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Quando la ricerca può riservare piacevoli scoperte

La storia delle tre Santa Elisabetta

Santa Elisabetta. Foto di Ignazio Catalano

La ricerca, si sa, è sempre un’attività che può riservare piacevoli scoperte a ogni foglio girato, all’interno di una minuscola nota a piè di pagina, oppure grazie a un innocuo clic sulla tastiera del proprio computer, anche se poi si scopre che l’aver digitato quel tasto ha aperto la porta di una stanza ancora segreta e il cui contenuto è tutto da scoprire e condividere. Ecco quindi che, sulla scia di queste nostre piccole scorribande nei documenti, vi racconteremo due storie, anzi tre.

La prima storia che vi proponiamo riguarda il paese di Santa Elisabetta, piccolo centro della provincia di Agrigento, così chiamato perché stabilito nella licentia populandi che venne concessa dal viceré spagnolo don Giovanni Fernando Pacheco, marchese di Villena, in nome di Filippo II, terzo re di Spagna, il 15 febbraio 1610 a Nicolò Giuseppe Montaperto. É in quel solenne documento, infatti, che va ricercata la particolarità del toponimo, riferibile alla specifica circostanza che il nome fu scelto proprio in onore della moglie dello stesso Montaperto, Elisabetta Valguarnera. Quindi, non c’è stata nessuna principessa araba di nome Elisabetta convertita al cristianesimo dopo aver ricevuto un miracolo: leggenda, quest’ultima (e sia scritto per inciso), accattivante ma assolutamente priva di qualsiasi fondamento storico.

La seconda storia che vi raccontiamo si riferisce, invece, a Colleretto Castelnuovo, altro piccolo Comune italiano (con una popolazione di circa trecento abitanti) che fa però parte della Città Metropolitana di Torino. Nel suo territorio, nel 1707, sulla sommità di un colle allora chiamato Colle di Crosilietto, venne costruito un piccolo santuario, in memoria di alcuni miracoli attentamente documentati in scritti dell’epoca. Successivamente, nel 1796, proprio lì accanto, venne edificata un’altra struttura sacra, ovvero il santuario ancora oggi esistente, dedicato alla Madonna della Visitazione e che al suo interno contiene una pala in cui è raffigurata proprio la visitazione di Maria Santissima a Santa Elisabetta, opera del pittore settecentesco Defendente Peraracino. E proprio una delle due protagoniste della rappresentazione contenuta in quest’ultima opera ha fatto sì che a tutta l’area circostante l’edificio di culto appena citato, fosse assegnato il nome di Santa Elisabetta, toponimo che adesso la caratterizza come frazione dello stesso Comune di Colleretto Castelnuovo.

Fascinazioni a parte, appare dunque chiaro che non esiste alcun legame tra il nome (identico) del paese dell’agrigentino con quello della frazione torinese di cui abbiamo appena scritto: si chiamano sì allo stesso modo, ma per motivi completamente diversi. E su questo siamo tutti d’accordo. Tuttavia, esiste una circostanza molto particolare, un intrigante dettaglio, che sembrerebbe legare questi due centri abitati, che quasi non potrebbero essere geograficamente più lontani, ovvero il fatto che proprio nello stesso Anno Domini 1796, fu ultimata la prima chiesa (la Matrice, dedicata a Santo Stefano Protomartire) anche nella Santa Elisabetta agrigentina. Se ne potrebbe ipotizzare, quindi, un suggestivo collegamento? Forse le nebbie del passato potrebbero nascondere qualche legame tra le due “omonime” comunità? Ovviamente, la risposta è negativa: nessun rapporto tra i due eventi, frutto, invece, solo di una curiosa – ma certamente intrigante – coincidenza cronologica.

Ma vi avevamo promesso tre storie, quindi eccovi la terza, quella di un’altra frazione, anch’essa denominata Santa Elisabetta ma appartenente al Comune di Caspoggio (poco più di milletrecento abitanti), in provincia di Sondrio, territorio della Valmalenco, nell’Alta Valtellina vicinissima al confine svizzero. Qui, a oltre mille metri d’altitudine, quando nel 1816 Caspoggio divenne Comune autonomo, fu ufficializzata l’esistenza di otto contrade, che in seguito divennero frazioni, tra le quali vi era quella di Pantanaccio, località dove tra il 1719 e il 1721 fu edificata la chiesa di Santa Elisabetta, struttura avente due caratteristiche architettoniche uniche nel circondario, ovvero la forma pentagonale dell’abside e una inedita pianta a L del campanile. E fu proprio dopo la costruzione della suddetta chiesa che quel fazzoletto di Valtellina cominciò a essere chiamato Santa Elisabetta, proprio come avvenne all’omonima frazione di Colleretto Castelnuovo. Ma le coincidenze non finiscono qui, perché, esattamente come nella chiesa in provincia di Torino, anche in quella valtellinese esiste un affresco raffigurante l’incontro tra Maria ed Elisabetta (la Visitazione), databile ai primi del ‘700 ma di autore sconosciuto, opera pittorica che ha certamente fatto sì che il nome dell’intero territorio dell’antica contrada Pantanaccio fosse dedicato alla santa madre del Battista.

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