Le riflessioni di Salvatore Filippo Vitello, Avvocato generale presso la Corte d’Appello di Roma sulla Giustizia e sul dibattitto in corso sulla riforma

L’argomento principale del main stream sulla giustizia è incentrato sul referendum confermativo della legge costituzionale che istituisce due CSM, uno per i giuduci ed uno per il pubblico ministero, sulla nomina dei componenti dei due organi tramite sorteggio e sull’istituzione dell’alta corte per giudicare degli illeciti disciplinari dei soli magistrati ordinari (l’assetto dei procedimenti disciplinari per i magistrati amministrativi contabili e militari rimane invariato). Se la giustizia ha al centro la persona, allora non può ridursi a un mero meccanismo di imputazione e risposta, né tantomeno a un apparato autoreferenziale di garanzie interne alla magistratura. Il dibattito istituzionale — come quello odierno sul doppio CSM, sul sorteggio dei componenti o sulle Corti disciplinari — rischia di diventare tecnicismo se non è sorretto da una visione unitaria del ruolo di chi amministra la giustizia. Occorre dunque allargare lo sguardo.
Giudici e pubblici ministeri: un’unica cultura della giurisdizione
La distinzione dei ruoli non può trasformarsi in una differenza di cultura. Giudici e pubblici ministeri condividono un’unica responsabilità: dare forma alla giustizia come servizio alla persona e alla società. L’agire del magistrato — in qualunque funzione — non può ridursi a una tecnica. Implica un habitus, una disposizione dell’animo: capacità di ascolto, competenza ermeneutica, intelligenza del dolore umano. La giurisdizione non è un mestiere come gli altri: è un ufficio della Repubblica che opera con parole che possono liberare o ferire, aprire strade o chiuderle per sempre. Ecco perché formazione, sensibilità etica e consapevolezza della complessità antropologica devono essere comuni: perché comune è la radice del potere che esercitano.
La responsabilità di decidere: il momento tragico della giurisdizione
In ogni decisione giudiziaria è presente un momento tragico: la consapevolezza che nessuna sentenza è mai neutra. Pronunciare il diritto significa sempre entrare in una storia concreta, fatta di fragilità, limiti, contesti sociali, ferite morali. Il diritto positivo non esaurisce il compito del decidere; lo orienta, ma non lo sostituisce. La giustizia, per realizzarsi, ha bisogno dell’interpretazione: e interpretare significa comprendere l’uomo, non solo la norma. Questa dimensione tragica — che esige prudenza, umiltà, capacità di dubitare — è ciò che davvero impedisce alla giurisdizione di irrigidirsi in automatismo e alla pena di scivolare in retribuzione pura.
Rieducazione e reinserimento: non obiettivi complementari ma costitutivi
Nella prospettiva rosminiana, la persona umana è il diritto sussistente. Non un soggetto astratto, non una funzione sociale, ma un valore ontologico: ogni individuo porta in sé un diritto che non può essere alienato, neppure dal suo stesso errore. Da qui discende una visione della giustizia che unisce verità e compassione, rigore e umanità. Perché — lo ricorda la tradizione biblica — divagare significa errare: quando ci allontaniamo dalla verità dell’uomo, anche la giustizia smarrisce il suo nucleo.
La Bibbia, codice fondativo della cultura occidentale, offre scene archetipiche che continuano a parlarci. Tra queste, il drammatico incontro tra Caino e Abele: il primo delitto, la prima vittima, il primo interrogativo sul senso della pena. Siamo immediatamente portati a schierarci dalla parte di Abele, dell’innocente colpito. Ma la rivelazione ci conduce oltre: noi dobbiamo imparare a stare anche dalla parte di Caino. Perché è Caino, il fratricida, a pronunciare parole che sono il grido di ogni colpevole: «Troppo grande è la mia colpa perché io possa ottenere perdono». Eppure — sorprendentemente — Dio gli impone un segno non per punirlo ulteriormente, ma perché nessuno lo colpisca.
Giustizia non è vendetta
Qui si chiarisce un punto essenziale: non esiste un “diritto alla pena” intesa come vendetta. Dio stesso lo afferma attraverso il profeta Ezechiele: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio? (…) Io non gioisco della morte di chi muore». La giustizia divina è sempre orientata alla salvezza. E se la pena ha un significato, è proprio questo: ristabilire il senso, non cancellare la persona. Beccaria, secoli dopo, lo ha espresso con lucidità insuperata: «Parmi un assurdo che le leggi, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse stesse». Summum ius, summa iniuria: l’esasperazione della giustizia può produrre ingiustizia. E la storia ce ne ha dato prove innumerevoli.
Il carcere come specchio della società
Due voci, distanti nel tempo e nello spazio, risuonano come ammonimenti. Nelson Mandela, che trascorse trent’anni in carcere, ha affermato che non si conosce veramente una nazione finché non si è stati nelle sue prigioni. Le carceri sono lo specchio più autentico della civiltà di un popolo: lì si misura se la giustizia è anche umanità o se diventa pura amministrazione del dolore. Dostoevskij, condannato a morte e graziato in extremis, mentre saliva sul patinolo, in Delitto e castigo, lo aveva intuito: «Non conoscono la pietà: conoscono solo la giustizia, ed è per questo che sono ingiusti». Quando la giustizia perde la pietà, diventa strumento di sofferenza, non di redenzione.
La pena come attraversamento del dolore
Il diritto penale coinvolge inevitabilmente il tema del dolore. Lo fa tanto più intensamente quando entra in gioco un minore: qui la ferita non è solo sociale, ma antropologica. Il dolore non può essere espulso né ignorato; deve essere assunto, compreso, elaborato. Perché — e questa è una delle verità più difficili da accettare — l’uomo del delitto non è più lo stesso dell’uomo della pena. Il tempo, la riflessione, il pentimento trasformano. La dignità resta. Per questo le moderne commissioni per la verità e la riconciliazione, nate in paesi segnati da conflitti e violenze sistemiche, hanno compreso che la giustizia autentica non è quella che infligge soltanto, ma quella che permette la ricostruzione: delle vittime, dei colpevoli, della comunità.
Giustizia come liberazione
La certezza della pena non significa durezza, ma affidabilità del sistema: sapere che ogni atto avrà una risposta proporzionata, non arbitraria, orientata alla reintegrazione. La giustizia, allora, non è annientamento della speranza, ma il contrario: è liberazione. È ricordare, sempre, la persona — anche quando quella persona ha ferito, tradito, distrutto. In questo senso risuonano le parole evangeliche: «Beati gli affamati e assetati di giustizia». Non di vendetta, ma di quella giustizia che restituisce dignità, che cura la ferita, che non dimentica nessuno: né Abele, né Caino.
Si tratta di riflessioni che richiamano ad una cultura comune, che impegna, nella medesima maniera, giudici e pubblici ministeri, entrambi chiamati ad esprimere, pur nella diversità dei ruoli, quell’umanesimo integrale che trova nella giustizia il suo epicentro.
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Salvatore Filippo Vitello
Avvocato generale presso la Corte d’Appello di Roma


