Questa donna, dallo sguardo fiero e mesto, è Calogera Falco, mia nonna, e questa è la sua storia

Questa donna dallo sguardo fiero e mesto è Calogera Falco, rimasta vedova giovanissima, appena ventitré anni, a causa di una tragedia che ancora oggi pesa come una ferita aperta nella memoria della mia famiglia.
Il 17 luglio 1943, nelle campagne di Racalmuto, in provincia di Agrigento, alcuni soldati americani aprirono il fuoco senza alcun motivo plausibile contro un uomo inerme. Quell’uomo era Nicolò Ciuni, mio nonno, un ragazzo di appena trentatré anni, conosciuto e benvoluto da tutti in paese.
Nicolò Ciuni stava semplicemente andando in campagna, in contrada Noce, per raccogliere dei fichi dolci. Non era un soldato, non era un combattente, non rappresentava alcuna minaccia. Eppure, sulla sua strada incontrò la mano assassina di coloro che, nonostante tutto, la Storia ufficiale avrebbe poi chiamato “liberatori”.
Fu ucciso per errore, con leggerezza e disprezzo, e il suo corpo venne lasciato a terra per tutta la notte, abbandonato nelle campagne, come raccontarono gli abitanti, testimoni di una scena disumana, della contrada dove fu lasciato esanime, paradossalmente, detta: “mangia uomini”.
Di questa triste vicenda fa cenno anche Leonardo Sciascia, nel suo libro Gli zii di Sicilia. Lo scrittore, vicino di casa di nonno, sia in paese che in campagna, ne conserva memoria come di uno dei tanti episodi oscuri e taciuti di quei giorni, quando la Sicilia conobbe una liberazione che spesso assomigliò più a un’altra occupazione.
Con la sua morte, nonno Nicolò lasciò una giovanissima moglie, spezzata dal dolore, e due bambine, di uno e tre anni, orfane. Una famiglia privata del suo sostegno, e una ferita che il tempo non ha mai rimarginato.
A mia madre poi l’amaro privilegio, diventare presidente degli orfani di guerra, succedendo alla maestra Piera Taibi, a cui si deve, a Racalmuto, il monumento ai caduti in guerra.
La donna ritratta in questa fotografia, appena sposa, è dunque la mia amata nonna Calogera. Questa fu l’unica immagine che la fissò per sempre nella sua giovinezza e nella sua bellezza. Dopo quel giorno, non si fece mai più ritrarre così. Non abbandonò mai l’abito nero del lutto, e trascorse l’intera esistenza portando dentro di sé il peso di quell’ingiustizia.
Condusse una vita di sacrifici, dignitosa e silenziosa, mostrando uno spirito che potremmo definire partigiano nel senso più alto: quello della resistenza morale. Eppure, malgrado il dolore e la perdita, non proferì mai una sola parola contro la liberazione. Scelse il silenzio, la sofferenza composta, e la forza di andare avanti per le sue figlie.
Questa non è solo una storia di famiglia. È una pagina di memoria che chiede di essere ricordata, perché dietro le grandi narrazioni della Storia esistono vite spezzate, nomi dimenticati, e donne vestite di nero che hanno pagato il prezzo più alto.


