Sphairos, incontri filosofici nei luoghi di Empedocle. L’intervento di Giovanni Taglialavoro. “La cultura, la filosofia, l’arte, non come un di più, ma come condizione per sperare in un ricominciamento”.

Autorità, cari concittadini, è con grande emozione che porgo il mio saluto a voi nel giorno inaugurale di Sphairos.
Si riavvia oggi un progetto nato più di 30 anni fa e realizzato per la prima volta nel 1996 quando ancora la filosofia era appannaggio esclusivo dei licei e delle università. Allora sembrò una stravaganza, e fu abbandonato. Poi, negli anni successivi, molte altre città avrebbero organizzato festival e rassegne di natura filosofica.
Quando l’on Nenè Mangiacavallo, nella fase di elaborazione del dossier per candidare la nostra città a capitale italiana della cultura, mi chiese di dare un contributo di idee, ho pensato di riproporlo insieme ad un altro intitolato ‘Odissea della Parola’, sull’arte oratoria e la sua evoluzione nel corso dei secoli.
I due progetti sono stati inseriti nei 44 che hanno fatto vincere il titolo di capitale della cultura ad Agrigento. Sphairos oggi inizia, Odissea della parola no ci proverà un’altra volta.
Per noi organizzare incontri culturali ad Agrigento non equivale ad offrire un set, un luogo, magari nell’area del Parco, per prodotti pensati e confezionati altrove, ma, al contrario, richiede una capacità di connessione col ‘genius loci’ e il coinvolgimento delle energie e talenti locali. E a proposito del ‘genius loci’ già Cicerone, che frequentò la Sicilia e Agrigentum in modo non superficiale, ebbe a scrivere che i Siciliani sono persone ‘acute e sospettose nate per le controversie’, un tratto identitario che si protrae fino ai nostri giorni e che ha trovato in alcuni personaggi pirandelliani espressioni sublimi, penso a zi Dima e a don Lollo della Giara, non pura invenzione artistica, ma calchi letterari di persone reali, capaci di spaccare in quattro un capello e a non accontentarsi mai delle apparenze.
Un filosofare spontaneo, rilevato anche da Gramsci quando, recensendo Liolà, osserva che il pirandellismo è giustificato da modi di pensare storicamente popolari e popolareschi, dialettali. (Isuoi personaggi) non sono intellettuali travestiti da popolani, o popolani che pensano da intellettuali, ma reali popolani siciliani che pensano e operano così, proprio perché sono popolani e siciliani”. Insomma la filosofia e la disputa hanno nella nostra storia e nel nostro senso comune radici profonde.
Sphairos ha l’ambizione di collegarsi con questo modo profondo e consolidato di essere e lo fa nei luoghi moderni della città non per schiacciarsi su di esso, ma per alimentare un confronto e uno scambio tra senso comune e riflessione culturale.
C’è infatti un’insidia in questa filosofia spontanea: nel dialettizzare la realtà, nel diffidare di ogni apparenza, si può finire col negare consistenza ad ogni valore ideale, naturalizzando la realtà storica data.
Se ne accorse Sciascia quando scrisse che “per ragioni storiche, i Siciliani non credono nelle idee, anzi mancano di progettualità; non credono che si possa cambiare e non credono che il mondo possa essere diverso da come è stato”.
Il proverbio siciliano suona ‘munnu è e munnu ha statu’. Leonardo Sciascia cercherà di recuperare una capacità della ragione di illuminare il senso delle cose e del nostro agire, pervenendo alla sconsolata conclusione della sua impossibilità.
L’astuzia della ragione, come è noto, si intrufola spesso nel negativo per far emergere il nuovo e spostare tutto su un terreno di riflessione più avanzato.
Agrigento può proporsi come luogo di ripensamento dei miti della modernità, dei rapporti tra nord e sud, tra opulenza e miseria, tra l’uno e i molti perché qui risultano evidentissimi i guasti di una cattiva modernità, di una modernità calata dall’alto e soprattutto modulata sui consumi piuttosto che sulle capacità diautorganizzazione, una modernità subalterna, che ha richiesto la negazione delle radici.
I segni drammatici di questo processo sono rintracciabili ovunque, ma non sempre riconosciuti: dalle forme urbane, ai paesaggi rurali; dallo stravolgimento delle coste e dei paesini costieri alle confuse coscienze giovanili che scimmiottano atteggiamenti ‘moderni’ senza averne interiorizzato i codici.
Da qui può partire una spinta a riflettere sul rapporto problematico tra tradizione e futuro, da qui può avviarsi la ricerca di un nuovo paradigma sociale in cui risulti centrale la produzione e fruizione consapevole della cultura.
Invoco la copertura di Cicerone per quello che tra poco dirò. Cicerone ha scritto che “Per quanto le cose vadano male, ai Siciliani non manca mai l’opportunità di uscirsene in qualche battuta spiritosa”.
Dunque mi sia consentito di sostenere che in Sicilia è giusto affermare ‘Primum philosophari deinde vivere” proprio così, l’aforisma va rovesciato, credo che nelle condizioni in cui siamo si può tornare a vivere soltanto filosofando.
Prendiamo l’esempio di Andrea Camilleri. E riuscito coi suoi libri, con la cultura, a proporre e far trionfare un nuovo modello di Sicilia dove la bellezza è nei luoghi, nella legge che si fa valere per quanto dopo tortuosi percorsi, nella piacevolezza del bel vivere, nell’empatia verso i fragili. E tutto questo senza camuffamenti modernisti né nostalgie folkloriche. E come questa nuova Sicilia abbia favorito sviluppo e ricchezza è noto a tutti. La cultura, la filosofia, l’arte, non come un di più, ma come condizione per sperare in un ricominciamento.
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Giovanni Taglialavoro
Autore Rai, scrittore, giornalista, direttore artistico di Sphairos



