Fondato a Racalmuto nel 1980

“La lontananza è una patria comune”

“Scrivo di lontananza perché è materia che conosco. È l’elemento costitutivo della fotografia”. Gente di Fotografia, l’editoriale di Franco Calisi

Franco Carlisi

C’è un punto, nella traiettoria di ogni esistenza, in cui la direzione perde significato. Non importa più da dove si è partiti. Non importa il nome del porto, la lingua d’origine, la forma della valigia, né la stagione dell’addio. Tutti salpiamo, prima o poi. Chi da un luogo reale, chi da uno stato d’animo. Chi fugge dalla guerra, chi dall’inerzia. Chi parte per cercare, chi per non dover più trovare. Ma, la lontananza che ne deriva è la stessa. Una linea sottile – quasi impercettibile – separa ciò che è vicino da ciò che è lontano. Eppure, questa linea governa la nostra vita

La lontananza non è solo una misura dello spazio. È misura del tempo. È la forma che prende il vuoto quando ciò che amiamo si allontana, quando un volto diventa ricordo, quando un luogo si trasforma in assenza.

La lontananza è una condizione dell’essere; si insinua nella nostra esistenza, ma non ha misura esatta: può abitare mille chilometri o un solo sguardo mancato. È una tensione, una fessura tra ciò che eravamo e ciò che non siamo ancora. In altre parole, la lontananza è la frattura che si apre tra due esperienze, tra due coscienze, tra due tempi della vita. È uno spazio in cui entriamo e che ci abita, anche quando non lo vogliamo.

Mio padre ricordava il rumore dei bombardamenti nella Seconda Guerra Mondiale. Io ricordo il silenzio con cui me lo raccontava. Ognuno eredita anche la lontananza dell’altro, trasformandola in una vicinanza che non ha mai chiesto.

C’è qualcosa di profondamente umano nell’andare via. Lasciare, perdersi, spostarsi, ritrovarsi. Il migrante, l’esiliato, l’innamorato, il figlio che parte, il vecchio che ricorda: tutti viviamo dentro questa geografia invisibile della separazione.

Le rotte sono molteplici e divergenti. Alcuni vengono dal mare. Altri da una stanza vuota. Altri ancora da un ricordo che ha smesso di rispondere. Ma nonostante i percorsi differenti, l’approdo è unico. E ciò che vi si scopre è una verità essenziale: la lontananza è una patria comune. Non perché ci unifica nelle radici, ma perché ci accomuna nell’esperienza: quella di sentirsi fuori luogo, fuori tempo, fuori fuoco. Un’esperienza che non livella le differenze, ma le mette in relazione.

L’approdo ci rende uguali. Anche se non ci si sente mai del tutto a casa. I linguaggi si mescolano. I racconti si assomigliano. Non ci si chiede più da dove vieni, ma quanto hai perso per arrivare fin qui.
E la perdita, così, si fa misura condivisa di una fragilità da cui nasce una forma inedita di uguaglianza. In questo luogo liminale, la lontananza smette di essere un fatto individuale. Diventa una pelle che tutti indossano, pur senza accorgersene.

Nell’estate dei miei sedici anni avevo un’idea ingenua della vita e nessun sospetto su come il tempo ti allontani da tutto. Non ricordo il giorno esatto in cui l’ho incontrata. In Sicilia, in agosto, i giorni si assomigliano tutti: il caldo schiaccia le ore, il tempo si piega su se stesso.

Fotografavo i vicoli, le barche sverniciate, i manifesti strappati, i vecchi al circolo dei minatori che urlavano al televisore. Lei apparve in mezzo a tutto questo, come se fosse uscita da una fotografia da troppo tempo cercata. Non era solo bella, era luminosa, e io non trovai altro modo di avvicinarmi se non guardandola attraverso il mirino. Lei non si ritrasse e sorrise.

Ci conoscemmo così, in maniera goffa, come ci si conosce a quell’età: io che balbettavo qualcosa sul sole troppo forte, lei che rideva senza darmi troppo peso.

Sandali consunti e pelle chiara che il sole mordeva senza fatica; era in vacanza con la madre e un padre vecchio stampo, della cui gelosia si curava appena.

Le scattai foto ovunque, come un ossesso. Le foto erano la mia scusa per non lasciarla mai. Lei rideva, si spogliava, mi baciava. Non parlavamo mai del futuro. A dire il vero, non parlavamo quasi di niente. Eravamo prigionieri del presente, e il presente ci bastava.
Ci cercavamo continuamente con i corpi. Notti di sudore e zanzare, carezze riparate da una stalla in disuso per paura di essere scoperti. Io, che credevo di avere il controllo, ero un apprendista impacciato del desiderio. Lei invece sapeva guidarmi con una naturalezza che mi umiliava e mi esaltava insieme. Ogni scatto che le facevo era una supplica erotica, un erotismo che si lasciava tradurre in immagine, come se il desiderio potesse posarsi sulla pelle e restituirne un’impronta visibile.

Il desiderio che animava lo sguardo fotografico e quello sessuale erano per me la stessa cosa. Entrambi nascevano dall’attrazione verso ciò che si offre come altro, come ciò che non ci appartiene ancora. Entrambi erano forme di desiderio che vivevano della frustrazione, della consapevolezza che non si può colmare la distanza con ciò che sta fuori di noi.

L’eros infatti è tensione verso ciò che non si può avere del tutto: un amante può stringere il corpo dell’altro, ma non fondervisi né appropriarsene interamente. Allo stesso modo, la fotografia esprime la tensione verso ciò che si vuole avvicinare, trattenere, custodire, ma che resta inaccessibile se non come immagine. L’unione carnale non cancella mai l’alterità, così come l’immagine non sostituisce la vita che scorre oltre il fotogramma.

Poi arrivò la partenza. Ci baciammo senza parole, con la disperazione imbarazzata di chi non sa ancora che cosa significhi perdere qualcuno. Nessun dramma, nessuna promessa: solo la semplicità brutale delle cose che finiscono. Per qualche settimana avevo creduto in quella storia d’amore nonostante la fragilità della trama. Mi rimase un fascio di fotografie, una collezione di assenze che non ho mai imparato a chiamare ricordi. Ogni fotografia era una sottrazione. L’esperienza vissuta era privata del suo respiro, della sua continuità, della sua presenza fisica.

L’intimità più radicale, una volta fotografata, diventava estranea: l’immagine rendeva remoto ciò che era vicino, irraggiungibile ciò che era stato posseduto. La trasposizione fotografica del mio desiderio era già distanza: l’incapacità di ridarmi il calore di quella voce, il peso leggero di quel corpo sopra il mio. La lontananza era già scritta in ogni fotografia che le avevo scattato. Una lontananza che nasceva proprio nella vicinanza.

Quelle fotografie furono la prima rivelazione che la distanza abita ogni immagine. È da lì che ho compreso come la fotografia non sia mai pura prossimità, ma sempre sospensione, lontananza che si scrive sul visibile.

Scrivo di lontananza, dunque, perché è materia che conosco. È l’elemento costitutivo della fotografia, come dell’esistenza. In ogni fotografia la lontananza viene indagata come spazio, come tempo che scorre, come memoria che insiste, come linguaggio che divide e unisce, come territorio emotivo segnato dalle migrazioni, dai ritorni mancati, dagli sradicamenti volontari o subiti.

Scattare una fotografia, insomma, può sembrare un gesto di prossimità, mentre presuppone un arretramento rispetto al reale, una presa di distanza. Non soltanto perché ogni immagine riporta un punto di vista – un’inquadratura che separa il campo dal fuori-campo – ma perché l’atto stesso dello scattare interrompe l’urgenza del vivere, sospende l’esperienza del fotografo, introducendo un margine, un intervallo. Nel gesto fotografico si istituisce una soglia: il diaframma non è soltanto un meccanismo ottico, ma anche relazionale. L’obiettivo fissa ciò che è “là”, rendendolo improvvisamente al di là. Altro. L’oggetto fotografato smette di essere esperienza e diventa documento, memoria, oggetto estetico e segna una distanza ulteriore dallo sguardo del fotografo. Questa lontananza non è un accidente: è il presupposto. L’io che guarda e ciò che viene guardato, separati da una distanza che non si colma mai. Senza lontananza non c’è inquadratura, senza scarto non esiste racconto. Ma se la fotografia sembra dissipare l’unicità dell’esperienza del fotografo, in questa perdita, essa guadagna una nuova forma di prossimità con lo spettatore. In un’immagine di guerra, ad esempio, mentre il fotografo arretra per non farsi travolgere, noi ci avviciniamo: siamo chiamati a guardare la paura, la distruzione, la perdita.

La fotografia ci mostra dunque, quanto vicinanza e lontananza siano due facce della stessa esperienza. Questa oscillazione continua tra lontananza e vicinanza riguarda tutte le esperienze del nostro quotidiano.

Nel mondo contemporaneo, la lontananza infatti non è solo una metafora, non riguarda soltanto la memoria individuale o la relazione fra fotografo e soggetto: essa diventa anche categoria politica, linguaggio con cui i poteri amministrano ciò che ci tocca e ciò che ci è sottratto.

Prendiamo le guerre. La lontananza è un costrutto politico.
Guerre vicine ai nostri interessi economici vengono presentate con immagini forti, con storie personali, con un linguaggio che sollecita l’empatia. Guerre che non rientrano nella sfera dei nostri interessi vengono ridotte a una rappresentazione rapida che ci permette di consumare la tragedia come fosse un aggiornamento meteorologico.

Vediamo immagini, scorriamo notizie, leggiamo le cifre dei morti. Ogni numero è un abisso, eppure resta un numero, un’astrazione che ci protegge. La lontananza diventa anestesia. Ma poi accade qualcosa. Un’immagine scavalca la barriera delle cifre e ci trafigge. All’improvviso la guerra non è più lontana: è qui, nel nostro stesso corpo. Il dolore degli altri, anche se lontano nel tempo o nello spazio, ci raggiunge comunque. Ma non interamente, mai del tutto, mai abbastanza da incrinare le nostre difese. La guerra è reale, ma non è qui. È altrove.

Scrivo davanti a una finestra e una tazza di caffè; fuori, la città ha la possibilità di ignorare. Per qualche istante la guerra è entrata nella mia stanza, più vicina del bicchiere d’acqua sul tavolo. Poi bastano le apprensioni del quotidiano e la lontananza torna a posarsi sui miei pensieri come una coperta pesante. La verità è che restiamo spettatori anestetizzati. La distanza funziona come una protezione: ci permette di andare a dormire senza il peso insopportabile di ciò che abbiamo visto.

Continuiamo a vivere in questa oscillazione. Ci avviciniamo e ci allontaniamo senza tregua. Un istante siamo spettatori, il momento dopo complici silenziosi, incapaci di muovere un dito. Siamo spettatori protetti e, nello stesso tempo, testimoni involontari.
Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, veniamo investiti da immagini che non riesco ad allontanare.

Mi si sono incollate addosso e mi accompagnano come un’ombra, un’ombra che si siede a tavola con me, che cammina al mio fianco, che mi angoscia mentre scrivo. Sono immagini che arrivano da un altrove che non posso trattare come concetto; non chiedono didascalie, non ammettono commenti. Sono fotografie che si fanno da sole, fotografie che sbriciolano l’idea di una fotografia che non sia verità. Ogni volto sporco di polvere, ogni corpo piegato sulla pietra è già immagine definitiva, immagine che brucia, immagine che accusa, che rende oscena ogni geometria dell’inquadratura, ogni metafisica dello sguardo. Sono fotografie che riducono il mio mestiere al silenzio, che umiliano ogni discorso sull’arte, perché qui la parola è spazzata via dall’urgenza, dalla brutalità dell’evidenza.
Ecco, la lontananza smette di essere metafora. Diventa carne e sangue, si fa misura dell’ingiustizia. È qui che il concetto incontra la realtà: Gaza è il nome che incarna la distanza che preferiamo non colmare, l’altrove che ci ostiniamo a trattare come estraneo, ma che ci riguarda fino al midollo.

Allora scrivo con vergogna. Perché non scrivere sarebbe peggio, sarebbe fingere che il silenzio possa bastare. Scrivo sapendo che il mio parlare di lontananza è già una confessione: è l’ammissione che ogni pagina di questo editoriale, oggi, dovrebbe essere bianca, occupata solo da un nome, uno solo: Gaza. Gaza non è più altrove, nessuna guerra è “di qualcun altro” quando ci sono civili, bambini, famiglie, vittime innocenti in balia di un esercito. Quando il diritto umano e il diritto internazionale diventano parole astratte, mentre il bombardamento di ospedali, l’impedimento dell’assistenza umanitaria, la fame sistemica, sono tangibili, le nostre decisioni politiche, la nostra complicità silenziosa (nel vendere armi, nel tollerare passività) hanno effetti concreti. La vicinanza non si misura solo nel cuore, ma nelle azioni.

C’è allora e infine una lontananza, la più sottile, che riguarda noi stessi. È la distanza che ci separa dalle nostre paure, dalle nostre responsabilità, dal senso di colpa. Sappiamo quello che succede a Gaza ma viviamo come se non lo sapessimo. Ci raccontiamo che non possiamo farci nulla, che non ci riguarda. In questo autoinganno costruiamo la nostra lontananza più grande: quella dal nostro stesso essere umani. Ed è qui che la lontananza diventa ferita irredimibile, perché non riguarda più i confini del mondo ma i margini della nostra coscienza.

Gaza non è solo il nome di una tragedia collettiva: è lo specchio che ci costringe a guardare lo scarto fra la verità che ci raggiunge e il silenzio con cui la respingiamo. È la prova che la lontananza non è mai neutra: è una complicità quotidiana, un silenzio che diventa consenso. Gaza ci chiede di guardare, di non distogliere lo sguardo. Se ci rifugiamo nel privilegio del nostro sguardo protetto, a consumarsi non è solo la vita degli altri: è la nostra stessa dignità.
Soltanto nel coraggio di non fuggire dalla verità possiamo restare vivi, ancora, dentro la fragile dignità di essere umani.

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