sciascia con “Le Parrocchie di Regalpetra”, Giovanni Verga con “Rosso Malpelo”, Antonio Russello con “La luna si mangia i morti” e, non ultimi Vincenzo Consolo e Andrea Camilleri.
Le vicissitudini che hanno contraddistinto l’industria solfifera siciliana sono state caratterizzate da fasi alterne, per certi versi, emblematiche dello stato in cui si trovava la Sicilia all’interno del Regno delle Due Sicilie.
A seguito dello sviluppo su larga scala dello zolfo siciliano, a partire dal 1783 con la scoperta del “Metodo Le Blanc”, per la fabbricazione su scala industriale della soda e dell’acido solforico, alcuni capitalisti britannici, prima, e francesi, subito dopo, iniziarono a interessarsi delle zone minerarie prossime ai porti della Sicilia Centro Meridionale quali Porto Empedocle, allora porto di Agrigento, e Licata.
Ma già nel 1830 il prezzo dello zolfo aveva cominciato a subire oscillazioni considerevoli, che spinsero Ferdinando II di Borbone, senza successo, alla realizzazione di industrie produttive di acido solforico e soda in Sicilia.
Ciò determinò la concessione del monopolio dello zolfo, dal 1838 al 1846, alla francese “Taix & Aycard”, anche se i principali importatori rimasero la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America, detentori di grandi giacimenti di zolfo, non sfruttati, allora, a causa dei costi eccessivi di produzione e della scarsa resa del prodotto depurato.
Nei vent’anni successivi all’unificazione della Sicilia con l’Italia, la produzione, nel 1860, era di circa 150.000 tonnellate e, nel 1882, di circa 395,000 tonnellate, con circa 28.000 occupati.
Nel 1896, con la costituzione della “Anglo-Sicilian Sulphur Company Limited”, della quale facevano parte Vincenzo Florio e gli inglesi Benjamin Ingham e Agostino Porry, si ebbe un notevole rilancio della commercializzazione di acido solforico e derivati dallo zolfo. Così per un certo periodo, il settore solfifero siciliano venne risollevato, anche in ragione della diffusione dell’Oidio, un fungo parassita, che aveva colpito i vigneti dell’intera Europa, devastandoli.
Alla fine della prima guerra mondiale, l’industria dello zolfo americana, grazie all’utilizzo del “Processo Frasch” (1894) aveva già egemonizzato il mercato mondiale, pertanto, a poco servì la creazione dell’Ente Nazionale Zolfi Italiani, da parte di Mussolini, che non riuscì a risollevare il settore.
Solo dopo la seconda guerra mondiale la produzione siciliana di zolfo ebbe una leggera ripresa, dovuta al fatto che l’America, impegnata dal 1950 nella Guerra di Corea, canalizzava prioritariamente le risorse verso l’industria bellica, non a caso, con la successiva ripresa della produzione industriale, l’America tornò a controllare definitivamente i mercati.
La nascita dell’Ente Minerario Siciliano nel 1963 rilanciò il settore, ma la liberalizzazione del Mercato Comune Europeo determinò, a partire dal 1975, la progressiva chiusura delle ultime miniere produttive siciliane e, nel 1999, la soppressione dell’Ente Minerario Siciliano, ancora oggi in stato di liquidazione.
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Olindo Terrana
Architetto, PhD Pianificazione Urbana e Territoriale, già professore di Urbanistica e Politiche Territoriali c/o UNIPA, Project manager di programmi interterritoriali e transnazionali europei e transcontinentali.


