Nella tradizione siciliana non è solo quotidianità: è anche sacramento popolare.

«Interroga la vecchia terra: essa ti risponderà sempre col pane e col vino». Con questo richiamo letterario del poeta francese Paul Claudel, Gianfranco Ravasi ha aperto sul Sole 24 Ore del 7 gennaio 2026 una riflessione sul pane, alimento primario e insieme simbolo archetipico della civiltà umana. Poche parole che condensano una verità antica: il pane non è solo nutrimento, ma linguaggio, memoria, sacralità.
Nella cultura dei nostri nonni il pane era grazia. Sprecarlo era considerato peccato. Ancora oggi molti ricordano il gesto istintivo e solenne di baciarlo se cadeva a terra: un atto semplice, quasi liturgico, che traduceva il rispetto per ciò che garantiva la vita. Quel pane, frutto della terra e del lavoro umano, non era mai “cosa”, ma dono.
Fino a pochi decenni fa, soprattutto nelle campagne siciliane (il ricordo va alla campagna dei miei nonni, dove vi si trasferiva a metà giugno, rimanendovjifino alla vendemmia di metà settembre), esisteva una vera e propria cultura domestica della panificazione. Il forno a legna, costruito in gesso o pietra, era patrimonio condiviso; lo crescente, il lievito madre fatto in casa, veniva custodito come un bene prezioso; il forno veniva riscaldato con la legna delle potature delle vigne, dei mandorli, o persino con le bucce esterne dei frutti. Intorno al pane si creava una comunità: la “famiglia del forno”, fatta di gesti tramandati, tempi lenti, saperi antichi. Una cultura che, con il progresso e l’industrializzazione, si è gradualmente dissolta fino quasi a scomparire.
Ma il pane, nella tradizione siciliana, non è solo quotidianità: è anche sacramento popolare. Nelle feste religiose assume un valore simbolico fortissimo. Si pensi alla festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, a Grotte una volta celebrata con grande partecipazione, quando il pane benedetto diventa ex voto, offerta di protezione per le famiglie e per gli animali. O alla festa di San Giuseppe, in cui il pane è il primo e più importante elemento della tavola rituale: pani lavorati, decorati, talvolta antropomorfi, che raccontano una fede incarnata nella materia.
Questo valore sacrale trova il suo vertice nell’Eucaristia, dove il pane diventa Corpo di Cristo. L’Ultima Cena consegna al cristianesimo un simbolo definitivo: il pane spezzato come dono totale, come alleanza, come vita offerta. Qui il pane non solo nutre, ma salva.
Eppure il pane ci rimanda anche alla sua assenza. Alla fame. Alla privazione. Alla sofferenza che ancora oggi colpisce intere popolazioni a causa delle guerre e delle violenze — il pensiero va inevitabilmente a Gaza, ma non solo. Sono sofferenze che i nostri nonni conoscevano bene.
In Sicilia, durante la Seconda guerra mondiale, il pane divenne raro. I bombardamenti, il razionamento, la povertà diffusa resero difficile persino procurarsi la farina. Molti sopravvivevano con il cosiddetto pane nero, un sottoprodotto ottenuto con farine scadenti, spesso mescolate a crusca o ad altri surrogati. Il pane bianco era un privilegio; per molti, un ricordo lontano.
Le storie tramandate oralmente raccontano una fame silenziosa, dignitosa, mai esibita. Mia nonna narrava di una famiglia con quattro bambini e una madre disperata che non aveva più pane per sfamarli. Per ottenere qualche pagnotta, avvolse in un cencio della cenere e si recò dai propri genitori chiedendo uno scambio: farina in cambio di pane. In realtà, offriva cenere. Il padre accettò, e solo dopo si accorse dell’inganno. Non richiamò la figlia per rimproverarla, ma per dirle che avrebbero rinunciato volentieri alla loro provvista pur di aiutare lei e i suoi figli. In quel gesto si concentra l’etica del pane: condivisione, sacrificio, amore concreto.
Il pane, dunque, si muove tra due poli: da un lato grazia, dall’altro necessità assoluta per la sopravvivenza. È segno del divino e misura dell’umano. Racconta la fede e la fame, la festa e la guerra, l’altare e la tavola dei poveri.
Interrogare la “vecchia terra”, come suggeriva Claudel, significa anche ascoltare queste storie.
Perché la terra risponde ancora oggi con il pane e non con le armi. E ci chiede, in cambio, memoria, rispetto e responsabilità.
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Salvatore Filippo Vitello
Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma


