UNA MEMORIA DA CUSTODIRE Giovanna Lauricella racconta il boom delle sale cinematografiche, negli anni Sessanta, nei due paesi dell’agrigentino

Quando anche a Grotte e Racalmuto cominciò ad intravedersi il boom degli anni ‘60, furono soprattutto le sale cinematografiche, piccole o grandi che fossero, a rappresentarlo, e in quella rappresentazione una parte molto importante la ebbe mio padre, Antonio Lauricella, “il professore”.
Tra una lezione su Cicerone e un comizio politico, quella del cinema fu la più importante e duratura avventura imprenditoriale tra le tante intraprese. Ero troppo piccola per ricordare quando e come gli venne l’idea, so però che sapeva leggere nei tempi e intuire quali fossero le aspettative e le esigenze di una società in grande trasformazione quale era quella siciliana degli anni ‘60.
Abitavamo prima ad Agrigento, dove insegnava Latino e Greco al liceo classico, ma scelse di tornare ai due paeselli (a Racalmuto, dove risiedevamo come famiglia, e alla sua Grotte dove trascorreva tutto il tempo non lavorativo) con questa idea di potenziare l’attività di gestore cinematografico. E fu per la gente dei piccoli centri una vera rivoluzione.
Anche se è già stato fatto da grandissimi letterati ed artisti, non ci soffermiamo mai abbastanza a considerare l’importanza che ebbe nei nostri piccoli paesi (racchiusi nel cuore sulfureo e agricolo della Sicilia) l’irrompere di questo fenomeno. Sì, il mondo esterno li aveva già sfiorati: esisteva in ogni più piccolo centro una pur ristretta élite culturale che leggeva e viaggiava, e poi c’erano gli emigrati, con le loro lettere e i pacchi che arrivavano dalla “Merica” (che evento ogni volta!), e c’erano i soldati di leva e i sopravvissuti dai due conflitti che tornavano a casa portando il loro carico di esperienze e nuove aspettative, ma fu il cinema a proiettare nelle pupille spalancate dell’intera popolazione le immagini e le sensazioni (sogni, paure, illusioni) di un mondo altro, che improvvisamente diventava presente.
E fu anche una forma nuova di aggregazione, che consentiva un inedito incontro tra uomini e donne di ogni ceto e di ogni età. E poi venne la televisione, con Sanremo e “Lascia o raddoppia” e anche lì il professore giocò di anticipo, facendo collocare nell’atrio del teatro di Racalmuto un enorme televisore con un numero esagerato di pollici…
Noi, cioè io, la mia allora piccola sorellina e soprattutto mio fratello, il “Nuovo cinema Paradiso” lo abbiamo vissuto in prima persona, tanto che nella mia memoria la cabina di proiezione del film si confonde con quella dove noi entravamo a scoprire i misteri di quel mondo magico.
Forse ci furono anche altri operatori, ma il mio ricordo è legato a Totò Liotta, poi direttamente gestore, per noi uno di famiglia, che sapeva fare tutto, che incollava velocemente il nastro di pellicola quando si strappava e che velocemente trasportava in macchina, nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo, le “pizze” di pellicola da Racalmuto a Grotte, tutto velocemente, perché il pubblico non poteva aspettare… E che percorreva le strade con la sua macchina e un megafono a reclamizzare un film importante, e mio fratello a bordo con lui. Forse quel ragazzino dai capelli a spazzola sognava di poter prendere il suo posto nella cabina di proiezione e fu normale che, mentre, anni dopo, ci siamo trovati insieme a vedere il film di Tornatore, quando nel finale il Cinema veniva abbattuto, lo vidi scoppiare in lacrime.
Ma in quelle sale non si celebrò solo il “cinema” perché, oltre ai varietà, arrivarono anche i cantanti famosi: Claudio Villa, Aurelio Fierro, Achille Togliani, Jenny Luna, Cochi Mazzetti (qualcuno se la ricorda?), Peppino Di Capri…
E a Grotte? A Grotte ricordo che io andavo soprattutto per eventi particolari, come gli spettacoli teatrali della compagnia composta da giovani, quasi tutti studenti e miei amici. Bravissimi, strepitosi! Il teatro di Martoglio nella mia memoria è legato alle loro rappresentazioni non meno che a quelle del grande Turi Ferro. Ma non solo questo. Fu in quel piccolissimo Cineteatro che incontrai Pietro Ingrao, quando gli fu conferita la cittadinanza onoraria.
Momento grande per un paese piccolo, povero, sperduto nel grande altipiano gessoso zolfifero, ma custode di una storia importante che l’aveva vista protagonista di vicende eccezionali (lo scisma, i mazziniani, i Fasci siciliani), una storia nella quale Francesco Ingrao, il nonno di Pietro, aveva avuto un ruolo significativo.
Quello che ho raccontato era un cinema giovane, era una società giovane…
Poi le cose, a poco a poco, hanno cominciato ad essere diverse: il cinema c’è ancora, ma nelle piattaforme televisive o nelle multisale, dove ci si incrocia con gente sempre diversa. C’è ancora, ma è altra cosa.
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