Nostra conversazione sul Cinema con Rino Schembri, docente di Tecniche Cinematografiche all’Università di Palermo. “Nuovo Cinema Paradiso è senza dubbio uno dei film più poetici e amati sulla Sicilia e sul potere del cinema”.

Al Dams ho incontrato Rino Schembri, uno che il Cinema lo conosce, lo insegna all’Università e lo ama sin da quando era bambino. Un incontro che considero come un viaggio, dalla nascita del cinema ai nostri giorni, con la storia e le curiosità legate a film e registi che hanno fatto la storia del nostro Paese, legati indissolubilmente alla settima arte, una delle più geniali invenzioni del nostro tempo.
Il 28 dicembre del 1895 a Parigi i Fratelli Lumiere inventano il Cinematografo, tutti pensavano che fosse una cosa passeggera e invece cosa successe?
“La data del 28 dicembre 1895 è comunemente celebrata come l’atto di nascita del cinema. Tuttavia, si tratta di una convenzione storiografica più che di un vero e proprio inizio assoluto. Come ho scritto nel volume Il cinema che meraviglia. I trucchi della visione dalla lanterna magica a Méliès (Falsopiano, 2012), quella data rappresenta piuttosto una soglia, un momento di passaggio fra due visioni opposte ma complementari dell’immagine in movimento. Da un lato, quella realistica e “scientifica” dei Lumière, che con il loro cinématographe documentano il reale (l’arrivo di un treno, l’uscita dalle fabbriche, il pranzo di un bebè); dall’altro, quella immaginifica di Émile Reynaud, autore dei pantomimes lumineuses attraverso il suo théâtre optique, antesignano della proiezione cinematografica. Due approcci differenti che, anziché escludersi, concorrono a definire la complessa identità del cinema nascente: uno sguardo duplice, che oscilla tra testimonianza del reale e invenzione dell’impossibile. Ma se i Lumière rappresentano il volto documentario del cinema delle origini, è con Georges Méliès che il mezzo cinematografico rivela appieno la propria vocazione alla messa in scena, all’inganno. Méliès intuì da subito le potenzialità spettacolari del cinema: trucchi ottici, sovrimpressioni, dissolvenze e scenografie fantastiche diventano nelle sue mani strumenti di una nuova arte: quella della meraviglia e dell’attrazione. Opere come Le voyage dans la Lune (1902) non si limitano ad anticipare il genere fantascientifico, ma contribuiscono a configurare il cinema come dispositivo poetico, in grado di materializzare l’invisibile e dare forma all’immaginazione. In definitiva, il cinematografo non fu una semplice novità tecnica né una moda effimera. Fu, sin dall’inizio, un crocevia di sguardi e possibilità: tra realtà e illusione, documento e narrazione. La sua forza rivoluzionaria sta proprio in questa ambivalenza originaria, da cui continua a trarre linfa l’arte cinematografica””.
Quali sono le ragioni per le quali molti registi scelgono la Sicilia per i loro set?
“Molti registi, italiani e internazionali, scelgono la Sicilia come set cinematografico per una combinazione di ragioni artistiche, pratiche e produttive. Anzitutto, c’è la straordinaria varietà geografica dell’isola: mare e montagne, campagne inondate dal sole e città barocche, rovine greche e scorci medievali, palazzi aristocratici e vicoli popolari. Questa molteplicità di paesaggi rende la Sicilia un “continente in miniatura”, perfetto per ambientare storie diverse tra loro. Non a caso Christopher Nolan ha scelto la Sicilia per The Odyssey. L’isola incarna una combinazione unica di mito, bellezza naturale e potenziale visivo epico. Il clima mite per gran parte dell’anno inoltre facilita le riprese in esterni, garantendo luce naturale e giornate di lavoro più lunghe. A ciò si aggiunge la cordialità della gente, che spesso rende più fluido il rapporto tra troupe e territorio. A queste motivazioni si aggiungono anche considerazioni di ordine economico e logistico. Negli ultimi anni, diverse produzioni hanno potuto girare sull’isola grazie a finanziamenti pubblici o fondi europei vincolati al territorio. In molti casi, il supporto di Film Commission e di bandi regionali ha rappresentato una leva decisiva per la scelta della location. Dunque, la Sicilia è scelta per ciò che è, ma anche per ciò che offre: un patrimonio naturale e umano unico, e un sistema di incentivi che, se ben strutturato, può rendere l’isola sempre più centrale nel panorama audiovisivo nazionale e internazionale”.
Quanta Sicilia c’è nei film di Martin Scorsese?
“Molta, ma non necessariamente nei paesaggi o nei nomi delle città. La Sicilia, nei film di Scorsese, è un luogo dell’anima, un deposito di memorie familiari, identità culturali e archetipi morali. Per rimanere aderenti alla sua attività recente, la Sicilia non è solo la location di docufilm come Io sono la fine del mondo, girato proprio in Sicilia e incentrato sui naufragi dell’antichità, ma un riferimento intimo e profondo che attraversa la sua poetica, come accade anche per l’Italia intera. Del resto, nel suo Il mio viaggio in Italia (1999), lungo documentario autobiografico, Scorsese ci guida attraverso il cinema italiano del dopoguerra, mostrando e commentando sequenze di film fondamentali per la sua formazione: da Pastrone a Blasetti, da Rossellini a De Sica, da Visconti a Federico Fellini e Antonioni. È un omaggio struggente e appassionato, che dimostra quanto l’immaginario visivo, etico ed emotivo del cinema italiano e ricollegabile alla Sicilia abbia plasmato la sua idea di regia”.
Nel 1984 Damiano Damiani in Sicilia ha girato sei puntate della serie televisiva La Piovra, che hanno avuto un seguito fino al 2001. Da allora il cinema e la Tv non si sono più fermati nel raccontare molti luoghi comuni…
“Hai perfettamente ragione: con La Piovra di Damiano Damiani – girata in parte in Sicilia nel 1984 è stato fatto conoscere al grande pubblico un sottogenere cinematografico che oggi potremmo chiamare mafia movie (il cui inizio probabilmente è da rintracciare nel film Il sasso in bocca di Giuseppe Ferrara del 1969). Tuttavia da La Piovra in poi, cinema e televisione hanno insistito nel raccontare storie di mafia, spesso ricorrendo a luoghi comuni. Ma questo non è un male in sé. Ogni genere si fonda su stereotipie e su una propria iconografia che lo rende immediatamente riconoscibile. Pensiamo, per esempio, al noir americano: le strade notturne bagnate, le scene ambientate in sobborghi industriali, i personaggi ambigui che si muovono in zone grigie tra legalità e crimine (basti citare il Quinlan interpretato da Orson Welles nell’Infernale Quinlan del 1958). Anche questi sono “luoghi comuni”, ma strutturati secondo una grammatica precisa. Il problema, secondo me, non risiede nella presenza degli stereotipi, bensì nel modo in cui questi vengono organizzati e messi in relazione con la storia. Quando manca coerenza tra forma e contenuto, quando le icone si riducono a cliché decontestualizzati e privi di senso drammaturgico, allora il racconto diventa piatto, prevedibile, e soprattutto poco onesto nei confronti della realtà che pretende di rappresentare. È questa mancanza di visione, più che l’uso di luoghi comuni, a indebolire alcune produzioni”..
Cosa pensi dei capolavori di Pietro Germi girati in Sicilia?
“I capolavori di Pietro Germi girati in Sicilia – da In nome della legge (1949) a Il cammino della speranza (1950), da Divorzio all’italiana (1961) a Sedotta e abbandonata (1964) – rappresentano un corpus fondamentale per comprendere l’evoluzione del cinema italiano tra neorealismo, commedia e impegno civile. Pur con registri differenti, questi film condividono un nucleo tematico comune: la rappresentazione di una Sicilia contraddittoria, arcaica e moderna, attraversata da tensioni sociali, morali e culturali profonde. Tra le caratteristiche comuni spiccano la denuncia delle ipocrisie sociali. Ma ogni film ha anche una sua peculiare forza espressiva: Il cammino della speranza ha il respiro epico dell’emigrazione; Il ferroviere scava con intensità nei drammi familiari; Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata raccontano in modo ironico le assurdità della società e dei suoi comportamenti, anticipando la grande stagione della commedia all’italiana. Di recente, un nostro comune amico, lo scrittore e giornalista Raimondo Moncada ha pubblicato con VGS Libri un volume proprio su Pietro Germi: un lavoro che mi riprometto di leggere presto, certo che offrirà nuovi spunti per riflettere su Germi, un autore capace di rappresentare la Sicilia con intelligenza critica”.
In Sicilia sono stati girati centinaia di film quanti ne salveresti?
“Dire quanti ne salverei è davvero difficile: c’è l’imbarazzo della scelta. Ma se dovessi sceglierne uno, senza esitazione salverei Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. È uno dei pochissimi film girati in Sicilia che, ogni volta che lo rivedo, riesce a commuovermi profondamente. Eppure, a pensarci bene, non è tanto la Sicilia come sfondo a provocare quell’emozione. Non è il paesaggio – pur così riconoscibile e familiare – a toccarmi nel profondo. È piuttosto ciò che il film racconta attraverso il cinema stesso, attraverso la sua magia e la sua capacità salvifica. Una scena su tutte: la proiezione dei baci censurati, ricomposti amorevolmente da Alfredo e proiettati per Totò adulto in una sala ormai deserta. Unico spettatore, Totò rivive il senso di un amore perduto e il senso stesso del cinema come spazio intimo, come luogo in cui si custodiscono emozioni, desideri, lacrime, attese”.
Cosa rimane della grande esperienza di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nel cinema italiano?
“Rimane molto più di quanto si creda, anche se forse ancora troppo poco riconosciuto. Quella del duo Franchi–Ingrassia è una comicità popolare che merita una piena rivalutazione, soprattutto se letta nel contesto del cinema di genere italiano e nella più ampia tradizione del teatro di strada e della commedia dell’arte trasposta sul grande schermo. La loro mimica, l’uso del corpo, i tempi comici e i registri vocali affondano le radici in una cultura performativa profonda, che parla direttamente al pubblico, con codici immediati ma tutt’altro che semplici. Purtroppo, le nuove generazioni spesso non li conoscono, o peggio li ignorano, magari perché – diciamolo – all’università, nelle accademie e nei luoghi deputati alla formazione culturale a volte ci si porta appresso una certa “puzzetta sotto il naso”. Così si finisce per trascurare, o liquidare troppo in fretta, tutto ciò che viene percepito come “basso”, dimenticando che quelle pratiche attoriali, quei giochi di voce, quelle posture e mimesi del corpo, sono parte della nostra storia culturale e spettacolare”.
Molta gente non ha letto Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Molti hanno visto il film di Luchino Visconti. Il cinema può cambiare la prospettiva di un romanzo?
“Sì, che può. Alla base di ogni passaggio da un medium all’altro – dalla letteratura al cinema, dal romanzo alla serie – c’è una parola chiave: adattamento. Adattare non significa semplicemente tradurre, ma trasformare, riscrivere, reinventare. Il testo letterario diventa così un pre-testo, una fonte che ispira una nuova opera, la quale però ha una sua autonomia e una sua logica interna, dettata dalle regole del linguaggio audiovisivo. Nel caso de Il Gattopardo, l’esempio è emblematico. Il film di Visconti ha dato al romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa una dimensione visiva sontuosa, reinterpretando con forza poetica e politica il tramonto di un’epoca. Ma diverso è l’approccio della recente serie in sei puntate diretta da Tom Shankland: qui si dà maggiore rilievo a trame secondarie e a personaggi che nel film e nel romanzo restavano sullo sfondo. Questo spostamento dello sguardo modifica la prospettiva complessiva e arricchisce l’universo narrativo. È interessante notare che, dopo l’uscita della serie Netflix, si è registrato un incremento nelle vendite del romanzo originale: segno che l’adattamento audiovisivo, pur proponendo una visione autonoma, può funzionare come porta d’accesso a un’opera letteraria, rilanciandone l’interesse in nuove fasce di pubblico. Insomma, il cinema (e la serialità contemporanea) non solo può cambiare la prospettiva di un romanzo, ma può anche riattivarne la ricezione”.
Puoi consigliare alcuni film importanti che i siciliani dovrebbero assolutamente vedere?
“Il Gattopardo di Luchino Visconti (1963), tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il film affronta il declino dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia, riflettendo sulla staticità storica e culturale dell’isola. Visconti, finissimo regista, costruisce una narrazione sontuosa e densa di metafore visive, sorretta da una fotografia raffinata e da una messa in scena monumentale. Indimenticabile l’incipit in cui il travelling en plein air accompagna lo spettatore dall’esterno della villa verso l’interno. La cinepresa si muove soffermandosi sui mezzi busti in marmo, disseminati lungo il percorso: figure immobili, fissate nel silenzio. Il movimento di macchina prosegue fino a giungere alle tende bianche che svolazzano sulle finestre del palazzo. È un’immagine potentemente visiva che racconta la fissità e il movimento. E’ il cuore tematico del film: la fine di un’epoca, il passaggio da un mondo aristocratico e immobile a uno nuovo, in divenire e incerto. L’incipit del Gattopardo, in questo senso, è già il film tutto. A ciascuno il suo di Elio Petri (1967), tratto dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia, si muove in una direzione diversa: è un film che denuncia l’opacità del potere e la rete di complicità che permea la provincia siciliana. Qui la Sicilia è un luogo dove la verità viene occultata e il sospetto è legge. Il film si inserisce con forza nella tradizione del cinema d’impegno civile, anticipando molti temi del “mafia movie” italiano, ma senza mai cadere nel cliché. Infine, La stranezza di Roberto Andò (2022) rappresenta una felice sintesi di alto e basso, di cultura colta e popolare. Ambientato nella Sicilia degli anni Venti, il film racconta l’incontro tra l’autore di Sei personaggi in cerca d’autore e due teatranti dilettanti, interpretati da Ficarra e Picone. Con leggerezza e profondità, Andò riesce a parlare di identità, finzione e verità, facendo della Sicilia un palcoscenico di paradossi e metamorfosi. Tre film, dunque, che pur diversissimi tra loro condividono un legame profondo con l’isola: la raccontano, la interrogano, la mettono in scena”.
Il film più poetico e rappresentativo sulla Sicilia rimane Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore?
“Molti direbbero di sì, e non a torto. Nuovo Cinema Paradiso è senza dubbio uno dei film più poetici e amati sulla Sicilia e sul potere del cinema. È un’opera che, pur essendo radicata in una piccola comunità siciliana, trascende i confini geografici per toccare corde intime e collettive: la nostalgia dell’infanzia, l’amore per il cinema, il tempo che passa, la memoria. Non è solo un film “ambientato in Sicilia”, ma un film “della Sicilia”: ne raccoglie i volti, i silenzi, le piazze, i riti, ma lo fa senza mai cadere nei cliché. La famosa sequenza dei baci censurati, recuperati alla fine, è forse una delle più alte dichiarazioni d’amore per il cinema mai viste. Detto questo, esistono altri film che raccontano la Sicilia in modo altrettanto forte e poetico, ma “Nuovo Cinema Paradiso” resta probabilmente il più rappresentativo agli occhi del pubblico internazionale”.
I cento passi, di Marco Tullio Giordana, è considerato un film “necessario”. Il cinema e l’impegno civile possono far crescere e migliorare la Sicilia?
“I cento passi è un film che non si limita a denunciare, ma risveglia coscienze, stimola domande. E lo fa con la forza del cinema che riesce a parlare al cuore e alla mente. Alla tua domanda – il cinema e l’impegno civile possono far crescere e migliorare la Sicilia? – la risposta è sì, ma non da soli. Il cinema può smascherare retoriche, dare voce a chi non ha voce, rompere il silenzio. I cento passi lo dimostra: da quando è uscito ha riportato Peppino alla memoria collettiva, ha spinto molti a leggerne le parole, ad ascoltarne le registrazioni radiofoniche, a visitare Cinisi con occhi diversi. Ma il cinema da solo non può sostituirsi alla politica, alla scuola, alla società civile. In questo senso, sì: l’impegno del cinema, quando è sincero e ben fatto, può contribuire a far crescere e migliorare la Sicilia”.
Qual è il film che non è mai stato girato sulla Sicilia?
“E’ difficile rispondere, perché la Sicilia è stata scelta da registi di ogni epoca e provenienza (da Visconti a Tornatore, da Rossellini a Coppola, fino a Nolan); ha ospitato set che la rappresentano direttamente, ma anche set in cui la sua identità visiva è stata usata per “interpretare” l’altrove (es. l’antica Grecia, il Nord Africa, l’isola del mito); è diventata quasi un genere a sé nel cinema italiano e internazionale: se parli di mafia, di miti classici, di Sud, di Mediterraneo… prima o poi arrivi lì. Non c’è, dunque, “un” film che non sia mai stato girato in Sicilia. Esiste piuttosto una Sicilia che, cinematograficamente, abita molti film. Anche quelli che non sembrano parlarne affatto”.
C’era una volta il cinema e c’è ancora. Ma cosa è diventato il cinema nei nostri giorni?
“Rispondere a questa domanda significa considerare almeno due piani distinti ma intrecciati: da un lato il cinema come apparato – dunque come esperienza tecnologica, sociale, economica e culturale – e dall’altro il film come opera artistica. Sul versante dell’apparato cinematografico, è evidente come le trasformazioni siano state profonde. La sala, luogo consacrato alla visione collettiva, ha attraversato negli anni un processo di evoluzione tecnica e di mutamento d’uso: ha accolto il suono tridimensionale, ha abbandonato progressivamente la pellicola a favore del digitale, con tutte le implicazioni che questo passaggio comporta – vantaggi in termini di accessibilità e costi, ma anche perdita del fascino materico e delle specificità estetiche dell’analogico. Guardando al futuro, ci attendono ulteriori cambiamenti radicali: la sempre più pervasiva presenza delle piattaforme di video on demand modificherà le abitudini di fruizione e le logiche distributive; la distribuzione satellitare consentirà ai film di raggiungere simultaneamente sale distanti e periferiche; e le stesse sale amplieranno la propria funzione, aprendosi a contenuti audiovisivi eterogenei – dai concerti agli eventi sportivi in diretta. Ancora più dirompente sarà l’arrivo dell’ologramma, che non solo rivoluzionerà il concetto di sala come luogo deputato alla visione (abbandonando la prospettiva rinascimentale della “sala all’italiana” a favore di configurazioni circolari e immersive), ma rimetterà in discussione lo stesso concetto di spettatore, trasformandolo in un soggetto interattivo e sempre più immerso sensorialmente. Sul piano dell’opera cinematografica, e guardando in particolare alla produzione italiana contemporanea, lo scenario è più diseguale. A fronte di un sistema produttivo che spesso premia la prevedibilità narrativa e l’allineamento al pensiero dominante, e dove la logica dell’intrattenimento o della rassicurazione ideologica prevale, si assiste a una progressiva rarefazione di opere realmente innovative. Fanno eccezione – e vanno valorizzati alcuni autori (Paolo Sorrentino, ad esempio, ma anche Matteo Garrone) che continuano a difendere un’idea alta di cinema come arte. Non resta che osservare con attenzione e spirito critico questa metamorfosi, nella speranza che né l’evoluzione tecnica né le ideologie oscurino la forza simbolica e poetica che da sempre rende il cinema un linguaggio universale capace, comunque, di parlare all’immaginario di ogni singolo spettatore”.


