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A cosa servono i premi letterari?

Abbiamo posto la domanda ad alcuni scrittori. Ecco le loro risposte

Foto di Antonio Liotta

In Italia c’è una moltitudine di Premi letterari. Certe volte l’argomento premi letterari risulta divisivo e ci si chiede a che cosa servono questi Premi, considerando anche che nel nostro Paese sono tanti quelli che scrivono (pare che in media vengano pubblicati 237 libri al giorno) e pochi quelli che leggono. Abbiamo posto la domanda ad alcuni scrittori. Ecco le loro risposte.

Lorenza Fruci 

I premi letterari fanno parte del sistema editoriale, non sempre corrispondono alla qualità delle opere. Rispondono a tante dinamiche che a volte esulano dal fatto che un testo sia un capolavoro. Ma servono comunque all’editoria intesa come industria culturale, sia per la promozione dei libri che della lettura. Sta agli autori decidere se inseguire le dinamiche dei premi o meno. Si può essere scrittori in tanti modi, anche al di fuori dei circuiti dei premi, la storia dell’editoria ce lo insegna. Quello che però un autore dovrebbe avere chiaro è che tipo di messaggi veicolare e con quali finalità. Dovremmo chiederci perché la stessa sera che veniva attribuito il premio Strega in diretta sulla Rai, la trasmissione “Temptation Island” registrava oltre il 27% di share sulle reti Mediaset. A pensarci bene sempre di storie si tratta, e dopotutto le persone cercano nei libri e nella tv un pezzetto della loro vita, qualcosa in cui rispecchiarsi e con cui confrontarsi. Quindi sposterei la domanda più sulla scelta di raccontare delle storie piuttosto che altre, invece che sui premi come termometro dello stato dei libri”.

Raimondo Moncada

I premi non servono a niente? Qualcuno, o più di qualcuno, ne è convinto. Ma ci sono premi e premi. Premi che fanno guadagnare soldi, premi che fanno guadagnare fama, premi che non aggiungono niente, anzi tolgono, premi con partecipazione gratuita e premi con bollettino da pagare o anche con versamento su conto corrente…Ho parlato di riconoscimento perché c’è qualcuno che, con la propria sensibilità, preparazione, competenza e tanta soggettività, legge le opere di scrittori e di poeti che decidono di sottoporsi al giudizio altrui e valuta il valore, il merito rispetto ad altre opere concorrenti. Quindi a qualcosa un premio serve. Hai qualcuno che ti dice: ma che bel testo che hai scritto! Mi hai commosso: fantastico! Il premio serve anche a questo, a capire se c’è qualcuno che individua il tuo talento (che comunque hai, a prescindere). Un concorso letterario, specie se a tema, serve anche per stimolarti a scrivere. Che è un premio in sé. E finora ho parlato di premi locali. Perché poi abbiamo i premi nazionali e internazionali, quelli con nomi roboanti, che servono anche per arrivare primi e avere in premio, oltre alle immancabili polemiche  lo scatto nella classifica delle vendite. Perché entri in libreria e ti salta subito agli occhi quel libro con la fascetta in copertina “Premio…..” e sei spinto all’acquisto perché se è premiato una ragione ci deve essere e benedetti i soldi che ci investirai anche se poi apri le prime pagine e il libro non ti piace perché tu leggi altro.

Angelo Campanella 

Ci sono le piccole rassegne di paese o di quartiere, un’occasione come un’altra per organizzare un evento, premi di poesia o di racconti ai quali partecipano persone alla ricerca di un pubblico, spesso prive di un editore che li sostenga. Poi ci sono i grandi Premi che invece costituiscono una forma di promozione per le case editrici capaci di sostenere le spese di una distribuzione capillare. Lo Strega merita forse qualche riflessione in più, perché nei decenni si è determinato un autentico stile del romanzo vincitore: scrittura paratattica, temi sociali spesso legati al fascismo e al patriarcato. Viene il sospetto che i grandi editori pretendano tali caratteristiche nelle opere da promuovere, al fine di ottenere il premio e di conseguenza l’attenzione del grande pubblico. Da lettore osservo questi meccanismi e mi interessa studiarli, ma non scelgo mai un libro perché è stato premiato. Credo, insomma, che la letteratura sia altro.

Vito Lo Scrudato 

In generale non mi piace l’idea del “premio letterario” per l’uso strumentale che ne è stato fatto troppo spesso! Il principio in sé non è sbagliato, in fondo si tratta di dare un merito a testi che hanno meriti contenutistici, di innovazione, stilistici, riconosciuti da giurie formate da esperti indipendenti. La pratica invece ha offerto una realtà dove non tutto è stato trasparente e le giurie si sono prestate a rappresentare interessi editoriali forti della parte più sviluppata economicamente del Paese. La sfida è il recupero di opere espresse da case editrici libere, piccole e meridionali. Se non succede questo siamo ancora e sempre di fronte alla realtà “truccata” di sempre”!

Francesco Pintaldi

I premi letterari rappresentano una componente importante del panorama culturale: offrono visibilità agli autori, promuovono la lettura e, soprattutto, creano occasioni di confronto e crescita, in particolare per i giovani scrittori. Negli ultimi anni si è assistito a un proliferare di iniziative, quasi un’inflazione di concorsi, ma questo non è necessariamente un male: ogni spazio dedicato alla scrittura può essere un’opportunità. Tuttavia, permangono alcune criticità che non si possono ignorare. In molti casi, il sistema di selezione dei finalisti e dei vincitori è fortemente legato al circuito delle case editrici, rendendo più difficile l’accesso per chi sceglie la via del self-publishing o si muove al di fuori delle grandi realtà editoriali. Questo limita la pluralità delle voci e rischia di penalizzare il merito autentico. Un altro aspetto da considerare è il costo di partecipazione: molte competizioni, anche quelle di medio livello, impongono quote d’iscrizione elevate, che scoraggiano soprattutto i più giovani o chi scrive per passione, senza un ritorno economico immediato. Inoltre, capita spesso che bandi scaduti continuino a circolare, generando confusione e disinformazione. In definitiva, ben vengano i premi letterari, ma è auspicabile che diventino sempre più trasparenti, accessibili e realmente aperti alla varietà e alla qualità della scrittura contemporanea.

Saverio Simonelli 

“E’ difficile parlare genericamente di premi letterari, vista la grande quantità e la differenza di livello tra la maggior parte di essi. Restringendo il campo a Strega e Campiello è palese che nonostante tutte le riserve e le polemiche che li accompagnano il fascino che esercitano sul pubblico dei lettori medi è inscalfibile. Anche un libro tecnicamente mediocre come quello che ha vinto l’ultima edizione dello Strega conquista in un batter d’occhio la vetta delle classifiche. E’ comunque innegabile che oltre a una certa predilezione per le narrazioni di carattere privato la selezione operata dal comitato della Fondazione Bellonci tenda a spostare l’asse di interesse dalla pura letterarietà alla leggibilità come dimostra il mancato ingresso in dozzina di testi di maggiore spessore linguistico e letterario come ‘Lo Splendore – L’infanzia di Hans’ di Pier Paolo di Mino o il fatto che il testo migliore della cinquina cioè ‘Quello che so di te’ di Nadia Terranova si sia piazzato solo in terza posizione”.

Fabio Fulfaro 

Ho partecipato a premi letterari siciliani e nazionali e ho anche fatto parte di giurie che si occupavano di concorsi di racconti brevi. La mia esperienza è positiva perché ho avuto la fortuna di vedere i miei elaborati giudicati positivamente e con motivazioni molto profonde. Certo ci sono anche concorsi un pò farlocchi, che incassano la quota di  iscrizione e poi non danno più notizie. Ma il mio consiglio è di leggere bene i regolamenti e cercare il curriculum vitae dei giurati. Inoltre sarebbe più conveniente scegliere quei premi letterari che hanno un tema dominante e non libero,  costruendo la propria poesia o racconto secondo la linea guida richiesta.

Gandolfo Librizzi 

I premi letterari sono una grande opportunità offerti soprattutto ai nuovi autori, o autori che hanno qualcosa da dire, perché gli danno la cornice per presentarsi e per sperimentare specie nelle piccole realtà. Questo comporta lo slancio non solo delle realtà, ma di nuovi giovani talenti che emergono viene esempio il Premio Borgese che l’anno scorso nella sua prima edizione, pur se pensato da tempo, ha consentito la valorizzazione, il valore di un giovane dottorando alla normale di Pisa, Federico Sessolo con il suo lavoro sul carteggio inedito fra Thomas Mann e Giuseppe Antonio Borgese intitolato: “L’Alleanza dello spirito”, ecco quindi uno sprono ulteriore a tanti altri giovani per sperimentarsi, mettersi in discussione, accogliere le sfide e proporre nuovi lavori, di  ricerche, di romanzi di scrittura,  che fanno sempre bene all’anima di chiunque poi leggerà queste opere.

Alfonso Lentini 

Mi occupo di scrittura, ma i premi letterari e in generale il mondo dell’editoria “mainstream” mi interessano ben poco. I premi letterari, specialmente quelli considerati “importanti’, sono quasi sempre eventi mondani dove emerge il narcisismo, ben prima del riconoscimento della qualità. Anche se qualche volta anche i miei libri sono stati premiati, non è questo l’obiettivo della mia attività. Date le mie scelte espressive, mi considero oltretutto un autore di nicchia, i miei libri sono fuori dai canoni perciò si rivolgono a un pubblico ristretto, non cercano applausi. E mi sta bene così”.

Enzo Sardo 

“Credo che i premi letterari abbiano un valore solo se chi organizza è dotato di un comitato di esperti che sa valutare bene le opere che sono in concorso. Cioè un comitato affrancato dal pensiero politico di parte e da un interesse di vanità. Se i libri esprimono i valori universali quali: il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione. Se esprimono la difesa della democrazia, della legalità, della giustizia e della solidarietà, in questo caso il premio diventa uno stimolo per chi scrive e un messaggio positivo e propositivo per i cittadini. Ma chi scrive, in questo periodo storico, se non ha l’obiettivo di essere lievito nella vita sociale, se non ha il valore di un documento utile alla società civile ma un semplice piacere di autoesaltazione lo scritto diventa inutile per se e per tutti. Per cui i premi hanno il giusto valore di promozione culturale solo se sono fatti con rigore ed imparzialità.

Giovanni Salvo 

“Dovendo dire la mia, l’argomento mi porta a pensare al concetto di primato, perché no, anche ad una certa auto referenzialità che affascina alcuni scrittori; condizione che forse cozza con il principio di cultura. In tal senso mi sono venute in mente le parole di Pierangelo Bertoli: “I poeti son poeti perché scrivono poesie. Fanno a gara nei concorsi dove vincono bugie. Quei concorsi col salame, con la medaglietta d’oro, hanno il vizio di spiegarti che i poeti sono loro”. Certo un riconoscimento aiuta ad accrescere l’autostima di uno scrittore. Se però è inteso come gara, peggio se il premio tratta vincite in denaro; qui allora avrebbe ragione lo scrittore Leonardo Sciascia, in questo caso il premio letterario mina la libertà. Diverso invece potrebbe essere il concetto di un premio alla memoria; meglio se nel ricordo di uno scrittore magari troppo cupo a cui mai nessuno ha pensato di assegnare un premio. Da pasoliniano convinto ritengo che anche in letteratura possa valere il valore della sconfitta. Mi piace immaginare che anche nelle pagine degli ultimi, dei non premiati, giacciano  parole vere. E chi siamo noi per giudicare chi vive e chi muore? Vedi un romanzo che parla d’amore, un libro che invita alla ragione, una poesia che scruta l’anima. Potranno essere giudicati stilisticamente, ma mai secondi o terzi. Poiché frutto di un sentimento soggettivo i libri sono ingiudicabili. Quindi? Se proprio si deve premiare, grazie all’esistere del più e nobile gratuito ex aequo.

Salvatore Venezia 

La penso un po’ come Leonardo Sciascia, spesso lui mostrava un certo distacco o addirittura li rifiutava pubblicamente. Considero i premi letterari spesso legati a logiche di mercato ed a dinamiche di potere, piuttosto che a un reale valore artistico. Nutro un certo scetticismo nel giudicare la letteratura soprattutto la saggistica attraverso i premi. Penso che tutto ciò può portare a una diminuzione dell’attenzione verso opere minori e meno “premiabili”. Al di là delle logiche dei premi, i libri e in particolare modo la saggistica vanno giudicati per il valore intrinseco e il contributo alla ricerca attraverso le fonti storiche. Purtroppo i premi non sono liberi da condizionamenti esterni ed i grandi editori hanno un peso non indifferente sui premi. Personalmente ho chiesto al mio editore di partecipare a qualche bando sui premi della saggistica storica, ma l’esito è stato molto scontato, a giudicare dai membri delle giurie che recensiscono sui giornali e riviste pubblicazioni che gareggiano poi ai premi letterari”.

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Nel prossimo articolo le risposte di critici letterari, giornalisti, fotografi,  librai, docenti e promotori di premi letterari.

Salvatore Ferlita, Ciro Spataro, Onofrio Dispenza, Rosa Di Stefano, Tommaso Gioietta, Gaetano Celauro, Lina Urso Gucciardino, Angelo Pitrone, Alessandro Tagano, Rino Schembri, Francesco Pira, Leoluca Cascio, Massimo Battista, Piero Onorato, Alessandro Cutrona.

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