Fondato a Racalmuto nel 1980

L’amore in Sicilia si cantava cosi

Nei canti del popolo si custodisce una letteratura di altissima qualità poetica

Giovanni Salvo

La serenata è un gesto emblematico dell’amore. Un uomo sotto un balcone, la notte complice, la chitarra o la fisarmonica che intonano pochi accordi e una voce che osa dire ciò che di giorno non si potrebbe. L’amore in Sicilia si cantava cosi, si dichiarava pubblicamente, si esponeva al rischio del rifiuto. E in quel rischio c’è tutta la nobiltà del sentimento.

La musica popolare siciliana é un patrimonio sonoro, è un archivio vivente di poesia orale. A raccoglierne le tracce, tra Ottocento e primo Novecento, furono studiosi come Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino, che compresero come nei canti del popolo si custodisse una letteratura di altissima qualità poetica. Le serenate, le canzoni d’amore non erano semplici motivi folklorici, erano vere poesie, cesellate nella lingua siciliana.

Tra le canzoni d’amore più belle che io conosca c’è: “Amuri Amuri” del gruppo agrigentino de “I Dioscuri”, divenuta anche colonna sonora del film: “Amuri fattu di suspiri…”. Parole semplici, una melodia che avvolge e sospira, proprio come suggerisce il vibrare della mandola. Qui l’amore è dolore, respiro, attesa, palpito trattenuto.

A Catania i Taberna Mylaensis hanno segnato un’epoca con “Amuri”. Il loro lavoro ha saputo fondere ricerca musicale e radice popolare. In “Amuri” ogni verso pesa, ogni immagine vibra di memoria, di struggente lontananza. “Amuri ca luntanu staju….lu me cori ti voli parrari”

Che dire di “Stidda d’amuri” la canzone che nella versione moderna di Mara Eli acquista una delicatezza contemporanea, mentre nella voce storica di Giovanni Moscato conserva un’intensità più tradizionale. E ancora  “Cocciu d’amuri”, altra bella serenata di Lello Analfino.

E poi c’è “La curuna”, nella voce mitica di Rosa Balistreri. “Ad iddu vogliu, nun vogliu curuna”, non voglio corone, non voglio ricchezze. Voglio lui. In questo verso si condensa una scelta radicale: l’amore sopra il potere, il sentimento sopra l’apparenza. Rosa Balistreri, con la sua voce aspra e ferita, trasforma la canzone in dichiarazione di libertà. Fra i testi più struggenti resta “Nun lu sapiti”: “Non sapete, non immaginate l’amore che provo… se penso a voi non penso a Dio”. È un verso vertiginoso, che sposta l’amore sul piano dell’assoluto, raggiungendo un’intensità quasi mistica.

Infine non posso non ricordare la voce, autentica, tenorile del mio amico agrigentino Peppe Sciortino quando intona “E vui durmiti ancora”, celebre poesia di Giovanni Formisano, una delle più intense dichiarazioni d’amore della tradizione siciliana. L’amore, qui, non è tormento ma contemplazione. Non è fuoco che brucia: è luce che illumina. Quando Peppe Sciortino la canta, la sua voce tenorile accarezza ogni parola.

E dalla vicina Favara, a due passi dalle albe della valle di Agrigento, arriva ancora l’eco di un gruppo veramente autentico, che ha saputo trasformare la tradizione in emozione pura: il Gruppo Popolare Favarese di Giuseppe Maurizio Piscopo  e Antonio Zarcone.

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Giovanni Salvo

Poeta e scrittore

 

 

 

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