E’ la storia di Gina Mare, parlamentare siciliana, che abbandonò il partito comunista e la politica rifiutando sdegnosamente un ruolo di ripiego
Ester Rizzo
Per ricordare Gina Mare potremmo utilizzare una vecchia formula che generalmente apriva il racconto di una fiaba: c’era una volta… un tempo in cui le donne impegnate in politica anteponevano l’interesse dei cittadini e delle cittadine e l’emancipazione del loro genere all’interesse del Partito a cui appartenevano.
Un esempio fu la Madre Costituente Teresa Mattei ma di tante altre il ricordo è svanito. Quasi completamente sconosciuta è la storia di Gina Mare, parlamentare siciliana, che abbandonò il partito comunista e la politica rifiutando sdegnosamente un ruolo di ripiego.
Gina Mare era nata a Messina il 20 giugno del 1912 e a trentaquattro anni fu eletta all’Assemblea Regionale Siciliana, con 25.950 voti di preferenza, nel collegio di Catania.
Prima di intraprendere l’attività politica aveva lavorato come inserviente in un Istituto di Palermo dove venivano ricoverati i bambini ammalati di tubercolosi e di questa esperienza, di fatica e di dolore, fece sempre tesoro. Nata in una famiglia povera, aveva potuto frequentare solo le scuole elementari ma studiò in seguito da autodidatta. Il marito era un operaio della fabbrica “Chimica Arenella” di Palermo. Quando si tesserò nel Partito Comunista Italiano, iniziò a girare per i quartieri palermitani, parlando con grande abilità oratoria di antifascismo. “Predicava il rifiuto alla rassegnazione, illustrava alle donne i diritti da rivendicare”.
Come scrive Simona Mafai in Siciliane a cura di Marinella Fiume, “…non si limitava a parlare: si interessava dei bambini e della loro salute, dava una mano per portarli in ospedale, guidava le donne in Municipio a chiedere la riparazione delle strade, l’apertura di asili e colonie estive…”. I compagni di partito le dicevano che sembrava più una dama di San Vincenzo che una comunista.
Durante la sua carriera politica entrò in contatto con migliaia di lavoratrici siciliane: con le gelsominaie di Milazzo sfruttate e sottopagate, con le incartatrici agrumarie di Lentini, con le vedove dei minatori di Caltanissetta: la voce di queste donne entrava così, tramite Gina Mare, direttamente nelle stanze dell’Assemblea Regionale Siciliana.
In un verbale dell’A.R.S. del 20 novembre 1950 si legge un suo intervento in merito all’occupazione delle terre:” … le nostre donne sono uscite dai casolari e si sono messe alla testa del movimento…donne di tutti i colori politici sono uscite dalle loro case. Spinte da cosa? Spinte dai bambini che chiedevano pane, spinte dalla fame e dalla miseria, spinte anche, lo dico con orgoglio di donna siciliana, dalla volontà di difendere concretamente, sul piano della lotta, l’autonomia siciliana”.
Ma questo suo carattere indomito e forte non fu tollerato all’interno del partito che dopo due legislature decise di non candidarla più all’ARS e le propose un incarico nell’organizzazione sindacale.
Gina rifiutò sdegnosamente e abbandonò il P.C.I. Fortemente delusa non si interessò più di politica, riprese il suo lavoro di assistente sanitaria conseguendo varie specializzazioni e si dedicò alla cura ed al sostegno di persone anziane e bisognose.
Così questa donna dal carattere d’acciaio “con un bellissimo viso e straordinari occhi celesti” morì, nell’agosto del Duemila, nell’ombra in cui era stata relegata, come quasi sempre accade per le donne ribelli e disobbedienti. È forse il tempo di riannodare i fili della memoria e raccontare il sogno di uguaglianza di una persona che naufragò tra gli interessi di una classe politica miope e grigia.
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