La verità come gesto rivoluzionario nelle piccole comunità

Ho riletto il pezzo natalizio di Carmelo Arnone, pubblicato su Grotte. Info, che mette a confronto ipocrisia e autenticità. L’ho riletto con calma, lasciando che le parole sedimentassero, e mi sono accorto che ciò che colpisce non è soltanto il contenuto, ma il metodo. Un modo di fare giornalismo che, dentro una piccola comunità, assume un valore quasi sovversivo rispetto alle consuetudini della “rispettabilità” che da sempre la governano.
Nelle comunità piccole tutto è più vicino, più esposto, più delicato. Le relazioni si intrecciano, i ruoli si sovrappongono, il silenzio diventa spesso una forma di sopravvivenza, utile a conservare uno status di rispettabilità. Per questo dire la verità non è mai un atto neutro: rompe equilibri, disturba abitudini, mette in crisi narrazioni comode. È più facile aderire a un linguaggio condiviso, ripetere ciò che non offende, proteggere le apparenze, magari poi sparlandone dietro, talvolta per invidia o solo per il piacere di farlo. Più facile, ma non è educativo, perché appunto ipocrita.
Viviamo in un tempo che premia l’apparenza più della sostanza, il rumore più del pensiero, l’adesione acritica più della ricerca. In questo contesto, educare alla verità – come fanno benissimo, con i rispettivi stili e tagli editoriali grotte.info e Malgradotutto – è un gesto profondamente rivoluzionario. Non perché pretenda di possederla, la verità, ma perché rifiuta di addomesticarla. Perché sceglie di porre domande invece di distribuire certezze, di disturbare invece di tranquillizzare.
iL Giornale Malgradotutto ha avuto il merito ed il coraggio di prendere posizione contro la violenza e per la legalità quando a Racalmuto si sparava per strada contro ogni persona sospetta di appartenenza ad altro clan. C’è una metafora antica che torna inevitabile: quella della caverna. Restare al riparo, al caldo delle ombre condivise, è rassicurante. Uscire, esporsi alla luce, è faticoso e talvolta doloroso. Educare alla verità significa proprio questo: non insegnare a stare comodi nella caverna, ma formare occhi capaci di reggere la luce. È un’educazione che non promette consenso, ma crescita. Non applausi, ma responsabilità.
La verità, infatti, è potente, ma non è mai neutra. Ha conseguenze. Chiede di prendere posizione, di assumersi il peso delle parole, di accettare il confronto senza trasformarlo in conflitto. Per questo ha bisogno di coraggio. Ma il coraggio da solo non basta. Ha bisogno di educazione: di strumenti critici, di linguaggio preciso, di contesti che aiutino a comprendere la complessità senza semplificarla in slogan. E soprattutto ha bisogno di adulti e giovani credibili. Persone che non si limitino a invocare la verità come valore astratto, ma che la pratichino anche quando è scomoda, anche quando costa. In una comunità, il giornalismo può svolgere proprio questa funzione: non quella del tribunale morale, ma quella dello spazio pubblico in cui la realtà viene chiamata per nome.
Solo così la verità può diventare forza di trasformazione e non semplice parola d’ordine. Così è stato wyanfk l’unica vice contro la mafia era questo giornale retto da giovani coraggiosi e da un direttore con la schiena dritta. Solo così può aiutare, soprattutto in questi momenti per la Sicilia, con la scoperta (per la verità già conosciuta da tempo) di gravi strumentalizzazioni del consenso, a non confondere il consenso con il bene, la visibilità con il valore, l’abitudine (sì proprio quella della pratica clientelare) con la giustizia. In tempi in cui tutto sembra scorrere veloce e superficiale, scegliere la profondità è un atto controcorrente. Ed è forse questo il regalo più autentico che un giornale possa fare alla propria comunità: non proteggere le ombre, ma avere il coraggio di accendere una luce. Anche quando abbaglia. Anche quando divide. Perché senza quella luce, nessun cambiamento reale è possibile.
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Salvatore Filippo Vitello
Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma


