Fondato a Racalmuto nel 1980

“Le nuove frontiere dell’educazione mirano alla formazione di cittadini consapevoli”

“Capaci di vivere nella complessità”. Nostra conversazione con Francesco Pira, docente universitario, sociologo, autorevole esperto del mondo della comunicazione

Francesco Pira

Sono argometi di grande attualità quelli che in questa conversazione affrontiamo con Francesco Pira, docente universitario, sociologo, saggista. Il Prof. Pira è un autorevole esperto del mondo della comunicazione, ed è da questo “mondo”  che parte la nostra conversazione. 

Oggi più che mai imperversano nella comunicazione molta disinformazione e Fake news. Da cosa nascono questi fenomeni?

«La diffusione di disinformazione e fake news nasce da una trasformazione profonda dell’ecosistema comunicativo. Non si tratta solo di un aumento delle notizie false, ma di un cambiamento strutturale nel modo in cui le informazioni vengono prodotte, distribuite e consumate. Oggi parlare di informazione significa fare i conti con la disintermediazione, la logica algoritmica e l’intelligenza artificiale. Per lungo tempo il giornalismo ha svolto una funzione di mediazione autorevole, fondata sulla verifica e sulla contestualizzazione dei fatti. Con l’avvento dei social network questa funzione è entrata in crisi: chiunque può produrre e diffondere contenuti, spesso senza competenze e senza responsabilità. Adesso sono le piattaforme digitali a decidere cosa vediamo, quando e con quale visibilità, premiando l’engagement più della qualità o della verità dell’informazione. In questo contesto l’intelligenza artificiale agisce come un potente acceleratore. Da un lato supporta il lavoro giornalistico, dall’altro consente la produzione automatizzata e su larga scala di contenuti falsi o manipolati. La disinformazione può essere anche non intenzionale, come nel caso della misinformazione, ma sempre più spesso è costruita strategicamente per orientare l’opinione pubblica. Con il collega Andrea Altinier abbiamo descritto un vero e proprio esagono delle fake news: sono attrattive, emotive, virali, persistenti e capaci di produrre effetti anche dopo le smentite. In un ecosistema governato dagli algoritmi, i contenuti che suscitano emozioni forti vengono amplificati. Il nodo centrale resta l’opacità algoritmica: gli algoritmi non sono neutrali e incorporano scelte e valori. Quando amplificano messaggi distorsivi, si apre un problema etico e deontologico che mina la fiducia del pubblico. Contrastare le fake news richiede quindi non solo strumenti tecnologici, ma un rilancio della responsabilità sociale del giornalismo e del suo ruolo umano di interpretazione e cura della verità».

Cyberbullismo, revenge porn, sexting, ghosting. Come vanno affrontate le devianze della rete?

«Fenomeni come cyberbullismo, revenge porn, sexting e ghosting nascono da un’evoluzione delle relazioni e della costruzione dell’identità, soprattutto tra i più giovani. La rete non genera la violenza, ma la amplifica, rendendola continua e pervasiva. Le mie ricerche mostrano preadolescenti e adolescenti attraversati da un forte senso di smarrimento, sospesi tra bisogno di visibilità e solitudine. Comportamenti un tempo marginali sono diventati pratiche normalizzate. Il cyberbullismo, in particolare, colpisce l’identità della vittima senza limiti di spazio e di tempo. Non a caso sono stato chiamato in audizione presso la V Commissione dell’Assemblea Regionale Siciliana per contribuire alla definizione di azioni di prevenzione e contrasto rivolte a studenti e famiglie. Il quadro normativo si è rafforzato: alla legge 71/2017, aggiornata dalla 70/2024, si affianca il recente D.Lgs. 99/2025. Tuttavia le leggi non bastano se non sono accompagnate da un rinnovamento culturale ed educativo.

Il revenge porn e alcune pratiche legate al sexting si inseriscono in una cultura dell’iper-individualismo e dell’esposizione del corpo come veicolo identitario, che rende soprattutto le ragazze più vulnerabili, attualmente anche a causa di deepfake e manipolazioni digitali. Accanto a queste forme di violenza emergono dinamiche relazionali come ghosting, breadcrumbing, zombieing e orbiting, che producono sofferenza emotiva e precarietà affettiva, fino alle situationship, relazioni senza responsabilità e senza progetto. Affrontare le devianze della rete significa investire in educazione, ascolto e corresponsabilità. È necessario coinvolgere l’intera comunità educante e attivare vere scuole per i genitori, per aiutarli a comprendere i linguaggi digitali dei figli e accompagnare i ragazzi verso relazioni fondate sulla cura, sul limite e sul rispetto».

Bambini, adolescenti e nuove tecnologie. Quale deve essere su questo fronte il ruolo di importanti istituzioni come la famiglia e la scuola?

«Di fronte all’impatto delle nuove tecnologie sulla vita di bambini e adolescenti, il ruolo della famiglia e della scuola è al momento più che mai decisivo. Viviamo una fase storica in cui molti giovani crescono senza un orizzonte di fiducia: percepiscono il futuro come una minaccia e non come una possibilità. In questo contesto, il digitale diventa spesso uno spazio di rifugio, ma anche di amplificazione del disagio, dell’insofferenza e della rabbia. La famiglia deve tornare a essere un presidio educativo fondato sul supporto e sulla presenza. Non servono genitoricontrollori, ma adulti capaci di comprendere i linguaggi digitali dei figli, di riconoscerne le fragilità e di offrire esempi credibili. La scuola, dal canto suo, non può limitarsi alla trasmissione di competenze tecniche: deve educare al senso critico, alle emozioni, alla gestione del conflitto e delle relazioni, anche online. Famiglia e scuola devono agire insieme, come comunità educante, per restituire ai giovani spazi di parola, di riconoscimento e di progettualità. Proteggere i ragazzi significa accompagnarli nella costruzione dell’identità, aiutandoli a trasformare la tecnologia da luogo di smarrimento a strumento di crescita, relazione e responsabilità».

Violenza sulle donne. Quale il ruolo dell’informazione?

«L’informazione ha un ruolo cruciale nel contrasto alla violenza sulle donne, digitale e non. Condotte come il revenge porn e l’abuso sessuale basato sulle immagini rivelano come il corpo femminile venga oggettificato e mercificato, mentre la virtualità moltiplica il danno reale: psicologico, emotivo e sociale. Il giornalismo deve raccontare questi abusi senza banalizzarli o sensazionalizzarli, evidenziando le conseguenze e la violazione dei diritti delle vittime. Informare significa anche educare l’opinione pubblica, promuovere consapevolezza digitale, sostenere le vittime e dare visibilità a percorsi di prevenzione. Ogni notizia diventa uno strumento di giustizia e responsabilità sociale, capace di ridurre la cultura dell’impunità e costruire un ambiente in cui la violenza non sia invisibile né accettata».

L’Intelligenza Artificiale è in questo momento un tema molto dibatttuto. Quali secondo te i pro e i contro?

«Nella società contemporanea l’agire sociale è sempre più intrecciato a sistemi algoritmici che, spesso in modo invisibile, influenzano decisioni, linguaggi e comportamenti. È dentro questo scenario che l’Intelligenza Artificiale va letta: non come una semplice innovazione tecnica, ma come un passaggio culturale significativo, che ci obbliga a ripensare cosa implichi essere umani. Tra i vantaggi, l’IA offre opportunità straordinarie. Può supportare la medicina, l’educazione, la ricerca scientifica, la comunicazione e la gestione delle risorse, ampliando le attitudini dell’uomo e migliorando la qualità della vita. Se governata con responsabilità, diventa un alleato, un “copilota” che affianca l’intelligenza umana senza sostituirla, favorendo inclusione, accesso alla conoscenza e nuove forme di cura. I rischi emergono quando l’algoritmo smette di essere uno strumento e diventa un modello culturale. Il pericolo non è la tecnologia in sé, ma la delega totale: affidare alle macchine non solo le risposte, ma anche le domande. Come ricordano il sociologo Zygmunt Bauman e il professore Luciano Floridi, gli algoritmi non pongono questioni morali: siamo noi a doverlo fare. Senza un presidio morale, l’IA può alimentare disuguaglianze, controllo sociale, manipolazione dell’informazione e una progressiva erosione del pensiero critico. Il filosofo e sociologo coreano Byung-Chul Han ci avverte inoltre del rischio di una società iper-ottimizzata, dove efficienza e velocità soffocano la lentezza, l’errore e la fragilità, elementi costitutivi dell’esperienza umana. L’obiettivo, dunque, non è opporsi all’Intelligenza Artificiale, ma imparare ad abitarla. Serve una nuova alfabetizzazione digitale, capace di unire competenze tecnologiche, doveri e consapevolezze culturali. Solo così l’IA potrà amplificare l’umano invece di ridurlo. La tecnologia può accompagnarci nel prossimo presente, ma la direzione resta una scelta nostra: custodire ciò che nessun algoritmo potrà mai replicare, i legami, la cura e l’attenzione verso gli altri».

Quali le nuove frontiere dell’educazione?

«Educare oggi significa misurarsi con una società frammentata, fortemente interconnessa e attraversata da profonde fragilità sociali e relazionali. Le nuove frontiere dell’educazione non riguardano solo l’introduzione di tecnologie o nuovi linguaggi didattici, ma soprattutto la formazione di cittadini consapevoli, capaci di vivere nella complessità. Uno dei traguardi fondamentali consiste nel passaggio dalla sola cultura dei diritti a una cultura dei doveri rinnovata. Le nuove generazioni sono molto sensibili ai temi dell’inclusione, della giustizia sociale e ambientale, ma faticano a riconoscere il valore della responsabilità collettiva. L’educazione civica deve quindi tornare a essere un laboratorio di cittadinanza attiva, dove diritti e doveri si tengono insieme, come ha scritto il sociologo Durkheim, per garantire coesione sociale. Serve educare non solo all’uso consapevole delle tecnologie, ma anche al rispetto, all’empatia e alla gestione delle emozioni, aiutando i ragazzi a distinguere tra realtà e finzione, relazione autentica e visibilità. Infine, l’educazione deve coinvolgere l’intera comunità educante: scuola, famiglia e territorio. Solo investendo su formazione, sostegno e inclusione è possibile offrire ai giovani punti di riferimento solidi. Le nuove frontiere dell’educazione, in fondo, coincidono con una scelta culturale: formare persone libere, ma anche custodi del bene comune».

Nel tuo nuovo saggio Conversazioni sull’umanità, scritto con Pietro Salvatore Reina, sostieni che le profonde mutazioni antropologiche determinano sempre più un panorama inedito nella scena, nella vicenda umana. Cosa racconta questo panorama?

«Ci troviamo dentro un momento storico importante, in cui l’essere umano sta ridefinendo sé stesso attraverso le tecnologie che ha creato. In Conversazioni sull’umanità racconto una dimensione inedita, segnata da profonde ridefinizioni della sfera umana: cambiano i modi di comunicare, di apprendere, di lavorare e persino di percepire l’identità e i rapporti. È un paesaggio ambivalente. Da un lato, l’intelligenza artificiale e il digitale offrono occasioni straordinarie di conoscenza, accoglienza e progresso; dall’altro, emergono rischi di meccanizzazione dell’uomo, di perdita del senso critico e di impoverimento della dimensione relazionale. Il vero aspetto chiave consiste nel riconoscere la distanza tra una tecnologia che simula l’umano e un essere umano che rischia di adattarsi alla logica della macchina. La continua connessione e il predominio degli algoritmi stanno rimodulando il modo in cui pensiamo, comunichiamo e apprendiamo, rendendo urgente un approccio consapevole alla tecnologia. Servono linee guida chiare, principi etici e una cultura della responsabilità che ponga al centro la persona, le relazioni e la libertà di pensiero. Sarà la nostra visione e il nostro discernimento a decidere il futuro, trasformando l’innovazione in uno strumento capace di rafforzare la nostra umanità».

Che significa che bisogna avviarsi verso un nuovo umanesimo digitale?

«Parlare di un “nuovo umanesimo digitale” significa riflettere sul modo in cui la tecnologia sta influenzando la vita sociale, culturale ed economica, e su come l’essere umano possa restare al centro di questo processo. Significa anche affrontare le disuguaglianze generate dal digitale, come il divario nell’accesso alle risorse, la precarizzazione del lavoro o la sorveglianza diffusa, per garantire che le innovazioni non escludano o marginalizzino. Un umanesimo digitale quindi cerca di armonizzare innovazione e dignità umana, creando spazi in cui la tecnologia favorisca la partecipazione attiva e il benessere collettivo. In questo senso, avviarsi verso un nuovo umanesimo digitale significa rendere la tecnologia veramente a misura d’uomo, uno strumento per valorizzare le capacità individuali e rafforzare il tessuto sociale».

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