L’eredita morale di Andrea Camilleri. Ricordi e riflessioni di Gaetano Savatteri.

C’è un mistero irrisolto. Mi sono sempre chiesto come fosse possibile che nella provincia di Agrigento, la più povera di Sicilia, ultima nelle classifiche del reddito pro capite e della vivibilità, prima in quelle della disoccupazione e della carenza di servizi, siano nati tre grandi scrittori: Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri.
Una volta l’ho chiesto a Camilleri, per sciogliere l’enigma. Andrea tirò una boccata di fumo dalla sigaretta, socchiuse gli occhi e disse: “Perché scrivere non costa niente”.
In realtà, quella provincia era un luogo di osservazione privilegiato per uno scrittore, un contenitore di storie estreme, perché estrema era la condizione di vita nei paesi del lembo meridionale di Sicilia. Ma Andrea, con la sua solita ironia, aveva tagliato con un colpo di cesoia il cuore della questione. Il capitale iniziale di uno scrittore della provincia di Agrigento non potevano essere i soldi, la posizione, le relazioni sociali, ma un talento da tirar fuori da se stesso. Scrivere non costa niente, è vero, ma ha di bisogno di attenzione, di letture solitarie, di ricerca e di tensione.
Forse per questo la scrittura dei tre agrigentini – soprattutto di Andrea Camilleri – è stata tardiva, è sbocciata con la piena maturità. È come se quelle storie respirate, trasfigurate nel ricordo, ascoltate per bocca di qualcuno, cercassero il tempo per essere raccontate. Andrea Camilleri lo ha fatto con la sua potente macchina di fabbricatore di narrazioni, una fucina di fantasia e immaginazione che riusciva a partire da un documento, da una notizia, da una suggestione e diventava opera letteraria, ambientata nel passato o nel presente di una Vigàta che racchiudeva l’intera Sicilia anche se aveva il suo nucleo pulsante nella Porto Empedocle della giovinezza di Andrea.
Da quando Andrea non c’è più, è scattata l’ora dei ricordi personali e affettuosi, degli aneddoti, degli episodi. Ma quello che resta di Camilleri, al di là dell’uomo generoso e magnanimo che è sempre stato, è l’opera di Andrea. Un affresco potente che ha cambiato per sempre la raffigurazione della Sicilia, inventando una lingua irripetibile. Un dialetto non-dialetto, una lingua artistica e letteraria che ricade sotto la dizione di “camillerese”. Una lingua che ha conquistato i lettori, ma ha fatto alzare il sopracciglio – almeno nella fase iniziale – a molti accademici e scrittori autorevoli. Perfino Leonardo Sciascia accettava di malavoglia quel linguaggio così infarcito a arricchito di termini dialettali, convinto invece che gli scrittori siciliani dovessero sfoggiare un italiano pulitissimo per poter parlare a tutti, per uscire dal provincialismo, per avere “polmoni larghi”. Anche a costo di scrivere per traduzione: pensare in siciliano e scrivere in italiano.



