Fondato a Racalmuto nel 1980

Quell’Europa incapace di vedere sé stessa

Abituata com’è a guardarsi con gli occhi degli USA

Alfonso Maurizio Iacono

Nel breve racconto Occhiali (1896)1 Henry James narra di una giovane donna, Flora Saunt, costretta a scegliere tra l’uso degli occhiali per vincere una malattia che rischia di portarla alla cecità – ma, così facendo finirebbe con il deturpare il suo viso con quell’attrezzo correttivo –, oppure la perdita della vista pur di mantenere intatta la bellezza del suo viso e di potersi offrire così all’ammirazione degli uomini e alla possibilità di fare un buon matrimonio.

Flora Saunt deve scegliere tra la possibilità di vedere il mondo, sé stessa, gli altri, le cose, e la condizione di essere guardata, osservata e ammirata dallo sguardo altrui; deve decidersi tra l’essere essa stessa un punto di vista, un osservatore, un soggetto, oppure soggiacere al punto di vista degli altri, essere come gli altri la vedono, diventare semplice oggetto dello sguardo altrui.

Non so perché ma Flora Saunt mi evoca la condizione esistenziale dell’Europa di oggi, incapace di vedere sé stessa (a destra come a sinistra), abituata com’è a guardarsi con gli occhi degli USA ma pateticamente triste perché gli americani non le gettano più se non uno sguardo distratto e distaccato.

A far da contraltare alla giovane Flora c’è Mrs. Meldrun, questo doppio negativo di Flora Saunt, presentata come la quintessenza della bruttezza visibile, esibita e vitale. Tale bruttezza, che Mrs. Meldrun mostra in modo così disinvolto e inconsapevole, è determinata particolarmente dal fatto di portare un assai vistoso paio di occhiali che permettono alla signora di vedere il mondo, ma non le permettono di vedere sé stessa così come la vedono gli altri. La sua bizzarria nel vestire, che lei non percepisce, è indice di come si mostri alla vista altrui e, di conseguenza, alle convenzioni e alle credenze condivise degli altri in fatto di bellezza e di moda. Mrs. Meldrun è come noi guardiamo la Russia senza accorgerci che ciò che vi vediamo di brutto è il nostro altro di noi stessi.

Ma Mrs. Meldrun non tiene conto di come gli altri la vedono. Tutto il contrario di Flora Saunt, il cui problema è esattamente quello di essere guardata e ammirata dagli altri. La sua stessa identità di donna è dominata dalla bellezza del suo viso, oggetto-feticcio dello sguardo altrui.

Il narratore del racconto, un pittore che aveva ritratto Flora, dopo una lunga assenza torna in Inghilterra e una sera va a teatro, una sua passione. Dopo il secondo atto si guarda attorno in platea e fra i palchi.

Puntato il binocolo sul volto di una donna, il pittore riconosce stupefatto Flora Saunt. Avendola trovata senza gli occhiali e ancora più bella, egli si convince che Flora è guarita dalla malattia agli occhi. Raggiunge Flora nel suo palco. Le bacia la mano, ma la vede trasalire.

«Durante i pochi istanti che seguirono accaddero diverse cose straordinarie, la prima delle quali fu che, ora che ero loro vicino, gli occhi pieni di bellezza che ero salito a contemplare non esibivano affatto quella luce di consapevolezza che avevo appena avuto il piacere di veder dardeggiare attraverso la sala: esibivano al contrario, per la mia vergogna, una strana, dolce vacuità, un’espressione alla quale non riuscii ad attribuire un significato finché, senza indugio, non mi sentii sul braccio, diretta ad esso come a cancellare istantaneamente l’effetto del suo trasalire, la stretta di quella mano che mi aveva impulsivamente strappato»2.

Flora lo aveva scambiato per un’altra persona e lo tastava per vedere chi fosse. Il pittore non riesce a proferire parola.

«Quale era la parola giusta per celebrare la scoperta improvvisa, e proprio nel momento in cui si era incoraggiati a credere a cose migliori, che una vecchia e cara amica era divenuta cieca»3.

In questo racconto di Henry James si ritrovano molti elementi per una riflessione sull’intreccio che può venire a istituirsi tra lo sguardo, la relazione, la conoscenza, ma anche per un richiamo a ciò che siamo in Occidente oggi.

Mrs. Merldrun e Flora Saunt, l’una il doppio dell’altra, l’una il contrario dell’altra, hanno in comune una mancanza: entrambe, per quanto opposte e complementari, non vedono sé stesse. Come l’Europa politica, la sua destra e la sua sinistra che sanno solo volgere lo sguardo ora a Occidente ora a Oriente senza vedere in questo sguardo che si tratta di sé stesse omologate nel capitalismo globale e dispotico.

Vedere sé stessi implica un guardare nello specchio e scorgersi come un altro. Vedere sé stessi comporta un guardare con altri occhi.

Vedere sé stessi significa riconoscersi nello stesso momento in cui si avverte l’alterità. Narciso non si era riconosciuto nello stagno. Noi oggi non riusciamo o non vogliamo scorgere l’altro che è in noi. Se fossimo capaci di farlo ci accorgeremmo che l’altro che è in noi ha uno sguardo di condanna per una cecità voluta verso lo sterminio dei palestinesi, la guerra in Ucraina, l’annegamento in mare di bambini, donne, uomini.

John Locke ha osservato: «l’intelligenza, come l’occhio, ci fa vedere e percepire tutte le altre cose, ma non si accorge di sé stessa. E si richiedono molta arte e molte cure per metterla ad una certa distanza, e farla suo proprio oggetto»4.

Vico, a sua volta, propone l’analogia fra l’occhio, la mente e la storia. I filosofi, osserva Vico, trascurarono di studiare il mondo degli uomini, un mondo che poteva essere studiato proprio perché era stato fatto da loro stessi. La ragione di tale trascuratezza dei filosofi dipendeva dal fatto che la mente «dee usare troppo sforzo e fatiga per intender se medesima, come l’occhio corporale che vede tutti gli obietti fuori di sé ed ha dello specchio bisogno per vedere se stesso»5.

Questo bisogno dello specchio che ha l’occhio va contro il desiderio di non vedersi e reclama quell’esercizio del dubbio che è scomparso dalla nostra vita protetta, privilegiata e arrogante.

Flora Saunt sceglie di diventare cieca. Sceglie cioè di essere vista piuttosto che di vedere. È prigioniera della sua bellezza, che la vincola al suo essere oggetto per gli altri, feticcio in vetrina, merce da matrimonio. L’essere prigionieri della bellezza diviene dunque quello stato di minorità che Kant denunciò in Che cos’è l’illuminismo. Non è la stessa cosa l’essere prigionieri di un’immagine, quella dell’Europa neoliberista, che ormai è diventata un simulacro?La cecità di Flora Saunt è una condizione definitiva, irreversibile, peggiore di quella dei prigionieri della caverna di Platone, i quali, anche se vedono ombre, possiedono ancora la vista e forse, forse, potranno un giorno liberarsi dalle catene, girarsi e uscire. In Matrix e in The Truman Show, i protagonisti ci riescono. Ma siamo nella finzione, che tuttavia può talvolta aiutarci a riconoscere il reale. E noi? La nostra cecità, la nostra incapacità di dare uno sguardo, il nostro autoinganno che rende la finzione non un mezzo per avvicinarci al reale, ma, al contrario, un modo per allontanarci da esso, forse non è irreversibile, ma di sicuro, rispetto a come stanno andando le cose nel mondo, è ogni giorno di più insignificante e marginale. Quando ci sveglieremo e, guardando lo specchio, ci accorgeremo, come fece, in Uno, nessuno, centomila, Vitangelo Moscarda, chiedendo conferma a sua moglie, che il nostro naso è diverso da quello che pensavamo, è storto, allora lo sguardo non sarà più cieco e forse le cose cambieranno.

Da PaasionELinguaggi

  1. H. James, Gli occhiali, in Rose-Agathe a altre, a cura di Donatella Izzo, Macerata, Liberilibri,1992.
  2. Ivi, p. 79.
  3. Ibidem.
  4. J. Locke, Saggio sull’intelligenza umana, Libro I, cap. I, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 21.
  5. G.B. Vico, Principi di scienza nuova, a cura di F. Nicolini, Mondadori, Milano, 1992, p. 122.

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Prof. Alfonso Maurizio Iacono
Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere
Università di Pisa

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