Fondato a Racalmuto nel 1980

Il viaggio nella Sicilia di Camilleri non si ferma

Il libro di Gaetano Savatteri e Salvatore Picone, uscito a settembre, continua a raccogliere l’attenzione dei lettori. In Sicilia con Andrea Camilleri. La geografia del sogno pubblicato dalla Casa editrice Perrone, racconta lo scrittore empedoclino dal punto di vista della sua Sicilia, i luoghi dove ha vissuto e che lo hanno ispirato, ma anche quegli angoli diventati palcoscenico delle sue storie e dei suoi personaggi. Il libro è stato presentato diverse volte a Roma, ma anche a Liegi e ad Amsterdam. Numerosi sono gli appuntamenti in programma: a febbraio le prime tappe in Sicilia: il 15 alla Feltrinelli di via Etnea a Catania, il 16 a Piazza Armerina e il 17 ad Agrigento. In vista di questi appuntamenti, pubblichiamo l’intervista ai due autori, entrambi di Racalmuto, realizzata da Maria Camilla Brunetti e pubblicata nel Blog della Casa editrice nota per la collana “Passaggi di Dogana” dedicata proprio alla letteratura da viaggio.

Le locandine degli appuntamenti di febbraio

In Sicilia con Andrea Camilleri è un attraversamento intimo e fisico dei luoghi reali e di quelli letterari di un grande intellettuale siciliano del Novecento. Questo libro è anche, forse soprattutto, un attraversamento di piani temporali. Vorrei partire dalla memoria che i luoghi di Camilleri conservano – che in queste pagine dialoga con il presente rivelandone senso e portato – e che voi avete saputo evocare con sguardo poetico e una lingua che si fa paesaggio. Da dove siete partiti per ricostruire la geografia intima dell’infanzia e della giovinezza di Andrea Camilleri?

GS Siamo partiti dai libri di Camilleri, andando a cercare dentro quella Vigàta, che è una Vigàta più estesa ma che contiene dei luoghi reali, le tracce fisiche che Andrea ha disseminato ampiamente anche nella sua autobiografia. Quindi siamo partiti da Porto Empedocle, il luogo dove è nato, il 6 settembre del 1925. Da lì ci siamo allargati andando a indagare tutta la Sicilia toccata dalle sue opere che finisce per coincidere con Vigàta.

SP Il nostro punto di partenza sono stati i luoghi che hanno formato lo sguardo di Andrea Camilleri: Porto Empedocle, Agrigento, la costa che si apre verso l’Africa. Non tanto come coordinate geografiche, ma come depositi di memoria: le case, i cortili, le stradine, il porto, la spiaggia e il mare come primo orizzonte di libertà. Ricostruire la geografia intima della sua infanzia significa riascoltare le voci di quei luoghi, i racconti dei suoi paesani, le feste, le pagine di libri di storia locale. Camilleri stesso, con i suoi ricordi, ci aveva già consegnato una mappa fatta di odori, suoni, immagini che ancora oggi sopravvivono nel presente. Da lì siamo partiti, provando a restituire non un ritratto museale, ma un paesaggio vivo che continua a parlare.

Il sottotitolo di questo libro è La geografia del sogno. La Sicilia di Camilleri, la Sicilia semplicemente – con i suoi miti e la sua storia, con il suo essere approdo e incontro, orizzonte aperto su tre mari è un luogo letterario per eccellenza. La Sicilia come metafora, come sosteneva Leonardo Sciascia. Se doveste scegliere due luoghi ideali, uno di partenza e uno di approdo, per un itinerario emozionale sulle tracce del sogno di Andrea Camilleri, quale scegliereste?

La Scala dei Turchi (foto Angelo Pitrone)

GS Sicuramente a Porto Empedocle c’è, aldilà del centro storico dove è nato Andrea, la Scala dei Turchi. Questa lingua gessosa bianca che è diventata un oggetto di tale attenzione da parte dei turisti che si è dovuto controllarne l’accesso per evitare che venisse danneggiata. Un altro luogo importante è la zona del ragusano, Scicli e Punta Secca, dove nella fiction e poi nella traslazione filmica, prende vita Vigàta. In questo itinerario emozionale sui luoghi di Andrea Camilleri c’è una partenza molto privata e familiare che si conclude, un centinaio di km più a est e sempre nella costa meridionale della Sicilia, a Punta Secca: il luogo dove si va per immortalarsi davanti alla casa del Montalbano televisivo, che non coincide esattamente con quello letterario, ma che appartiene a questa grande Sicilia immaginaria, raccontata e sognata.

SP Certamente da Porto Empedocle, la vera Vigàta dei suoi romanzi, perché lì nascono lo sguardo e la lingua di Camilleri, lì si accende il rapporto tra la vita reale e quella letteraria. E poi la Sicilia tutta, quella dell’interno che ha vissuto da giovane e che poi riscopre quando è già grande regista e scrittore. Persino quegli angoli bellissimi del ragusano che la potenza della televisione ha fatto diventare Vigàta. Un viaggio circolare: partire dall’isola per tornarci con un bagaglio nuovo, trasformando la Sicilia in un mito narrativo. Perciò partirei sempre da Porto Empedocle e Agrigento, dalla casa di Pirandello, per approdare ai teatri siciliani, da Catania a Palermo, da Racalmuto a Siracusa.

“Disegnare una mappa fantastica dell’isola e una mappa dell’isola fantastica”. Questo, come riportato in un passaggio del testo, era forse l’intento di Camilleri. È proprio solo dell’immaginario, la capacità di fare convivere memoria e presente, i personaggi passati e quelli futuri. Nell’universo letterario di Camilleri è come se la geografia reale e concreta si piegasse alla geografia del sogno? È così?

GS Penso che – come abbiamo messo in esergo al libro – la Sicilia è un luogo dove, come diceva Sciascia, non si può vivere senza immaginazione. Quella dimensione fantastica, che spesso lo è in maniera drammatica, grazie alla quale si cerca di dare risposte a mancanze e carenze del paesaggio sociale, se così vogliamo chiamarlo. L’immaginazione ovviamente non può colmare questo tipo di deficit, ma può dare una dimensione che porta a vivere la Sicilia come luogo in cui abitano narrazioni e favole. Da questo punto di vista la Sicilia può essere considerata una vera “isola del tesoro” di storie.

Porto Empedocle con la Torre Carlo V (foto Angelo Pitrone)

SP Nell’universo letterario di Camilleri la geografia reale si piega a quella del sogno. Vigàta ne è la prova: Porto Empedocle diventa il suo doppio fantastico, un luogo che appartiene alla realtà ma che vive secondo le regole della narrazione. La memoria e il presente non si escludono, convivono. I personaggi storici e quelli inventati si muovono nello stesso spazio, e i confini tra cronaca e invenzione diventano permeabili. È la forza dell’immaginazione: non negare la realtà, ma reinventarla per renderla più vera.

Nelle pagine di In Sicilia con Andrea Camilleri le miriadi di frammenti che danno vita all’universo di un grande narratore si ricompongono in un itinerario geografico e letterario. Come avete proceduto nell’organizzazione del lavoro? Quali opere, quali incontri o imprevisti, se ce ne sono stati, hanno più influenzato e “sorpreso” il vostro sguardo nel periodo della lavorazione del libro. Quali sono state invece le sfide più complesse per arrivare alla stesura ultima di questo testo?

GS Potremmo dire che abbiamo proceduto a un pedinamento di Andrea Camilleri. Un pedinamento attraverso le frasi delle sue opere, dentro le sue parole nelle interviste, attraverso le cose che lui racconta nei suoi libri. Teniamo conto che ci sono molti libri, soprattutto quelli iniziali, che sono ampiamente autobiografici. Camilleri è stato un grande scrittore di memoria, un narratore di potentissima memoria. Nel corso di questo pedinamento, ci siamo accorti – solo per fare un esempio – che la disposizione delle stanze della biblioteca di Enna dove siamo andati, corrispondono esattamente alla memoria che Andrea dà di quella biblioteca nel Dopoguerra. Abbiamo ritrovato persone, eredi, botteghe, luoghi che Camilleri ha raccontato e che sono ancora lì, testimoni che con le loro voci e con la loro presenza hanno confermato che le cose scritte nei libri di Andrea sono accadute, che i fatti raccontati sono avvenuti, che quei luoghi e quelle persone sono esistiti. In questo senso, molto aiutato da questa memoria formidabile, Andrea è sì uno scrittore di grande fantasia e di grande immaginazione ma con un’aderenza al reale molto forte, che abbiamo riscontrato e che ci ha molto confortato e aiutato nel nostro lavoro.

Picone e Savatteri (foto A. Pitrone)

SP Abbiamo lavorato come cartografi, raccogliendo frammenti dispersi – libri, interviste, memorie, incontri – e provando a metterli in relazione. Le opere stesse di Camilleri sono state la nostra guida, ma anche le conversazioni con chi lo ha conosciuto, con chi ha condiviso pezzi della sua vita. Le sorprese sono venute spesso dai dettagli: una parola detta di sfuggita, una fotografia, un vecchio ritaglio di giornale locale, un vecchio registro scolastico, un ricordo che illuminava interi capitoli della sua formazione. Volevamo un racconto che avesse la leggerezza del viaggio, fatto anche dalle stesse pagine dei suoi libri. Abbiamo fatto noi stessi un viaggio. Interiore, innanzitutto. Per poi leggere e rileggere le pagine di Andrea Camilleri e intraprendere un viaggio reale nella Sicilia di questo scrittore. Certamente sorpresi dalla giovinezza di Camilleri incantato dai racconti della nonna Elvira, piuttosto che i viaggi in treno fino a Palermo per comprare libri. Il suo sguardo lucido, la sua curiosità l’abbiamo vissuta come elemento di forza anche per compiere questo percorso. Una lunga “Strada degli Scrittori”, come quella che realmente esiste in Sicilia, da Porto Empedocle a Caltanissetta, che attraversa mondi letterari legati ad altrettanto grandi scrittori. Certamente non è una biografia, anche se la tentazione di scrivere le cose che ha fatto in quegli anni e in quei luoghi è stata tanta. Abbiamo persino gustato le tante pietanze di cui lui parla: il menù di Camilleri-Montalbano è un altro paesaggio siciliano che abbiamo voluto approfondire direttamente a tavola, nelle trattorie delle tante città e paesi di cui si parla nel libro. Come abbiamo fatto, per esempio, a Enna, trovando un cuoco figlio di uno degli ultimi monsù di quella città che da ragazzo aveva conosciuto il suo coetaneo Andrea Camilleri. Del resto, gli esperti ci dicono che oggi occorre essere viaggiatori consapevoli e mi auguro che con questo “taccuino da viaggio” si possa dare una mano a percorrere questo sentiero siciliano fatto di bellezza, sogno, memoria e parole.

Ci sono state delle figure familiari, delle letture, degli incontri, che hanno avuto un ruolo fondamentale nella creazione dell’universo letterario di Camilleri, argomento che trattate ampiamente nel libro. Come raccontereste la sua “formazione”?

GS La sua formazione è sicuramente quella di un ragazzo che cresce in una terra difficile, lontano dalle librerie, dalle università, dalle case editrici, lontano dai centri del sapere e della produzione di cultura e informazione. Quindi, dal fondo della Sicilia, Camilleri come tanti altri della sua generazione, ha costruito questa rete di relazioni che poi lo porterà a Roma, che lo porterà all’Accademia d’Arte Drammatica, attraverso una cosa antica che sono le lettere: penna e carta. E da lì, da quel piccolo paese infondo alla Sicilia, poteva scrivere a intellettuali e scrittori con l’ambizione e il desiderio di un giovane che voleva fare l’artista, lo scrittore. In quel modo poteva mettersi in contatto, forse con più difficoltà di adesso ma con allo stesso tempo con più semplicità, con persone che erano già molto conosciute nel momento in cui lui gli scriveva. Gran parte di questa corrispondenza che Camilleri conservava con scrupolo quasi maniacale – lettere, locandine, appunti – resiste ed esiste nel tempo ed è custodita al Fondo Camilleri, costituito dalle figlie, a Roma.

Camilleri nel 2002 fotografato a Racalmuto da Angelo Pitrone

Se doveste delineare un albero genealogico di scrittori dai quali Camilleri dipende, quale sarebbe?

GS C’è, come dici tu, un albero genealogico. Esiste cioè una scrittura siciliana che è fatta di parentele. Per il caso di Andrea Camilleri esiste per esempio quella con Pirandello, con il quale c’era anche un filo di parentela reale. C’è un filo di parentela con Leonardo Sciascia, così come con Jerry Mangione, scrittore italo-americano. Non c’è una vera e propria scuola di scrittura siciliana ma c’è una una parentela estesa in grado di accogliere al suo interno anche dissapori, antipatie, affetti, affinità, così come avviene nelle famiglie reali. Andrea Camilleri, a sua volta, è stato un parente illustre per tantissime scrittrici e scrittori di oggi che credo in lui abbiano trovato una sorta di Zione, così come avviene per la figura che troviamo nelle pagine del Gattopardo, colui che favorisce il matrimonio tra Tancredi e Angelica in maniera sorniona, con affetto indubbiamente, ma anche con un fare talvolta un po’ burbero ma sempre generoso.

SP Sull’albero genealogico degli scrittori, Sciascia sosteneva che c’è, nella grande tradizione letteraria siciliana, un filo che in qualche modo li lega tutti. Certamente Andrea Camilleri cammina a braccetto con Pirandello e Sciascia.

Potreste condividere con noi un vostro ricordo, un momento di quotidianità, un’immagine più privata di Andrea Camilleri?

GS Sicuramente, e lo abbiamo scritto anche nel libro, per me e Salvatore ci sono stati momenti di vicinanza anche fisica con Andrea soprattutto nel periodo in cui lui ha diretto e riaperto il teatro di Racalmuto. Un teatro che era stato chiuso per quarant’anni e per il quale Sciascia si era impegnato affinché si riattivassero i lavori di restauro. Impegno che portò nel 2002, dopo un restauro lunghissimo, alla riapertura del teatro con Andrea Camilleri come direttore artistico. Mi fa piacere pensare che un uomo che nel 2002 aveva già tantissimi impegni, moltissime cosa da scrivere e fare e aveva già un’età avanzata, abbia trovato il tempo – con l’entusiasmo di un ragazzo – di aprire questo piccolo teatro in un piccolo paese della Sicilia molto lontano dalle rotte teatrali nazionali e di costruire con un nucleo di persone fidate, le prime stagioni di questa realtà, che ancora esiste ed è attiva.

Andrea Camilleri nel 2002 a Racalmuto con Picone e Savatteri (Foto Pietro Tulumello)

SP Come ha detto Gaetano Savatteri, anche io ricordo sempre con affetto gli anni in cui si avvicinò al teatro di Racalmuto che ha contribuito a far riaprire dopo quarant’anni di chiusura. Nei primi anni Duemila lui ha diretto un paio di Stagioni di quel teatro storico tanto amato anche da Leonardo Sciascia. Ricordo l’attenzione che ha avuto per quel gruppo di giovani che collaboravamo con la Direzione artistica, coordinata anche da Giuseppe Dipasquale, suo allievo e regista. E anche dopo, quando capitò di incontrarlo durante i suoi ritorni a Porto Empedocle, ci chiedeva sempre di affrontare le cose della vita come dentro il palcoscenico: una volta che si apre il sipario e si accendono le luci non si può più tornare indietro. Una metafora che è grande lezione di vita!

Dal Blog www.giulioperroneditore.com 

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