Sarebbe bello se il Ficus Magnolia crescesse e prosperasse a Gaza

A Palermo c’è un albero, a piazza Marina nella villa Garibaldi, tra l’odore vago di salmastro portato da un vento caldo che non sa di guerra e la luce addolcita dal colore di un mare che lì non si vede, ma si sente come se fosse accanto e di fatto lo è. Dicono che sia l’albero più grande del mondo. Non è tuttavia della sua imponenza che voglio parlare, ma del fatto che, in un certo senso, si tratta di un albero ironico. Sì, avete capito bene: ironico. Esso infatti possiede dei rami che scendono in terra e diventano radici, o forse, sono le radici che sembrano diventare rami. Anche se un botanico mi dirà con sussiego che i rami sono rami e le radici sono radici, mi piace immaginare che il Ficus Magnolia possieda dei rami che sono radici e delle radici che sono dei rami. Inoltre, per come si mostra, esso appare non come un albero solo, ma come un insieme di tronchi che fanno un albero.
Gli schemi saltano, così come le gerarchie fra i suoi componenti e l’ordine che lo caratterizza. Le radici sono rami, i rami sono radici. Il Ficus va verso l’alto a donare foglie, ma poi scende in basso e si rafforza e si moltiplica. E’ la vita che si diversifica, cambia i ruoli, modifica l’ordine, ma mantiene l’unità attraverso l’insieme. Lentamente e silenziosamente. In pace. E’ l’infinita ironia dell’uno che si fa molti e dei molti che si fanno uno.
E’ il grande dilemma della filosofia di Parmenide e di Platone, del grande matematico e filosofo russo Pavel Florenskij, è il mistero biologico e psicologico del sé. L’albero resta un albero e come tale fa le foglie, eppure è molti alberi, molti rami, molte radici e ciascuno di essi ha da raccontare una sua storia particolare. E’ questo l’insieme che mi piace, dove la diversità delle parti non porta alla guerra di tutti contro tutti, non frantuma il tutto, ma anzi lo arricchisce, lo fortifica, lo rafforza. Ciascun membro coopera non perché è costretto, ma perché non potrebbe sviluppare diversamente la propria individualità se non spogliandosi dei propri limiti entro i margini e all’interno di un insieme di eguali. Nietzsche fa dire a lo Zarathustra: “Succede dell’uomo quel che accade all’albero….
Quanto più egli tende all’alto, alla luce, con tanto maggior forza le sue radici tendono verso la terra, in giù, nell’oscurità, nella profondità, nel male”. Ma questo vale per l’albero comune, non per il Ficus Magnolia, il cui senso di profondità non sta nell’oscuro, nel sottoterra, ma nell’aria, sulla terra, con la luce. Esso è visibile anche se non lo vediamo. La sua profondità sta nella superficie. E’ la simultaneità di passato e futuro che non cerca la sopravvivenza, ma una vita buona, che non vuole la guerra, ma desidera la pace. Sarebbe bello se il Ficus Magnolia crescesse e prosperasse a Gaza, a Gerusalemme, a Kiev, a Mosca, a Washington, e forse soprattutto in queste nostre città europee che, diventate cartoline, vivono con il loro falso sé, indifferenti a chi soffre e muore in guerra, in mare e in povertà, feroci nella loro ridicola sicumera tardo colonialista, arroganti nell’essere dispoticche in nome della libertà e della democrazia, incapaci di avere quell’ironia di cui è dotato persino un albero.
Il mio auspicio è che torniamo a esercitare quell’esercizio del dubbio che sa mettere insieme senso critico, ironia e speranza. Buon 2026.
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Prof. Alfonso Maurizio Iacono
Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere
Università di Pisa


