Cinquant’anni dopo la notte di Ostia, Pier Paolo Pasolini è ancora un enigma irrisolto della cultura italiana. La sua modernità e la sua solitudine

Cinquant’anni dopo la notte di Ostia, Pier Paolo Pasolini è ancora un enigma irrisolto della cultura italiana. La sua violenta uccisione fu un evento senza ritorno: l’ultimo capitolo di una biografia intellettuale trattata come uno scandalo, come una testimonianza, come una necessità di dire la verità in un paese che vuole solo dimenticarla anche se ogni generazione si sente chiamata a tornare a Pasolini, come se tornasse a una cicatrice che è tutt’ora aperta.
Non ha smesso di reagire al tempo che passa il suo corpo di parole e immagini: muta con noi, interroga ciò che siamo diventati, svela la distanza tra le promesse del progresso e la realtà delle nostre vite. Forse anche perché Pasolini non è mai diventato un classico pacificato e proprio per questo non finisce di parlare a noi.
Poeta, romanziere, regista, saggista, giornalista: in ciascun campo la sua opera è stata alimentata dalla stessa urgenza morale, dal bisogno di guardare il mondo con gli stessi occhi “sporchi di vita”. La sua lingua passa attraverso la cronaca e la profezia, la tenerezza e l’invettiva, la nostalgia e la rabbia.
Tutti questi versi e film, lettere e articoli corsari, ma anche polemiche televisive e boicottaggi, lasciano una traccia: questa traccia non appartiene al passato perduto dell’Italia, ma a un passato nel quale riusciamo a riconoscere e conoscere il nostro presente, per quanto inquieto.
L’origine morale di questo passato risiede nell’aver seguito Pasolini, nell’aver capito con sgomento la caratteristica del nuovo potere, che aveva scorto, con un tempo di anticipo che nemmeno lui poteva immaginare, quel capitalismo che si trasformava in cultura, come desiderio, come disumano e non controllabile; infatti, il vero fascismo, oggi, non è altro che il consumismo.
Non più il dominio della violenza, ma quello del consenso; non più la repressione, ma la seduzione. Ecco la modernità di Pasolini e la sua solitudine. La sua nostalgia per un mondo contadino, per le borgate, per le culture popolari non era un sentimentalismo reazionario, ma il rimpianto per una vitalità autentica, per un rapporto concreto con la realtà e con la parola.
Pasolini notò, in pochi anni, la scomparsa delle differenze tra le classi sociali, tra i dialetti e le culture — non come una conquista di uguaglianza, ma come una perdita di identità.
In quel ‘nuovo italiano della classe media’ che stava nascendo negli anni ’60, vide la fine dell’uomo come essere storico.
Rivalutare Pasolini oggi significa contemplare un pensiero che non fornisce una risposta ma una domanda. Nulla è più lontano dal suo spirito della semplificazione ideologica: coesistono in lui l’amore per l’ultimo e il disprezzo per la classe media, la religiosità e la bestemmia, la purezza e la colpa.
Il suo sguardo non si chiude mai in una tesi, ma rimane aperto, contraddittorio e umano. Cinquant’anni dopo, Pasolini rimane ancora un autore necessario perché continua a turbare. È la voce che interrompe il discorso, che mina la certezza e che non consente compiacimento. La forma più forte del suo lascito vivente è l’atto di radicale non appartenenza, di marginalità, di pronunciare l’indicibile.
Nel nostro mondo dominato dalle immagini e iper-comunicante, il suo silenzio — sia il silenzio della sua morte che il silenzio del vuoto che ci circonda — parla più forte.
Pasolini ci ricorda che la cultura non è un ornamento, ma una forma di resistenza; che la parola può ancora essere un atto di verità, se ha il coraggio di esporsi.
Non lo abbiamo mai davvero compreso, e forse non dobbiamo. Alcuni autori non si spiegano: si attraversano, si portano dentro come un’inquietudine necessaria.
Pasolini, a mezzo secolo dalla sua scomparsa, resta questo: una coscienza viva e dolorosa, una ferita che continua a parlare, un poeta che non ha smesso di guardarci negli occhi.
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Maurizio Masone
Presidente Centro Culturale “Pier Paolo Pasolini” Agrigento


