Le risposte di scrittori, poeti, giornalisti, critici letterari, librai, promotori di iniziative culturali

In Italia c’è una moltitudine di Premi letterari. Certe volte l’argomento premi letterari risulta divisivo e ci si chiede a che cosa servono questi Premi, considerando anche che nel nostro Paese sono tanti quelli che scrivono (pare che in media vengano pubblicati 237 libri al giorno) e pochi quelli che leggono. Abbiamo posto la domanda a critici letterari, giornalisti, artisti, fotografi, librai, docenti e promotori di iniziative culturali. Ecco le loro risposte
Matteo Collura
Scrittore e giornalista
“I premi letterari servono a gratificare gli autori dei libri: se in denaro, quelli affermati, nei restanti casi gli esordienti. La maggior parte di questi premi viene distribuita in estate. Segno che non servono a promuovere i volumi premiati, ma ad assicurare un minimo di spettacolo e passare una serata. Personalmente dico da anni – e non soltanto per scherzo – che bisognerebbe promuovere un premio da destinare a chi legge più libri. In un suo scritto Borges dice di essere più fiero dei libri da lui letti che scritti. Ecco, su questo pensiero si potrebbe varare un nuovo premio letterario”.
Lia Rocco
Attrice
“Da lettrice nella decisione di acquistare un libro non mi lascio convincere dal premio, più o meno importante, che il libro abbia ricevuto. Da lettrice il premio non incide sulla mia scelta e quindi è inutile. Il premio letterario è utile per continuare a parlare del Libro in un Paese dove si scrive tanto, tantissimo e si legge poco, pochissimo. E una società che legge pochissimo è destinata alla dittatura. E se la fascetta che riporta il premio letterario conquistato dal libro riesce a convincere lettori e lettrici, non solo ad acquistarlo ma a leggerlo, il premio letterario acquista notevole importanza. Borges diceva che un libro è un parallelepipedo di carta. Diventa libro solo se viene aperto e letto. Ecco la vera funzione dei premi letterari: trasformare la carta in libro da leggere. Compito durissimo”.
Carmelo Sardo
Scrittore e giornalista
“Sento il bisogno, affrontando questo tema, di fare subito una premessa: faccio parte di quella categoria di lettori che ritengono non esistano libri belli o libri brutti, ma libri che piacciono e libri che non piacciono. E faccio parte di quella categoria di scrittori che, se ricevono un premio, si sentono onorati e gratificati, a prescindere dal nome del premio stesso, dai suoi organizzatori, dal prestigio insomma. Certo, ogni premio letterario ha il suo peso specifico. Un conto è vincere lo “Strega” o il “Campiello”, lo capisco: la risonanza mediatica non è la stessa delle altre centinaia, migliaia di premi letterari organizzati nel nostro paese. Ma vedete, al tempo dei social, se ci riflettete, qualunque premio mette nelle condizioni il suo vincitore di diffondere la notizia e ricevere complimenti e felicitazioni, e far sì che il suo libro acquisisca comunque un minimo di visibilità. Ergo, i premi letterari, checché se ne possa dire e pensare, servono se non altro a veicolare quel titolo e a far conoscere il suo autore. Lo dico per esperienza diretta. Nella mia carriera ho vinto e ricevuto numerosi premi (bisogna pure distinguere tra premi vinti e premi ricevuti, no?) Il più prestigioso è stato il premio “Racalmare-Leonardo Sciascia” vinto con il memoir “Malerba” (Mondadori 2014) scritto con Giuseppe Grassonelli. Ma ogni premio, ogni riconoscimento, da chiunque arrivassero, mi hanno gratificato in egual modo perché penso, banalmente, che dietro ci sia stata almeno una persona che ti ha pensato, che ha voluto omaggiarti. Il tema potrebbe allargarsi all’importanza che rivestono i premi letterari, quelli che contano, per le case editrici. Ma qui si rischia, qualunque osservazione si faccia, di cadere nelle facili retoriche che proliferano in questo ambiente. Che certi premi sono appannaggio dei grandi editori; che si decide tutto nei salotti buoni; che <un anno lo vinco io, l’anno prossimo lo vinci tu>; che spesso, come al festival di Sanremo, non vince il libro che è piaciuto di più; e via di questo passo. Ecco perché, è sempre meglio chiarire subito che ognuno legge ciò che vuole, e compra i libri che vuole: che i veri premi alla fine li assegnano i lettori, acquistando quel titolo e recensendolo senza condizionamenti”.
Massimo D’Antoni
Scrittore e giornalista
“Ricordate quando ogni anno si celebrava “L’auto dell’anno”? Un anno toccava alla Fiat, l’anno successivo alla Renault, poi alla Volkswagen, e via discorrendo. Ci assomigliano un po’, non lo si può negare, le dinamiche che ruotano attorno ai premi letterari. Soprattutto quelli più illustri, s’intende. Dove raramente l’elite dell’editoria lascia spazio a parvenu o piccoli pubblicatori. Il dibattito è sempre aperto. Un dibattito talvolta ‘peloso’, riconosciamolo: di quel finto snobismo della volpe che, siccome non riesce ad arrivare all’uva, ne diffama la dolcezza. Personalmente nutro per i premi letterari l’attenzione sì dovuta, ma al tempo stesso anche distaccata. È la letteratura in generale il tema centrale del mio interesse, come giornalista e come appassionato lettore. Attribuisco, dunque, al valore del premio letterario, la discreta rappresentazione ‘plasticografica’ della proporzione della fascetta che decora la copertina del volume vincitore (ammetto che mi intristice un po’, invece, quella che adorna i libri ‘semplici’ finalisti). L’interesse vero, semmai, lo riservo ai premi assegnati ai giovani scrittori o ai debuttanti. Anche se le dinamiche editoriali sono misteriose. E, a questo proposito, non posso non ricordare che Andrea Camilleri cominciò a scrivere romanzi in età avanzata. Eppure Camilleri, con la sua sterminata produzione letteraria, non è che si aggiudicò molti premi letterari. Diciamocelo francamente: quelli che vinse furono soprattutto un omaggio alla sua raggiunta celebrità. I premi letterari servono? Diamine, certo che servono. Comprese quelle ‘eliminatorie’ simili al tabellone di Wimbledon che, in definitiva però, continuano a far entrare ancora un po’ di persone nelle librerie. Purtroppo sono sempre le stesse. Ma questa è un’altra storia”.
Teresa Triscari
Scrittrice
“.Era il 1957 quando una donna, per la prima volta, vince il Premio Strega. Quella donna era Elsa Morante e quel Premio ha di fatto contribuito a scardinare il muro di diffidenza nei riguardi della donna e della sua scrittura. Herta Muller, nel 2009, vince il Premio Nobel con la seguente motivazione: ”Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa, dipinge il paesaggio degli spodestati”. Quel premio, di fatto, scardina una serie di pregiudizi sugli scrittori romeni. La grande Herta, che ho avuto il privilegio di conoscere negli anni ’80, durante il mio soggiorno in Romania, trasse grande incentivo dai premi letterari. Lo scrittore ungherese Imre Kertesz, premio Nobel per la letteratura 2002, soleva dire che i premi letterari gli avevano restituito un pezzo di quella vita che la deportazione ad Auschwitz (aveva quindici anni) gli aveva strappato. Il grande Imre, soleva scherzare con me e ironizzare su tutto ma era fiero dei premi letterari. Quest’anno il Premio Elsa Morante è stato conferito a Roberto Andò che si è sentito molto gratificato da questo riconoscimento grazie al quale, ha detto, forse non sarà più ricordato solo come regista ma anche come scrittore. A cosa servono i Premi letterari? Ne dobbiamo parlare? Innanzitutto a infrangere quei muri di diffidenza nei confronti della scrittura e dei suoi valori di comunicazione e, contestualmente, a gettare ponti di dialogo tra intellettuali, anche di Paesi diversi, aprendo un dialogo fra nazioni. Dialogo, oggi, così difficile, carico di tensioni e pregiudizi. Dialogo di cui abbiamo e sentiamo tutti particolare bisogno”.
Salvatore Cusimano
Giornalista
“Sì legge poco. Sfogliano un libro e si calano nelle storie narrate più le donne che gli uomini e per fortuna anche una certa quota di giovani. Ma sugli scaffali finisce una quantità spropositata di volumi. Come si conoscono le nuove pubblicazioni?Giornali e media tradizionali ma anche i social fanno poco e spesso solo in obbedienza alle pressioni dei grandi gruppi editoriali e dei loro addetti stampa. I premi letterari subiscono la stessa sorte. Raramente viene premiato un editore indipendente o un piccolo artigiano dell’editoria. Quasi sempre è una lotta fra giganti. Molti libri premiati dopo la fiammata che segue alla candidatura o alla proclamazione sono dimenticati in grande fretta per far posto al nuovo (libro) che avanza. I premi servono a poco a mio parere. Non indicano una tendenza. Si possono contare sulle dita di una mano le opere che hanno resistito nel tempo. Alcuni autori dalle vendite strepitose non hanno ricevuto riconoscimenti significativi se non dopo essere diventati star delle classifiche di vendita. Gli scrittori tuttavia non rinunciano alle competizioni . E così i premi prolificano più o meno ghiotti più o meno autorevoli. Se fossi uno scrittore mi piacerebbe che il premio fosse assegnato da una vasta platea di lettori. Quello dato da uno sparuto gruppo elitario mi lascerebbe insoddisfatto. Ma la qualità dei lettori potrebbe lasciare anche altri dubbi. E allora? Come se ne esce? Non c’è una risposta. Il passaparola dei lettori moltiplicato dai social che invadono le nostre esistenze può essere un premio. Più di qualunque giuria”.
Rosa Maria Chiarello
Poetessa
“I Premi letterari rappresentano, per gli autori, il mezzo per acquisire visibilità o meglio per far conoscere le loro opere. Non tutti i premi letterari sono da considerare “seri” la maggior parte hanno esclusivamente scopi di lucro da parte di chi li organizza dove vengono privilegiati le relazioni amicali, altri inseguono logiche di accordi di mercato e sono monopolio delle grandi case editrici. Pochi hanno giurie qualificate e possono annoverarsi fra i Premi letterari più prestigiosi. Fra questi ultimi mi piace ricordare Il Premio giornalistico letterario Nadia Toffa e il Premio Vittorini. In passato ho partecipato a molti premi letterari e molte mie poesie sono state premiate ma quelli che più mi hanno gratificato sono i premi ricevuti dove nessuno mi conosceva dove la giuria ha avuto libertà di giudizio sulle mie opere senza essere contaminata da amicizie o da pressioni editoriali. Penso, in ogni caso, che il più grande premio per un autore è riuscire con la parola a toccare ed emozionare il cuore di ogni lettore”.
Carmelo Sciascia
Scrittore
“Se si dovesse fare un resoconto su quanti sono i concorsi letterari oggi in Italia, credo che ci perderemmo in una ragnatela inestricabile. Riguardo al loro numero, per i generi, per il contributo più o meno richiesto, per le località dove si effettuano, per la diversa composizione della giuria, per la richiesta verginità letteraria alias opera prima inedita o meno, per il numero minimo o massimo delle battute o per la lunghezza del manoscritto da inviare e… chi più ne ha più ne metta. Oggi troviamo tantissimi premi letterari che portano il nome di famosi autori, non tenendo conto come gli stessi autori hanno in vita espresso pareri negativi sugli stessi concorsi letterari. Tipico il caso di Pier Paolo Pasolini, che pur partecipando ad alcuni concorsi, ne criticava il conformismo culturale, espressione dell’omologazione borghese. La sua partecipazione era un atto formale, uno strumento di contestazione, tant’è che preferiva ritirarsi prima che venisse formulato qualsiasi giudizio di merito sulla sua opera. Pier Paolo Pasolini non vinse mai un premio letterario nazionale come lo Strega o il Premio Viareggio. Leonardo Sciascia criticò in diverse occasione le modalità dei premi letterari, nei loro confronti espresse un giudizio sarcastico, spesso li criticò apertamente. Sciascia ebbe sempre un rapporto contraddittorio e critico verso i premi letterari, anch’egli come Pasolini non vinse mai un premio letterario nazionale come lo Strega o il Premio Viareggio. Ce ne fosse ancora di bisogno basta citare il caso del Gattopardo, un indiscusso successo letterario senza che Tomasi di Lampedusa avesse mai partecipato a qualsiasi concorso letterario. Specifichiamo: il romanzo vinse il Premio Strega ma solo nel 1959, quando l’Autore era già defunto da due anni. Allora un consiglio: forse meglio aspettare prima di partecipare ad un premio letterario, rimarrà così la speranza di vincere post mortem qualche Premio senza bisogno di parteciparvi!”
Giulio Perricone
Collezionista
“Ogni premio, così come lo sono le onorificenze, è certamente un riconoscimento a qualcosa di buono che si è fatto. E in tal senso sono favorevole ai premi. Lo stesso vale per i premi letterari. Ma in questo caso essi, oltre a premiare e valorizzare quanto si è scritto, costituiscono un incentivo per gli autori a proseguire in questo importante settore della cultura. Poi, gli esiti dei premi più noti fanno certamente da volano per la diffusione delle opere perché in tanti di quelli che leggiamo abbiamo la voglia di entrare in possesso di libri che giurie qualificate hanno selezionato”.
Franco Nicastro
Giornalista
“Non basta un premio per entrare nella letteratura. Questo va detto subito in un momento in cui c’è una grande produzione dell’industria letteraria rispetto alla quale la selezione critica diventa un esercizio difficile. Ci sono troppi libri e forse troppi premi. Quelli che contano davvero sono pochi. Gli altri diventano spesso piccole operazioni culturali e commerciali. Non lo scopriamo solo ora. Già nel 1968 Pier Paolo Pasolini si ritirò dal Premio Strega (uno dei più importanti e prestigiosi e quindi dei più seri) per prendere le distanze da quella che chiamava l’industria del libro” verso la quale esprimeva una critica sempre attuale: si tende, cioè, a fare del libro un “prodotto come un altro, di puro consumo”. E quindi sono le logiche editoriali a prevalere sul riconoscimento di buoni scrittori e di buona letteratura. Bisogna riconoscere che è così ancora oggi. E anzi sembra che il rapporto tra cultura e mercato si sia ancora ridotto. Per fortuna c’è chi cerca di salvare, quando sia possibile, il criterio del merito. La lezione viene dal Giappone. Proprio in questi giorni il comitato di selezione dei premi letterari Akutagawa e Naoki, per la prima volta in 27 anni, ha deciso di non assegnare i premi perché le opere candidate non erano tali da meritare il riconoscimento. Difficilmente questo potrà accadere in Italia”.
Mario Pintagro
Giornalista
“Mi lasciano assolutamente indifferente. Si, lo stesso dicasi per i concorsi giornalistici”.
Giacomo Pilati
Giornalista-scrittore
“I premi letterari sono sicuramente importanti, danno visibilità e in ogni modo promuovono la lettura. Il problema è riuscire a comprendere quelli che meritano interesse. Da scartare immediatamente quelli che richiedono un contributo ai partecipanti. Poi occorre verificare i criteri di selezione dei libri e l’autorevolezza della giuria. I più accreditati secondo me sono quelli che prevedono nella loro filiera il coinvolgimento di scuole, librerie, lettori. Per il resto più si parla di libri e meglio è”.
Gabriella Caramazza
Presidente Premio “Barone A, Mendola” Favara
“La funzione dei premi letterari è quella di mettere in evidenza alcune storie, ma anche quella di porsi delle domande su temi particolari. Poi le dinamiche dei premi possono essere diverse, ma, in fondo, sono un modo per creare comunità, un’opportunità di incontro tra scrittori ed amanti della lettura. Quello che è importante, è sì un riconoscimento, ma soprattutto quello che mettono in circolo, amore per la cultura, amore per chi attraverso l’inchiostro dà voce alle emozioni, vera essenza dell’umanità”.
Alan David Scifo
Giornalista, scrittore
“Molti dei premi letterari che vengono assegnati li trovo superflui perché vengono dati senza un reale merito, ma solo per il gusto di premiare una persona che si conosce. Credo che dietro i premi letterari, quelli veri, debba esserci una commissione, dei parametri ben specifici, e che i meriti dei libri vadano specificati. Io ho vinto il bando SIAE “Per chi crea” due anni fa: su migliaia di opere hanno scelto quella di Colapesce e hanno scelto la casa editrice Navarra, ecco i premi dovrebbero ispirarsi a questi bandi nazionali”.
Daniela Balsano
Docente e Critico Letterario
“I premi letterari sono simposi, i libri ne costituiscono il cibo o, se non si è astemi, il vino. Qualcuno dirà “non servono”, qualcuno “tra loro se la cantano e se la suonano”, qualcuno “servono solo agli scrittori”. Basta entrare in una qualsiasi libreria ed essere un discreto lettore e gli occhi andranno nell’immediato ai “Premio Strega”. Appartengo al mondo dei premi letterari, faccio parte della giuria scientifica del “Premio Navarro” e fino a quando vedrò occhi commossi di giovani scrittori o di scrittori, magari un pò avanti con l’età, che hanno trovato finalmente il coraggio di pubblicare, forse a spese loro, quel libro tanto sofferto che racconta di vita vera, o lo scrittore che sa e conosce il proprio valore ma civettuolo non disdegna l’ennesimo riconoscimento, continuerò a credere nei premi letterari. In una Italia dove si dice che si legga poco di premi letterari dovrebbero nascerne ogni giorno”.
Mario Liberto
Giornalista e direttore del Dipartimento della Cultura rurale ed alimentare
“Nonostante la mia ormai ventennale attività letteraria – frutto di notti insonni, preoccupazioni, ansie, e tante altre cose – non ho mai partecipato a un concorso letterario. Non l’ho fatto non per snobismo e nemmeno per pigrizia, ma perché non ho mai creduto fino in fondo a questo tipo di competizioni letterarie. Resto convinto che ogni opera – che sia un romanzo, un saggio o persino un racconto scritto – abbia un valore culturale intrinseco, irripetibile e non paragonabile. Inoltre, diciamocelo con franchezza: molti di questi concorsi lasciano qualche perplessità in fatto di trasparenza e obiettività. Troppo spesso il giudizio finale sembra più influenzato da frequentazioni, conoscenze, simpatie personali, cene condivise, scambi di cortesie, piuttosto che da una attenta valutazione culturale. Insomma, preferisco continuare a scrivere seguendo l’istinto e la passione, senza l’ansia del podio o la smania del trofeo. La mia più grande soddisfazione è pensare che da qualche parte, magari in silenzio, qualcuno ha letto il mio lavoro e ha condiviso i miei pensieri”.
Giacomo La Russa
Avvocato-scrittore
“Un po’ tutti i premi letterari, e forse soprattutto i maggiori, scontano probabilmente la crisi che, nell’ultimo periodo, sta investendo gran parte dell’editoria. Il fatto cioè che molte case editrici, specie quelle che sono in grado di partecipare ai premi più prestigiosi, si profilino ormai come luoghi di fabbricazione di un prodotto commerciale e non più come luoghi di ricerca di un autore ha trasformato gli stessi premi da momenti di confronto tra voci letterarie a pura kermesse, a passerella pubblicitaria di ciò che, con un po’ di sentimentalismo, di approfondimento psicologico e di suspense giallistica, si pensa si riuscirà a vendere. Questa, insomma, mi pare la radice della questione: la burocratizzazione dell’editoria, la sua riduzione a criteri puramente mercantilistici. Il resto, come gli stessi premi, appare sullo sfondo, un dettaglio, uno degli ultimi anelli di una catena di trasmissione gravemente malata”.
Caterina Trimarchi
Pittrice, vicepresidente dei Pittori di Calapanama
“È indiscutibile che Il premio letterario sia un prestigioso riconoscimento personale e che possa avere un impatto significativo sulle vendite di un libro e sulla carriera dell’autore. Quello che è discutibile è il metro di valutazione che, a volte, non si basa sulla qualità intrinseca dell’opera, ma che come nell’arte, viene influenzato dalle tendenze di mercato, dal gusto personale o dall’orientamento politico della giuria. Conferire un premio letterario ad un’opera la cui valutazione vada a braccetto con il giudizio oggettivo della critica non accade spesso e quindi non sempre i premi vanno a quegli autori che, pur creando opere di grande valore, rimangono nell’ombra”.
Roberto Tedesco
Giornalista-Architetto
“Far conoscere e avvicinare “tutti” alla lettura è sicuramente uno degli obiettivi dei premi letterari. Una opportunità di dialogo tra autore e pubblico che diventa fondamentale per la crescita sia del lettore che dell’autore. I premi letterari non sono medaglie, ma opportunità di crescita per gli autori. Non sono mai solo traguardi, ma tappe di un dialogo continuo tra chi scrive e chi legge. Conquistare un premio letterario rappresenta una responsabilità per l’autore a fare sempre di più nelle opere successive”.
Gianfranco Jannuzzo
Attore
“L’autore che vede dopo tanta fatica “finalmente” pubblicare il suo libro ha grandi aspettative, sa di doversi sottoporre all’esame imparziale, spassionato e spietato, perfino, dei lettori. E’ consapevole che le sue scelte decideranno il successo o l’insuccesso del suo lavoro. Questo stato d’animo, questa condizione direi (dando per scontato che si sia animati solo dalla esigenza di comunicare e che ci fa quindi escludere furbi individui a caccia di facili gratificazioni) lo rende fragile, insicuro, speranzoso. Un premio letterario potrebbe essere una benedizione e una gratificazione indispensabile, il riconoscimento della tua passione, e dedizione e un incentivo ad andare avanti, un incoraggiamento a continuare e a migliorarsi. Qualcuno ritiene che ce ne siano troppi e questo rende difficilissimo discernere ma quei pochissimi veramente “seri” sono quasi sempre, se davvero meritati, un meraviglioso, rassicurante traguardo da raggiungere”.
Paolo Navarra
Grafico editoriale
“Non amo i premi letterari: riducono la ricchezza soggettiva della lettura a un verdetto, spesso influenzato da logiche di mercato. Scegliere “il migliore” significa ignorare gusti, esperienze e sensibilità che rendono ogni lettore unico. Ritengo, che il valore di un romanzo non sia oggettivo: cambia con chi legge, quando legge e perché. Ci tengo comunque a precisare che essere contrario ai concorsi non significa rifiutare il confronto, le rassegne, l’ascolto condiviso; anzi, credo profondamente nel valore degli incontri artistici, dove le voci possano affiancarsi liberamente, senza bisogno di premi o classifiche”.
Lorenzo Rosso
Giornalista, Scrittore
“Non sono pessimista del tutto, circa la proliferazione dei premi letterali. E’ vero che nell’ultimo decennio i premi sono aumentati a dismisura ma questo è dovuto all’esplosione dei titoli che oggi affollano i banchi delle librerie. Negli Anni Settanta partecipai all’organizzazione, con alcuni importanti scrittori di quel periodo (Soldati, Chiara, Bonfantini) della prima edizione del “Premio Stresa di Narrativa”, poi vinto da Gianfranco Lazzaro. Un premio che vive ancora oggi. A distanza di così tanti anni, quei nomi di ieri oggi vivono nei premi letterali a loro dedicati. I premi servono per cercare di promuovere i nuovi autori che non sempre ottengono il giusto riconoscimento. A patto che siano Premi seri, guidati da una giuria che sappia individuare, tra i tanti, quello che è il meglio, in un campo in cui troppi improvvisano, senza forse avere solide basi di scrittura”.
Fabiana Martini
Giornalista
“I premi letterari, sempre più numerosi e non tutti di qualità, hanno indubbiamente varie funzioni: servono a segnalare un talento ma anche un autore o un’autrice, una storia, un territorio, naturalmente una casa editrice. A volte, assai raramente, tutti questi elementi coincidono ed è in quelle circostanze che nasce un capolavoro, magari di uno sconosciuto o una sconosciuta. Su tutto però servono a mio avviso – ed è il motivo per cui li salvo a prescindere dalle derive – a promuovere la lettura, ad accendere interesse attorno a un semplice oggetto capace di condurci lontano, a creare comunità attorno a una trama. Anche nel caso di un’opera di discutibile livello. Per questo vanno salvati e guardati con attenzione. Perché proteggono dalla paura e tutti sappiamo quanto ne abbiamo bisogno.
Gaspare Agnello
Scrittore
“Mi chiedi se hanno un senso i premi letterari. Io, dal 1982, ho vissuto intensamente la vicenda del premio letterario Racalmare e posso dire che è stata una grande esperienza positiva perchè il paese ha potuto incontrare tanti personaggi della cultura Italiana e internazionale. Tanti giovani sono stati indotti alla lettura. Se si coinvolge la cittadinanza certamente c’è un ritorno di Cultura. E poi, i Premi sono anche un modo per finanziare la cultura che ha tanto bisogno di finanziamenti. A mio avviso ogni Paese dovrebbe avere in premio letterario in danaro”.
Giuseppe Maurizio Piscopo
Giornalista, Scrittore
“Da molto tempo avevo in mente di scrivere qualcosa sui Premi Letterari, un argomento appassionante e talvolta divisivo. I Premi Letterari in Italia rappresentano lo specchio del paese. Ve ne sono moltissimi, ma quelli veramente importanti non superano le dita di una mano. Occorre dire che in Italia si stima ci siano oltre 70.000 scrittori, inclusi gli autori esordienti e aspiranti in cerca di un editore, molto interessati ai premi. Ogni giorno vengono pubblicati 237 libri. Su “Il Giorno” del 24 giugno del 1968, Pier Paolo Pasolini scrisse: “ In nome della cultura mi ritiro dallo Strega”. «L’industria del libro – proseguiva Pasolini in quell’articolo – tende a fare del libro un prodotto come un altro, di puro consumo: non ha bisogno dunque di buoni scrittori». A parte le polemiche, è molto importante parlare di libri, in un paese che non legge. Un popolo che non legge rischia di vivere sotto un governo autoritario. Viva i Premi seri e che vinca il migliore!”-
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