Fondato a Racalmuto nel 1980

Matteo Collura: “Agrigento merita di essere una città normale”

Al via le iniziative per gli ottant’anni del giornalista e scrittore. Da Agrigento e Palermo a Milano, al Corriere della Sera: “Da un osservatorio privilegiato, ho visto da vicino i Sud che si allontanavano sempre di più, da sempre una palla al piede per tanti”. L’incontro con Sciascia, i libri sulla Sicilia. E su Agrigento Capitale della Cultura: “Avevo espresso le mie perplessità. Questa terra ha bisogno di cambiare definitivamente pagina”

Matteo Collura fotografato da Angelo Pitrone

Come per la Granada di Garcìa Lorca, la luce di Agrigento che Matteo Collura ammira dalla sua casa con la vista che offre l’azzurro del mare e l’oro delle colonne greche dei templi, è  “così meravigliosa e unica che gli uccelli, attraversando l’aria, sono metalli rari, opali rosa”. La luce è bellissima. Ma lui – giornalista e scrittore arrivato alla soglia degli ottant’anni, festeggiato in questi giorni nella sua “isola senza ponte”, tanto per citare uno dei suoi fortunati libri – guarda oltre e pensa al buio che sta vivendo l’umanità, a come il mondo si è incattivito. E pensa anche a questa sua terra sempre più lontana dai grandi centri economici d’Europa, disorientata da un certo modo di fare politica, dalla corruzione, dalla ferita dello spopolamento.

Quando sono nato, nel 1945 – dice Collura – , nel pieno dopoguerra, si pensava che la guerra fosse diventata un tabù, come diceva Moravia. L’equilibrio del terrore reggeva il mondo. Non si parlava di guerre, mentre oggi se ne parla, è diventato un fatto accettato, quotidiano. Oggi la guerra non è più un tabù e il mondo per questo si è incattivito. Uno come Trump non era immaginabile, uno che parla sempre di distruggere, di economia.

Ma da quello che leggiamo, mi pare che non c’è da stare allegri nemmeno dalle nostre parti…

Certamente. Fare politica ormai è una cosa pericolosa a livello amministrativo, se ne accontenti uno e ne scontenti nove, avrai gli scontenti e un ingrato.

…già!

E quindi la politica, nella maggior parte dei casi, è rimasta a chi non ha scrupoli, a chi la fa per mestiere. Ed ecco sul piatto degli italiani la fine della politica.

C’è un momento, un incontro, un evento che è stato per te decisivo?

Arrivai a Milano nel 1978 quando la città era oscurata dal terrorismo. Avevo avuto una breve esperienza in Veneto e lì c’era un pregiudizio per i siciliani. A Milano – dopo l’esperienza al Giornale di Sicilia e a L’Ora – mi chiesero cosa sapevo fare e non da dove venivo. E questo è stato importante. Fortunato, sì. Ma la fortuna aiuta gli audaci. Avevo lavorato tanto, partendo proprio da Agrigento, dove scrivevo per le pagine agrigentine del Giornale di Sicilia. Poi l’incontro che mi ha cambiato la vita. Nel 1970, avevo 25 anni ed ero già a Palermo da due anni, incontro Leonardo Sciascia che in quegli anni si era trasferito a Palermo. Sciascia era stato assunto al Giornale di Sicilia dal direttore Roberto Ciuni. Una volta ci incontrammo in redazione, lui conosceva le cose che scrivevo. Poi passai a L’Ora e scrissi Associazione indigenti, il mio primo libro. Gli feci leggere il dattiloscritto. Non fu scortese, ma capii che un po’ gli dava fastidio. Mi disse che non sapeva quando leggerlo. Mi scaricò, insomma. Dopo una settimana, invece, mi telefonò. Mi disse che aveva letto il libro e sono andato a trovarlo nella sua casa di viale Scaduto. Era solo e ricordo aveva il dattiloscritto in mano con una macchia di caffè enorme. “Si vede che l’ho avuto tra le mani”, disse scherzando. Eravamo nel suo studio: “Il libro c’è – mi disse – tu con i dialoghi ci sai fare. Lo darei a Einaudi”. Mi scrisse un biglietto da far avere a Ernesto Ferrero, allora direttore editoriale della casa editrice torinese. Era il ‘77 o il ‘78. Andai da Ferrero che mi ricevette in uno studiolo sobrio e mi disse che anche se era piaciuto a Sciascia non era detto che sarebbe stato pubblicato. Il libro fu letto da Calvino, il quale fece una scheda spingendo per la pubblicazione immediata. Mi telefonò poi Vincenzo Consolo, che era consulente dell’Einaudi, molto contento e lui scrisse il risvolto.

Collura con Leonardo Sciascia ad Agrigento (foto Angelo Pitrone)

E al “Corriere” hai raccontato momenti cruciali della Cultura italiana…

Lì avevo un osservatorio privilegiato, particolare certo. Ci sono stati una serie di passaggi che dal Corriere ho potuto vedere da vicino. E ho visto i Sud che si allontanavano sempre di più, da sempre una palla al piede per tanti. E siamo arrivati all’avvento delle tecnologie che ha fatto fallire tutti i grandi progetti. Hanno fallito tutti: destra, sinistra, la Chiesa.

Come disse Sciascia in tempi non sospetti, il mondo in mano a chi possiede le informazioni…

Chi governa i social ha in mano le sorti del mondo, nessuno compra più giornali per informarsi.

Sì, però non possiamo essere del tutto pessimisti!

Ci vorrebbe qualche cosa che potesse equivalere a qualcosa che faccia iniziare tutto da capo, come avvenne per l’avvento di Cristo. Intendo dire che ci vorrebbe una rivoluzione per poter ricominciare a ricostruire il mondo. Non voglio fare del moralismo, ma non possiamo accettare che i bambini muoiono in quel modo a Gaza e in altre parti del mondo e guardare questa luce come se niente fosse.

E i libri? Il pensiero degli scrittori, degli artisti?

Non hanno più voce in capitolo, nessuno, in ogni parte del mondo. Dove sono? In Francia, per esempio, chi sono i grandi intellettuali? Semplice. Non ci sono più. Se non andiamo a cercare le fonti del pensiero è chiaro che non ce ne sarà più bisogno. E chi le cerca le fonti con tutti questi mezzi che ci inondano di false notizie, falsi pensieri? Per distinguere la verità dalla menzogna ci vuole una certa cultura, una certa pratica, tanti libri letti. In Italia, morti Pasolini, Calvino, Sciascia… chi c’è? Come si dice: l’uso sviluppa l’organo.

Però ci sono esempi di giovani, anche al Sud, che tentano di cambiare le cose.

Pochi, pochissimi. Ma è una fortuna che ci siano. Dalle nostre parti, nella nostra provincia, non c’è un tessuto economico da spingere i giovani a restare. Guarda le case dei nostri genitori, dei nostri nonni: si svendono. Quando da Agrigento vado a Caltanissetta in macchina vedo solo pochissimi camion, se facciamo il confronto con Bergamo e Brescia, lì si incontra una fila continua di mezzi commerciali. Al mare non ci sono barche, il porto è vuoto. Bisognerebbe ricostruire e avere il coraggio, una volta per tutte, di chiudere con chi ha gestito fin’ora.

Eppure c’è tanta bellezza: la luce, appunto, la Storia, gli scrittori, il mare… Agrigento Capitale della Cultura

Avevo espresso, a suo tempo, come tanti, le mie perplessità. Fu un atto di buona volontà, diciamo. Qualcuno si offese, pazienza! In questi miei ottant’anni ho sempre tenuto al primo posto la verità. La Capitale della Cultura ha fatto venir fuori quello che Agrigento è, nel bene e nel male. I giovani e tutti quelli armati di buona volontà devono pretendere di vivere non in una Capitale, ma in una città “normale”, accettabile. C’è tanta luce, sì. E allora basta col fumo negli occhi.

Tanti auguri, caro Matteo.

Grazie.

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