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Racalmuto, quando i ragazzi bussano al Comune

Memorie di proteste scolastiche di ieri e di oggi 

Giovanni Salvo

C’è una scena che negli ultimi giorni è tornata con forza nella memoria di molti: quella dei ragazzi della scuola media di Racalmuto che, infreddoliti e decisi, hanno lasciato le loro aule senza riscaldamento e si sono diretti al Comune per protestare. Un gesto semplice, spontaneo, ma carico di significato. Sono entrati negli uffici municipali con il passo convinto di chi sa di avere ragione e, dopo qualche attesa, sono stati ricevuti dal Sindaco nel suo ufficio di gabinetto.

Il primo cittadino ha provato a spiegare le ragioni dell’inconveniente: ritardi tecnici, micro perdite, guasti elettrici, questioni in sospeso. Lo ha fatto con toni pacati, paterni, ma non è riuscito a nascondere del tutto un’ombra di fastidio, forse per la situazione, forse per l’incalzare di qualche domanda. Poichè uno dei ragazzi, probabilmente il più coraggioso del gruppo, ha rotto il silenzio diventato improvvisamente pesante: «E la palestra allora? Perché da tempo nessuno pensa a ripararla?»

Quella domanda, semplice e diretta, ha colpito nel segno, smontando in un attimo le rassicurazioni e riportando al centro il tema di sempre: l’attenzione, o la disattenzione, verso la scuola.

Quella scena, però, non è nuova. È come un’eco lontana di un’altra protesta, quella di molti anni fa, quando erano altri ragazzi a scendere in piazza per difendere il loro diritto al calore, alla dignità, alla normalità.

Allora, noi ragazzi di un’altra generazione, ci spingemmo persino oltre, a lanciare delle uova contro il prospetto del Comune fu il modo ingenuo e incosciente che trovammo per farci ascoltare. E funzionò, così una delegazione fu ricevuta dal sindaco dell’epoca, un noto avvocato, uomo di eloquio robusto e autorità naturale.

La sua stanza era elegante, solenne, e soprattutto calda. Calda per via della stufa che il sindaco teneva sotto la scrivania, un piccolo lusso che, in quel momento di protesta per il gelo nelle aule, sembrava quasi una provocazione. Lui parlava a lungo e con grande sicurezza, forse convinto che con il peso delle sue parole avrebbe placato ogni malumore.

Ma a un certo punto, proprio come è accaduto ai ragazzi di oggi, uno della nostra delegazione decise di dire ciò che tutti pensavamo. Lo fece con la semplicità disarmante dei dodici, tredici anni: «Scusi… allora perché non ci dà la sua stufetta?» Fu come gettare un fiammifero acceso in una stanza piena di gas. L’avvocato-sindaco s’infuriò, perse la calma, si alzò quasi di scatto. Noi, invece, trattenemmo a stento un sorriso timoroso: sapevamo che quel compagno aveva centrato il punto.

Quel ragazzo infreddolito, lo ricordo bene, si chiamava Gaetano Savatteri. All’epoca nessuno immaginava che sarebbe diventato uno degli scrittori più apprezzati d’Italia, ma forse in quella frase c’era già tutto: l’ironia, il coraggio, la capacità di vedere ciò che gli altri non notano o fingono di non vedere. E così, rivedendo i giovani di oggi bussare alle porte del Comune, è impossibile non pensare che certe battaglie, certe domande e certe fiammelle di coraggio si ripresentano di generazione in generazione. È la scuola che reclama attenzione. Sono i ragazzi che chiedono semplicemente di essere ascoltati. E, a volte, basta la voce di uno solo, il più freddo, o il più coraggioso, per accendere il fuoco del cambiamento.

 

 

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